I testimoni di Geova a rischio empatia

Quando il buono diventa cattivo ovvero il pericolo di immedesimarsi psicologicamente nel lato oscuro di un altro.  

L’empatia viene definita la capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo. (Dizionario di psicologia di Umberto Galimberti, Garzanti) L’empatia richiede una disposizione ricettiva che consenta di «entrare nel ruolo degli altri».

L’uomo ha la capacità emozionale di vivere più negli altri che in se stesso, più nella comunità che come singolo individuo. La capacità di intuire la sofferenza altrui e quindi reagire in una maniera che avvicini all’altra persona, invece che allontanarla, è un requisito di infermieri, venditori, insegnanti, e perché no, anche di tgG. Uno degli apprendimenti principali dei tdG è proprio l’empatia, la capacità di provare sentimenti che inducono all’azione, come si legge in 1 Pietro 3:8 “siate tutti concordi, mostrate empatia, affetto fraterno, tenera compassione e umiltà”.

Pietro imparò questi sentimenti da Gesù. Apprese il modo come Gesù riusciva a comprendere ciò che accade nel cuore dell’uomo e l’acutezza nel percepire il dolore degli altri. Con la sua vita, Gesù ci insegna a vedere gli altri in un modo diverso, condividendo i loro sentimenti e sostenendoli nei momenti di abbattimento. Chi meglio di Pietro avrebbe potuto comprendere in profondità l’empatia di Gesù dopo quei momenti di debolezza che lo portarono a rinnegare il suo maestro?

Anche se le cellule, individuate negli animali, definite “neuroni a specchio” non sono state ancora identificate nell’uomo, l’idea che siamo predisposti o “programmati” a sentire quello che sentono gli altri è diventata una delle argomentazioni più discusse della neuroscienza. Comunque, l’istinto naturale che stimola l’uomo all’azione mettendosi nei panni dell’altro e a provare certe emozioni è sempre stato presente, in una certa misura, nella natura umana.

Per quanto concerne i testimoni di Geova, la loro struttura spirituale presenta, tra le altre cose, tre importanti aspetti: ascoltare, osservare, immedesimarsi. Ascoltando attentamente essi vengono a conoscenza dei problemi che gli altri affrontano. E più ascoltano attentamente, più è probabile che le persone (del territorio e della congregazione) aprano il cuore e rivelino i loro sentimenti. Obiettivamente non tutti diranno apertamente ciò che provano o ciò che stanno attraversando. Per questo motivo, osservare con attenzione gli stati d’animo degli altri, percepire con acutezza un problema allo stato iniziale è di vitale importanza per i tdG, perché permette di immedesimarsi per capire come si sentono gli altri, del tipo di reazione che hanno e soprattutto di cosa hanno bisogno.

Comprendere la sofferenza di una persona afflitta, in modo da provare compassione per lei serve ad aiutarla invece di condannarla. Le pubblicazioni dei tdG contengono informazioni che aiutano i lettori a essere più sensibili ai sentimenti di chi soffre. L’empatia mostrata dai tdG è un mezzo per far breccia nel cuore delle persone. Anche chi ha un carattere che non brilla per empatia viene incoraggiato a coltivare questa qualità, in armonia con il principio di Atti 20:35 “c’è più felicità nel dare che nel ricevere”.

Fin qui tutto bene, nulla da eccepire. Dove sta allora il problema? Contrariamente a quello che generalmente si pensa, l’empatia può in realtà portare a immotivati atteggiamenti non proprio cristiani. Chi empatizza i problemi dell’altro in maniera squilibrata e sproporzionata alle sue capacità di interiorizzare tende a essere più aggressivo nei confronti di chi non c’entra nulla col problema e che viene considerato in maniera impropria un avversario. Si tende a sottovalutare l’impatto che può avere il sentire la sofferenza di altre persone. In pratica, se mi metto nei panni di un bullizzato, per bilanciare le cose, esiste il pericolo che si scateni in me un atteggiamento da bullo. Cioè ripagare con la stessa moneta o reagire allo stesso modo del colpevole per una questione di equa giustizia, una sindrome da immedesimazione.

Ascoltare discorsi negativi su altri compagni di fede o lasciarsi coinvolgere emotivamente in storie raccapriccianti tutte da verificare, a volte inventate o ingigantite, può spingerci a immedesimarci in tali situazioni da non accorgerci poi di essere diventati parte integrante, sostenendo una parte e condannandone l’altra. E’ come se il cristiano empatico stringesse un patto d’acciaio con il cristiano negativo stringendosi le mani col filo spinato. Questo succede quando non si riesce più a controllare le proprie emozioni. A volte, gli empatici sono così profondamente consapevoli delle emozioni altrui, come ad esempio la tristezza, che potrebbero diventare depressi sotto la sua influenza. Possono stancarsi estremamente quando cercano di capire le emozioni degli altri. A volte rimangono sconvolti quando percepiscono sentimenti negativi sulla congregazione. E poi ci meravigliamo perché i fratelli non vogliono più ascoltare certe nostre emozioni.

I tdG empatici che si mostrano gentili, disponibili, generosi, possono essere sfruttati da persone prive di scrupoli e da lamentatori seriali. E quando se ne accorgono rasentano la depressione. Per assurdo, il tdG che si interessa troppo del prossimo, potrebbe non interessarsi per nulla di sé stesso, sia in senso fisico che mentale. Alla fine troppo stress lo induce a trascurare le sue attività principali. Non riesce a capire quando è il momento di abbandonare una situazione che non ha sbocchi. Questi fratelli, anche se si rendono conto di non farcela, non rinunciano ad aiutare gli altri. È più forte di loro. E sono i più usati in congregazione, ma anche i primi a scoppiare emozionalmente. Sono molti tra di loro quelli che prima rinunciano per forza maggiore agli incarichi e poi, talmente spossati e logori, intraprendono la strada dell’inattività. Ora che sono loro ad aver bisogno di empatia, chi si rende disponibile in congregazione per aiutarli?

Gli anziani non devono caricare eccessivamente altri anziani o altri fratelli di un peso emozionale che va oltre le naturali possibilità di sopportazione. Ma anche il tdG empatico deve avere la forza e l’equilibrio di dire basta, prima ancora di andare in burnout. Definire meglio le vostre priorità vi aiuterà a prendere decisioni difficili e a fare delle rinunce. Rendetevi conto che il mondo, ma anche la congregazione preme perché adottiate come vostre le priorità degli altri. Probabilmente avete una scala di valori diversa e altri possono mettere al primo posto certe attività, ma questo non significa che dobbiate farlo anche voi. Usate buon senso, siate realisti e imparate a dire no, prima che vi “raccolgano col cucchiaino”. Perciò, trovate il tempo per concedervi il giusto riposo e uno svago equilibrato.

«È meglio una manciata di riposo che una doppia manciata di duro lavoro e un correre dietro al vento». – Ecclesiaste 4:6.

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