Guardare oltre, come Mosè

Giunto al termine della sua vita, solo come sempre è stato, s’incammina dalle pianure desertiche di Moab per salire al monte Nebo. Di fronte alla terra promessa, che ha rincorso per tutta la vita, tace, non perché sia privo di forze, non grida il suo dolore come Giobbe, non chiama Dio in giudizio, non rivendica la sua fedeltà. Non ha tre amici intorno che pretendono di confortarlo senza esserne all’altezza. Ha di fronte a sé un destino che ha rincorso per tutta la vita: la terra promessa.

Egli rappresenta coloro che hanno fatto tutto quello che potevano. Quelli che non hanno protestato, criticato, che non si sono fatti come idolo un vitello moderno; che non si sono lamentati delle fatiche fatte in congregazione o di essere stati isolati; quelli che hanno affrontato il loro destino con gli occhi ben aperti. Alcuni fratelli lontani hanno vissuto la loro esistenza nell’oblio e nell’abbandono. Fratelli che hanno compiuto l’opera che Dio ha affidato loro e che non hanno potuto sottrarsi liberamente senza subirne le conseguenze. A tutti quelli che hanno atteso una vita il nuovo mondo e che l’hanno visto per un istante nei loro sogni, nel loro cuore. Uomini e donne che hanno allungato lo sguardo della fede, per vedere oltre i confini stabiliti da Dio, quella realtà così tanto desiderata, benché non realizzata.

Gli occhi di Mosè, da lassù, scrutano lontano cose lontane. Dal deserto alla pianura del Giordano, fino al mare occidentale. “Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma non vi entrerai”. “Dopodiché Mosè, servitore di Geova, morì là nel paese di Mòab, proprio come Geova aveva detto. Egli lo seppellì nella valle del paese di Mòab, e fino a oggi nessuno sa dove sia la sua tomba. Mosè aveva 120 anni quando morì. La sua vista non si era indebolita e le forze non l’avevano abbandonato”. (Deuteronomio 34:1-7)

Una morte che lascia una profonda tristezza, da cui è inevitabile chiedersi il senso, la ragione di un atto, di una punizione che appare tanto smisurata. Quella terra laggiù all’orizzonte, prossima da raggiungere, ma lontana dal tempo della vita che scorre inesorabilmente e ti porta via proprio quando è a un passo. Mosè sapeva che la vera gioia non è nel dono e nel suo possesso, ma nell’essersi speso per il suo popolo e per Geova, nonostante la mancanza di controllo del suo spirito per gli sbagli del suo popolo, che gli costarono la terra promessa. Per questo, gli occhi di molti servitori di Dio, delusi dalla vita, lontani dal suo popolo per gli sbagli altrui, su quel monte della loro fede, vedono quel paese con fiducia e speranza in quel Dio che mai hanno lasciato, nemmeno nella notte più oscura.

Una salvezza, che probabilmente sarà pagata a caro prezzo. E non scontata, se il profeta Amos può dire: “Geova ha detto questo: ‘Proprio come il pastore strappa via dalla bocca del leone due zampe o un pezzo d’orecchio, così i figli d’Israele saranno strappati via…” (Amos 3:12). Come il pastore recuperava solo una parte della pecora dalla bocca del leone, così Geova potrà recuperare una parte della nostra carne ridotta a brandelli dal leone ruggente. Potrà modellarla a suo piacimento e ridare a quelle ossa secche, nella resurrezione, lo spirito di vita che più gradisce, rinvigorirla di tendini e di pelle. (Ezechiele 37:1-14).

Forse, alcuni di questi fratelli lontani, hanno fede che non tutto finisca alla loro morte, che qualche ricordo possa rimanere nella memoria di Dio. Forse, hanno dato il nome speranza, a ciò che hanno conosciuto, a quella sorte indifferente e beffarda nella quale a volte si sono trovati imbrigliati. Di quel dramma che li ha affannati e persi dove tutto pareva finito. Eppure, qualcosa rimane, qualcosa ritorna, qualcosa sopravvive al sepolcro della morte.

Risorgere: «rialzarsi» e «ridestarsi». Due parole diverse per dire che la morte non è tutto. Caro fratello lontano, se sei caduto, la resurrezione attuale o quella futura è una speranza reale per rialzarti e camminare nuovamente nelle vie di Geova. Se sei «morto» in senso spirituale o in senso letterale, potrai ridestarti, rinascere, ravvivarti, riprenderti dal sonno della morte o da quello spirituale. Potrai rivivere di nuovo con Geova e il suo popolo. Non disperare, come Mosè cerca di guardare oltre il deserto, cerca di vedere da lontano quella terra promessa che hai tanto desiderato quando servivi Geova con tutto il cuore.

I profeti hanno un respiro veloce, vedono il futuro anche nelle ombre del presente, Lo intravedono nei segni confusi che si affacciano all’orizzonte. I profeti sono sempre stati travisati, incompresi, non ascoltati. La loro visione di una catastrofe è troppo precoce, in tempo per essere evitata, troppo presto per essere capita. Il tempo della sventura va preso terribilmente sul serio. Come i profeti possiamo essere perseguitati, non capiti, malmenati e a volte uccisi per amore della verità. Una cosa è certa: il proposito di Dio si avvererà. E per quella vita piccola e insignificante, che da lontano hai vissuto, ci sarà sempre un posto rilevante nel cuore di Geova. Sapere che dentro quella grande epopea che è la Bibbia esistano diverse possibilità di intendere Dio, non dovrebbe spaventarci, ma consolarci. Non tutto finisce con la propria morte, né spiritualmente né letteralmente.

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