Il cieco di Gambassi

Giovanni Gonnelli: la storia straordinaria di un artista che nonostante la cecità continuò a scolpire straordinari ritratti.

La storia dell’arte racconta di esperienze affascinanti, anche se poco note al pubblico. Una di queste storie riguarda un piccolo paese in provincia di Firenze, Gambassi Terme, che diede i natali a Giovanni Gonnelli (1603–1656), la cui vista cominciò a deteriorarsi intorno ai vent’anni, per perderla definitivamente dieci anni dopo.

C’è chi non crede che quelle opere così ben fatte siano il prodotto della mano di un cieco. Anche se messo alla prova, Gonnelli realizza al buio un ritratto in terracotta, che “meritò la lode del più bello che fosse dalle sue mani uscito mai fino a quel dì”. Uno dei lavori di eccezionale somiglianza alla realtà è il busto in ceramica di papa Urbano VIII. L’artista è orgoglioso di farsi chiamare “Il cieco di Gambassi”, a voler dimostrare di non essere da meno da altri scultori del suo tempo. E’ la sua passione per l’arte che lo motiva a creare ritratti che hanno dell’incredibile.

Il dipinto in alto è di Livio Mehus (1627–1691), un pittore fiammingo, che ritrae Giovanni Gonnelli. Al cieco di Gambassi non gli sono mai state dedicate mostre. Ciononostante chiunque conosca anche pochi particolari della sua vita, ne rimane affascinato. E’ la storia di un uomo che pur privo della luce degli occhi, con la sola forza della fantasia e del tocco delle sue dita, raggiunse nelle sue opere una perfezione degna di molte lodi.

Che dire di coloro che hanno abbandonato il culto dei tdG e in senso metaforico, secondo una parte di essi, sono diventati ciechi in senso spirituale? O di quel genere umano, che al di fuori di essi, vive nelle tenebre spirituali, dove Satana, l’Iddio di questo mondo ha accecato le menti degli increduli? (2 Cor. 4:4)

Nell’articolo Dialogo nel buio, si legge:

Troppo spesso ci sentiamo rassicurati nella nostra normalità e non consideriamo che la normalità degli altri è fondata sulle emozioni e sui sentimenti, che fanno parte della stessa natura umana, sia se si è “normali” oppure ciechi, zoppi, sordi o muti. Normalità… chi può considerarsi normale? Se un fratello abbandona il popolo di Geova viene considerato un handicappato spirituale? Sì, purtroppo. Egli è considerato un malato spirituale. Si tratta di un problema che rischia di moltiplicarsi quando oltre ai pregiudizi, alla paura e all’ignoranza, si offre l’alibi al Testimone “normale” di chiamarsi fuori dal gioco. La paura di relazionarsi con chi si è allontanato dall’organizzazione è dovuta spesso alla mancanza di compassione, empatia e misericordia.

UNA FEDE “CIECA” E UNA CHE “VEDE”. Essere ciechi è cosa ben diversa da non vedere. Il nostro buio non è il buio dei ciechi. Loro si organizzano la vita basandosi su quattro sensi. Continuano a vivere nella società. Ne fanno parte. Per i ciechi il buio è parte del loro mondo. Comprendere le differenze è anche questo uno dei modi migliori per intraprendere la strada della fratellanza. Tutti guardiamo le stesse cose ma le vediamo in modo diverso, ciò è dovuto alla nostra educazione, all’ambiente in cui siamo cresciuti e ai pregiudizi che abbiamo. Di fronte a un problema delicato come l’inattività, le difficoltà vanno affrontate cercando le possibili soluzioni.

Alcuni “vedono” soltanto il bene delle regole non quello dell’uomo e nemmeno l’evidenza dei fatti. Scelgono di rimanere spiritualmente senza discernimento. La cecità spirituale è peggiore della cecità letterale. Soltanto chi tiene gli occhi aperti sui bisogni dei fratelli, attivi e non, può vederli come li vede Geova. Il cieco di Gambassi può aiutarci a capire che nella vita non esistono ostacoli impossibili, se uno vuole può “vedere” il fratello lontano anche al buio, basta usare in modo adeguato le “facoltà di percezione” di cui Dio ci ha dotati. (Ebrei 5:14)

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