I replicanti di Blade Runner

Di tanto in tanto, dal pantano delle notizie, spunta la storia di un sommerso naufrago della fede, che racconta di essere stato affondato dai testimoni di Geova. Il suo racconto è la replica di tanti altri già sentiti, triti e ritriti, e che hanno in comune una sola cosa: combattere i TdG e il loro quartiere generale.

Nel film, l’unità Blade Runner ha la missione di eliminare esemplari insubordinati di “replicanti” androidi, destinati al lavoro nelle colonie spaziali. Quattro di loro hanno raggiunto la Terra per tentare di infiltrarsi nelle industrie che li fabbricano. Identici nell’aspetto agli esseri umani, sono incapaci di provare sentimenti.

La scena del film che più è rimasta impressa nella mente degli spettatori è quella recitata da uno dei quattro replicanti: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».

Il testo del monologo fa riferimento al passato del replicante – eventi impressionanti – di cui si rammarica che presto saranno dimenticati. L’evocazione di tali memorie sottolineano il lato umano di un androide, che incuriosisce e commuove chi lo ascolta.

La vita di Roy, il replicante, si chiude con un atto compassionevole verso Deckard, il poliziotto cacciatore della Blade Runner, che invece di ucciderlo lo lascia vivere. È un atto che innalza moralmente Roy al di sopra delle istituzioni che lo vorrebbero vedere morto.

Il monologo è una breve ed efficace sintesi del replicante quando militava nei corpi speciali extramondo. La frase è entrata nella storia del cinema. Nel linguaggio comune, viene usata col significato di “ho visto cose a cui è difficile credere”, il più delle volte riferito a episodi che vanno oltre i limiti del buon senso, del buon gusto e della stessa credibilità.

Non ce ne voglia chi potrebbe rimanerci male per l’accostamento che facciamo tra i replicanti di Blade Runner e quelli che raccontano di manipolazioni, inganni, coercizioni, storie di “atrocità”, viste o subite da ex, durante la loro permanenza tra i Testimoni di Geova.

Come in Blade Runner si cerca di raccontare la storia per non dimenticarla, racconti che devono commuovere e indignare chi le ascolta.

Gli atti di condotta di questi ex, quasi sempre irreprensibili – dal loro punto di vista –, ma anche quelle di altri Testimoni di Geova compiacenti, mirano a un contrasto con le azioni dei TdG, crudeli carcerieri e poliziotti che applicano la legge con spietatezza, fino all’eliminazione, se necessaria, dei nemici. Un’atrocità imposta dal loro quartiere generale di Warwick.

Tutte queste “dolorose” esperienze sono unilaterali e hanno in comune le stesse cose, storie sofferte e aberranti, che “voi umani non potreste immaginarvi”.

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