Guerre interiori che lacerano lo spirito

La guerra letterale è un conflitto fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi. Tra le molte guerre combattute dall’uomo non potevano mancare le guerre di religione, spesso civili, che hanno per causa divergenze in materia di fede religiosa e la guerra santa fatta in nome della religione e in difesa di questa. In queste guerre, i leader religiosi di entrambe le parti in lotta affermano di avere il sostegno di Dio.

Se c’è una spiegazione “logica” per comprendere i motivi per cui gli uomini si fanno la guerra fra loro, molto più difficile è spiegare le cause che spingono l’uomo a fare la guerra contro se stesso. Scrivendo a Timoteo, Paolo lo consiglia di “combattere l’eccellente combattimento della fede”. (1 Timoteo 6:12)

Secondo la Bibbia, in questo combattimento, il nemico ha anni di esperienza nel campo della strategia bellica e dispone di risorse e armamenti straordinari. È anche un essere sovrumano. È malvagio, violento e senza scrupoli: è Satana. (1 Pietro 5:8)

Oltre a questo spietato nemico, l’uomo deve anche combattere contro la sua natura, una sorta di opus contra naturam: “Quando desidero fare ciò che è giusto, ciò che è male è presente in me”, constatò amaramente su se stesso l’apostolo Paolo (Romani 7:21). Ogni uomo porta con sé un conflitto interiore. Alla base di ogni azione volontaria, buona o cattiva, c’è un pensiero buono o cattivo che ne determina la scelta e su cui ricade la responsabilità delle sue azioni (Giacomo 1:14, 15). In Giacomo 4:1-3 si legge che: “le guerre e le lotte” intestine fra cristiani vengono “dalle brame di piacere sensuale che causano un conflitto nelle membra”. Si tratta di atteggiamenti contrari allo Spirito di Dio e sono caratteristiche tipiche della carne (1 Pietro 2:11).

Chi vive costantemente in guerra ha sempre un nemico da sconfiggere. Purtroppo, alcuni cristiani non si rendono conto che il nemico che a volte combattono sono loro stessi, la loro identità. Essi diventano un campo di battaglia dove condividono un contraddittorio rapporto di odio/amore. Alcuni sono convinti che la guerra che combattono contro altri fratelli serve per proteggersi dalla distruzione spirituale e questo impedisce loro di abbandonare la dinamica del conflitto. In realtà non si rendono conto o non vogliono convincersi che questa guerra è soltanto la loro e che il nemico sono se stessi.

PERCHE’ ALCUNI SI COMBATTONO?

  1. Considerano la strategia bellica un sentiero da percorrere. Una guida nella ricerca della loro personalità dove costruire limiti e confini. Un perverso raggiungimento della pace interiore che pensano di procurarsi solo attraverso la guerra psicologica.
  2. Il conflitto interiore è nella natura umana, non si può fare a meno. Pur essendo disumana, la guerra è una caratteristica prevalente della natura imperfetta dell’uomo. Il punto è che molte delle responsabilità vengono attribuite non a se stessi ma all’imperfezione.
  3. L’immaginario collettivo cristiano non contempla la morte letterale, anzi nessun uomo ragionevole augura la morte nel suo significato stretto a un suo fratello, anche se avversario immaginario. La guerra psichica è per costoro vita, non c’è vita senza lotta e loro si convincono che non possono evitarla se vogliono sopravvivere.
  4. Hanno poca voglia di risolvere il conflitto. Sono troppo teneri con se stessi e duri con gli altri. Al contrario Paolo si costringeva a fare ciò che era giusto, anche quando il suo corpo desiderava fare il male (I Corinti 9:27).
  5. Vivono per se stessi e non per gli altri. Si sono dimenticati che “[Cristo] morì per tutti affinché quelli che vivono vivano non più per se stessi” (2 Corinti 5:15).
  6. Non vogliono rinnegare se stessi, nel senso che non sono disposti a cedere o a dire no a desideri che violano le norme bibliche, anche quando sanno che rinnegare se stessi significa essere determinati a fare la volontà di Dio.
  7. Servono due padroni: la carne e lo spirito. Ma a loro va bene così. Non possono fare a meno dell’uno e dell’altro. Sono ambivalenti e non vogliono scegliere tra le due cose. Hanno Dio e il Diavolo nella testa, che gli suggeriscono due cose agli antipodi tra loro. E’ tipico del conflitto la difficoltà a prendere una decisione.

