Il canto di un pastore errante

leopardiluna

Grande è l’uomo quando si riconosce, nell’infinito universo di Dio come “una goccia nel secchio”, “un velo di polvere sulla bilancia”.

Grande è l’uomo quando si riconosce,

nell’infinito universo di Dio,

come “una goccia nel secchio”,

“un velo di polvere sulla bilancia”

I Kirghisi sono un popolo nomade, allevatori di bestiame e portatori tipici della cultura pastorale dell’Asia Centrale. Durante la loro attività di pastori, amano passare le notti seduti su una pietra a guardare la luna e a improvvisare canti malinconici. Essi hanno ispirato Leopardi a comporre una delle sue opere poetiche più belle: Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. In questo canto, il poeta descrive la vita della luna, simbolo visivo dell’universo e depositaria di una conoscenza cosmica del trascorrere del tempo. La luna conosce cose che sono nascoste al pastore. La luce splendente delle stelle rende così infinito l’universo da spingere il pastore a chiedere quale sia il significato della vita umana in una vastità così immensa. Cosciente della natura del proprio ruolo, il pastore rappresenta per il poeta l’uomo pensante, che con il suo ardente desiderio di conoscenza universale, è il simbolo più adatto a interpretare le preoccupazioni dell’esistenza umana.

Attraverso un lungo monologo, il pastore con la sua voce semplice e genuina, si rivolge alla luna ponendo interrogativi che riguardano l’esistenza umana. Per Leopardi, la vita del pastore è simile a quella della luna. Inoltra, egli paragona la vita umana a un vecchio, che con il suo pesante fardello attraversa valli e montagne, affrontando con coraggio le avversità e le intemperie. Il vecchio corre affannosamente senza mai un attimo di riposo; lacero e sanguinante giunge infine in un abisso, dove le sue fatiche precipitano e i suoi ricordi cancellati.

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

 Mezzo vestito e scalzo,

 Con gravissimo fascio in su le spalle,

 Per montagna e per valle,

 Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

 Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

 L’ora, e quando poi gela,

 Corre via, corre, anela,

 Varca torrenti e stagni,

 Cade, risorge, e più e più s’affretta,

 Senza posa o ristoro,

 Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

 Colà dove la via

 E dove il tanto affaticar fu volto:

 Abisso orrido, immenso,

 Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

 Vergine luna, tale

 È la vita mortale.

luna-pastore

Nel canto la luna rappresenta quella forza spirituale e imperscrutabile che regge le sorti dell’universo e degli esseri viventi. La luna è per il pastore una presenza consolatrice muta che provoca in lui sano timore e inquietudine. Questo tendersi verso l’infinito, Leopardi lo definisce in senso nobile noia o tedio, a causa dell’insaziabile innato desiderio spirituale dell’uomo di non accontentarsi delle cose finite. E’ la necessità umana di avere uno scopo che corrisponda ai desideri del suo cuore; bisogno che può essere soltanto soddisfatto vivendo una vita spirituale profonda che sia in grado di persuadere l’uomo razionale.

Quando vedo i tuoi cieli, le opere delle tue dita,

La luna e le stelle che tu hai preparato,

 Che cos’è l’uomo mortale che tu ti ricordi di lui,

E il figlio dell’uomo terreno che tu ne abbia cura?

Lo facevi anche un poco inferiore a quelli simili a Dio,

E lo coronasti quindi di gloria e splendore.

Lo fai dominare sulle opere delle tue mani;

Hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi:

Bestiame minuto e buoi, tutti quanti,

E anche le bestie della campagna,

Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,

Tutto ciò che passa per i sentieri dei mari.

(Salmo 8)

Leopardi cerca di descrivere in maniera lucida la natura del nostro animo, richiamando alla mente le differenze tra il pastore e il gregge. Nonostante tutt’e due stiano sdraiati e riposino sull’erba, il pastore prova invidia perché il gregge soffre pochi dolori, e ogni timore grande per quanto sia, presto lo dimentica. Il pastore cura le pecore e le conduce presso luoghi tranquilli e ben irrigati, perciò, gran parte della loro esistenza scorre via senza affanni e noia esistenziale (tedio). Riposando nel sano ozio ogni animale è contento, mentre lui gode di pochi piaceri e di tanti affanni.

O greggia mia che posi , oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge  

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Volendo cogliere un significato morale e biblico alle parole di questo canto, si può dire che esse servono a riequilibrare la presunzione umana di voler polemizzare a tutti i costi sull’operato del pastore e su quello delle pecore nell’ambito delle congregazioni e a demistificare la pretesa umana di manipolare a proprio uso e consumo la realtà teocratica di questo importante incarico nel popolo di Dio. Pur mostrando rispetto per il sentimento religioso di insoddisfazione e di inquietudine che deriva da un tendersi  esausto verso le cose celesti, è sempre bene ricordarsi che nell’infinito universo di Dio siamo come “una goccia nel secchio”, “un velo di polvere sulla bilancia”, troppo piccoli per sentirci grandi.

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