I ricomincianti

Bruno Ballardini, saggista ed esperto di comunicazione strategica, nel suo libro Gesù e i saldi di fine stagione, a pagina 230, scrive di un centro dove i “ricomincianti” esprimono il desiderio di ritornare alla Chiesa Cattolica dopo un lungo periodo di lontananza.

Si tratta di un’iniziativa pastorale il cui capofila è Henri Bourgeois (1934-2001), teologo che ha insegnato all’Università cattolica di Lione. L’obiettivo non è quello di trascinare queste persone in parrocchia, ma di far sapere loro che si può rientrare a qualsiasi età.

Il lavoro dei ricomincianti si svolge in gruppi, dove – invece di persuaderli a ogni costo – viene insegnata l’arte dell’ascolto. L’unico rischio è che il fedele recuperato non consideri la religione la stessa di quando l’aveva lasciata, non deve trovare le stesse abitudini, gli stessi riti, le stesse cose del passato, piuttosto uno spirito nuovo che possa appagare i suoi bisogni spirituali. Altrimenti che senso ha ritornare?

Questa esperienza si sta diffondendo sempre di più. Per noi di inattivo.info non è una novità. Abbiamo fatto conoscere ai nostri lettori queste iniziative attraverso gli articoli:

I lontani hanno in comune il bisogno di essere ascoltati, di essere messi nelle condizioni ideali per esprimere ciò che hanno dentro. Pongono domande, vogliono sapere, conoscere, avere delle spiegazioni. Hanno una ferita da guarire e capire perché la loro fede a un certo punto si è interrotta.

In genere si riavvicinano in occasioni come il battesimo, la comunione e la cresima di un loro figlio. Hanno bisogno che qualcuno preparato e maturo li segua e li capisca. Vogliono essere riaccompagnati nelle fede e seguiti in modo personale presso gruppi o centri di accoglienza specifici. Questi percorsi si rivelano una benedizione per chi ricomincia e per i ricomincianti.

Queste persone hanno un “passato” da rielaborare; la loro fede non ha retto alle prove della vita. Hanno bisogno di giungere a una fede adulta; spesso hanno alle spalle problemi non risolti con la Chiesa. Cercano una “porta aperta” e qualcuno che li sappia accompagnare.

In casi come questi ha una rilevanza importante l’atteggiamento della comunità. Come vengono accolti? La comunità è preparata ad accoglierli? I sacerdoti eviteranno l’errore di voler alfabetizzare i lontani? Si spera che un’accoglienza cordiale e pratica renda la fede immune da altre verità e la rafforzi di fronte ai problemi, così “come fanno i testimoni di Geova con i nuovi convertiti”.

Secondo le loro indicazioni, un altro pericolo da evitare è un’eventuale reazione infastidita dei recuperati, causata dalla convinzione che il prete non esca dal suo mondo sacerdotale e non comprenda invece il mondo dei lontani. D’altra parte non bisogna essere troppo accondiscendenti. Evitare se possibile il linguaggio preconfezionato, le ammonizioni e i giudizi negativi. Usare cautela quando si entra nel privato della persona.

Una volta dentro, si adotterà con il lontano una pedagogia idonea agli adulti e un linguaggio chiaro, che non richiami a un modo di concepire il ritorno come quello di trenta, quaranta o cinquant’anni fa. Inoltre, nelle conversazioni personalizzate si dovrà fare buon uso della Parola di Dio, lasciando spazio e tempo affinché il lontano interiorizzi quanto apprende.

“Ogni cristiano dovrebbe essere in grado di «rendere ragione della speranza che è in lui» (1 Pt 3,15). Sul posto di lavoro qualcuno ci interpella sul nostro comportamento, chiedendoci spiegazioni; delle volte suonano al nostro campanello i testimoni di Geova; soprattutto c’è la responsabilità di testimoniare la propria fede e accompagnare ad una maggior adesione a Cristo i figli e i familiari […] Tutto questo ogni cristiano dovrebbe saperlo fare: esprimendo così la fede di cui è convinto. Se questo non accade, vuol dire che qualcosa non funziona: perché non si è abbastanza convinti, perché la fede non è sufficientemente motivata”.

L’accompagnamento non sta solo nel garbo con cui trattare queste persone, ma anche nella capacità di aiutarle a percepire la fede con il cuore e a riesprimerla appropriatamente nel loro universo culturale e personale.

“Spesso noi ci interessiamo dei problemi degli altri, li ascoltiamo: poi quando se ne sono andati, li abbiamo già dimenticati, e rimangono problemi loro. Invece, devono diventare problemi nostri e non lasciarci più in pace finché non li avremo risolti con loro […] molto spesso avviene invece che la vita cambi quando le persone sono toccate da un gesto, semplice e umile; quando sentono una commozione improvvisa salire dal nostro cuore; quando scoprono anche nella nostra vita le medesime sofferenze. Si sentono in sintonia, cominciano a vibrare e a cambiare”.

“Di qui la necessità di rompere gli schemi abituali della nostra catechesi degli adulti, tracciando nuovi percorsi, stabilendo orari inusuali, utilizzando tecniche di animazione per far circolare la parola e aiutare i partecipanti ad esprimersi in un ambiente in cui si trovino a proprio agio, riformulando la fede in un linguaggio semplice, comprensibile e, nello stesso tempo, efficace. In concreto […] entrare nella vita dell’altro, con dolcezza, chiedendo ospitalità nella sua esistenza: là l’aiuteremo a ripulirsi delle macerie dei suoi fallimenti e a riempire le sue solitudini, cercando insieme le vere motivazioni con cui si è messo in cammino…”. (La riscoperta della fede, Laboratorio nazionale per la formazione, Grottaferrata, 17 novembre 2007)

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