Le lacerazioni interiori che possono sorgere a causa dei conflitti (presunti o tali) con i fratelli in fede rivelano in sostanza che la convinzione maturata da chi ne soffre è in contrasto con quelle che dovrebbero essere le sue tendenze comportamentali. Non si può confliggere con se stessi e nello stesso tempo amare il prossimo come se stessi. Un tale comportamento rivela una nevrosi conflittuale che ha come origine un sentimento di inferiorità con una forte tensione antisociale, carnale e per nulla spirituale. Non si può aspirare a due mete completamente all’opposto: carne e spirito. Entrambe si escludono a vicenda.

Un vero dilemma per chi si lacera in continuazione è quello di sfuggire la scelta da prendere quando è consapevole che ciò che sta facendo è sgradevole da una parte e piacevole dall’altra. E’ come uno che piace mangiare dolci ma ha paura di ingrassare. Vorrei ma non posso. I conflitti attrazione/repulsione sono alla base di problemi comportamentali, se solitamente non si trova un compromesso. “Lascio la verità oppure no?”; “Mi avvicino di nuovo ai tdG oppure mi allontano definitivamente?”.

Alcuni si comportano come l’asino di Buridano, esitano tra due scelte, tra due modi per risolvere un problema, e non prendere posizione, perché entrambi possono essere validi o identici. Alla fine l’asino di Buridano si lascia morire perché non sa decidere tra due cumuli di fieno identici. Altri invece si comportano avvicinandosi prima e allontanandosi poi, da una religione che prima ritenevano piacevole e dopo spiacevole o viceversa. Durante la vita di congregazione, capita che alcuni sopprimano le cose positive e introducano incentivi negativi. Il problema in molti di questi casi sono le difficoltà nel trovare uno stile di vita alternativo, se non quello estremo di lasciare la congregazione invece di abbandonare in maniera definitiva il comportamento non propriamente cristiano.

Bisogna riconoscere che è molto difficile dare una equilibrata interpretazione del comportamento umano e dei conflitti interiori che esso genera. Nessuno ha in mano la bacchetta magica per ogni soluzione a qualsiasi problema. Alcuni fratelli, vittime dei conflitti interiori hanno lottato coraggiosamente per anni per non cadere. Forse ora sono stanchi e meno propensi a rimanere vigili, a restare in guardia. Non è facile impegnarsi in questo combattimento che logora i nervi e nello stesso tempo sopportare ogni cosa. La maggioranza dei cristiani spera nella vita umana in un perfetto paradiso. Queste ricompense per loro valgono più di ogni sacrificio.

Sappiamo che tra quelli che ci leggono, alcuni possono negare i conflitti interiori che stanno attraversando, contestando il nostro modo di vedere le cose. Altri invece sono incoraggiati a resistere perché leggono aspetti che fanno aumentare la loro capacità di trasformare i conflitti in forze positive. Fratelli “spaesati” hanno abbracciato forme di pensiero più o meno ostili alla congregazione cristiana e hanno scelto di allontanarsi da essa. Per questi la conflittualità esteriore o interiore ha solo una via d’uscita: la fuga. Eppure, il conflitto, nelle sue svariate forme ha un suo valore: sentirlo importante al punto da fargli la guerra. E’ lui che dobbiamo combattere non i fratelli. Il fatto che non tutti i conflitti sono risolvibili ci spinge a cercare una soluzione (Dio) che trascende i due contendenti (chi ne soffre e l’oggetto che fa soffrire).

I CONFLITTI SI RISOLVONO IN PROPORZIONE AGLI SFORZI FATTI PER RISOLVERLI

Trasformare il conflitto significa cercare nuove forme di crescita fondate sul perdono/e sulla riconciliazione. Perdonare e trasformarsi non significa dimenticare, far finta di nulla, negare il male ricevuto, minimizzare, giustificare o scusare: significa innescare quei processi spirituali che sappiano rigenerare lo spirito e l’unità, prima con se stessi e dopo con i fratelli. Il conflitto è mortale. L’unità è vitale. Ecco perché il conflitto interiore, se non risolto, è la rinuncia all’unitarietà del sé a favore di una molteplicità di veleni interiori. Dicono che viviamo in una società liquida, dove nulla è unitario e tutto è frammentato e la contraddizione non è risolvibile. Secondo questa mentalità, si può essere in un modo e poi in un altro opposto senza che questo generi contraddizione. I conflitti che lacerano il cuore sono una caratteristica dei nostri tempi. Se l’uomo non sacrifica se stesso non potrà mai essere in pace con se stesso. E i sacrifici – rinunciare soprattutto a quelli che si considerano propri diritti acquisti – tutti sono in grado di farli, ma non tutti sono disposti a farli.

Tags: , , , , ,

Trackback dal tuo sito.

Lascia un commento

inattivo.info

Inattivo.info è un sito aperto nel 2014 ed è rivolto ai testimoni di Geova non più attivi come un tempo e ai responsabili delle congregazioni.

Built by TANOMA