Il complesso di Telemaco

In questi anni abbiamo avuto modo di conoscere svariate motivazioni che hanno indotto parecchi tdG ad allontanarsi dalla congregazione. Fra queste ce n’è una un po’ particolare, che ha una certa somiglianza con la parabola del figlio prodigo, però al contrario.

Molti di noi conoscono questa parabola di Gesù, descritta in Luca 15:11-32. Commovente è la figura del padre che non ha mai smesso di sperare nel ritorno di suo figlio. Ogni giorno guardava lontano sperando di vedere la figura del figlio minore avvicinarsi a casa.

Nell’Odissea di Omero, Ulisse ha un figlio, Telemaco, che ha dovuto abbandonare per partire per la guerra di Troia. Un’assenza durata vent’anni. Le condizioni a casa di Ulisse sono peggiorate a causa dei Proci che vogliono prendere il suo posto e sposare Penelope. Nonostante Telemaco sia costretto ad assistere a questo scempio, non smette mai di sperare nel ritorno del padre. Non lo attende in maniera impotente, prova a prendere alcune iniziative per salvaguardare la sua terra dalla violenza dei Proci. Intraprende anche un viaggio avventuroso e pericoloso alla ricerca del padre. Iniziative ricompensate finalmente dall’arrivo di Ulisse che sistemerà le cose a Itaca.

Telemaco è legato al complesso che porta il suo nome e che lo psicanalista Massimo Recalcati, nel suo libro Il complesso di Telemaco, genitori e figli dopo il tramonto del padre, considera come «il rovescio di quello di Edipo». Perché se quest’ultimo considerava il padre come un rivale, Telemaco attende fiducioso il padre Ulisse, non certo per rivaleggiare con lui, ma perché ci sia un ritorno a quella legge che metta giustizia sulla sua isola, devastata dai Proci usurpatori. Spera di vederlo venire dal mare con la sua flotta vittoriosa, invece lo vedrà nelle spoglie di un mendicante. Anche il padre della parabola vede arrivare il figlio vestito di stracci.

Nel vangelo di Luca, il padre attende ogni giorno l’arrivo del figlio “perduto” guardando lontano da casa, oltre le montagne, mentre nell’Odissea di Omero, Telemaco guarda il mare in lontananza. In Isaia 57:20 si dice che il mare agitato caccia fuori alghe e fango. Le onde furiose del mare non restituiscono interamente la nave affondata, ma solo frammenti, resti e pezzi staccati. Nonché cadaveri e in pochi casi naufraghi che riescono con le loro ultime forze ad arrivare a riva. Tuttavia, la furia del mare restituisce sempre qualcosa alla terra, e questa è la speranza di Telemaco ogni volta che guarda l’orizzonte del mare, unita naturalmente al suo desiderio di vedere la giustizia trionfare nella sua casa.

In un certo senso è anche il desiderio dei fratelli che non sono più attivi, quello di vedere un giorno sistemate le cose che non funzionano nelle congregazioni. Vedono i Proci simbolici occupare la sua casa e non poter far nulla. Forse come Telemaco si sono arrischiati a fare un viaggio lungo e pericoloso in questo mondo alla ricerca del padre perduto. E mentre sperano che “la notte dei Proci” abbia termine, attendono fiduciosi che il Padre ritorni e rispristini pienamente la sua volontà.

Telemaco e il padre della parabola non vivono questa assenza come un ostacolo, come un conflitto, ma con la certezza che gli eventi prima o poi cambieranno, anche quando il vento è contrario. Tutt’e due sono aperti agli scenari futuri, guardano oltre la dimensione dell’orizzonte. Loro non vedono questa assenza come un atto irresponsabile, come un’eclissi permanente. Sono aperti a nuovi orizzonti. Prima o poi il mare dell’umanità restituirà ciò che sperano. Sia Ulisse che il figlio prodigo non sono affogati nel mare della disperazione e chi li attende lo sa bene. Una tale assenza non provoca traumi in chi li aspetta, non si tratta nemmeno di nostalgia, ma di giustizia, di vedere finalmente le cose a posto. Sia il padre del prodigo che Telemaco non si scagliano contro i loro familiari, non fanno la guerra alla propria casa. I veri fratelli sono come Telemaco che aspetta suo padre, e come il padre che attende suo figlio il prodigo. Non sono ostili ai loro fratelli spirituali e a quelli della loro casa.

Il problema per il Telemaco simbolico è di vivere il proprio disagio in un mondo dove il senso umano delle cose spirituali è oltraggiato, umiliato e offeso. Anche il nome Telemaco ha un suo significato particolare, vuol dire “colui che combatte da lontano”. Allo stesso modo, pur se lontani, questi fratelli combattono, per quanto è loro possibile, le ingiustizie teocratiche e gli abusi perpetrati. Lo fanno senza mai rinnegare Geova e il suo popolo. Telemaco non solo è il naturale erede così come lo è il figlio prodigo, non solo l’uno cerca suo padre e l’altro attende suo figlio, ma Telemaco non si ritiene vittima del padre, anzi lui è un giovane che ha bisogno del padre, così come si accorse di questo bisogno anche il prodigo quando era lontano dal padre. Secondo noi, questo è un punto significativo del complesso di Telemaco: ogni fratello lontano sente il bisogno della vicinanza del Padre, cioè di Dio. Ma è lontano dalla casa per colpa dei “Proci”.

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