Il discepolo scontento

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E’ necessario essere attivi, inattivi, ex, appartenere a una qualsiasi religione o non appartenere a nessuna di esse, per essere contenti?

Questa storia non si sa fino a che punto sia reale. Ogni volta che si racconta, è arricchita o spogliata di particolari. Potrebbe essere la storia di tanti e di pochi. L’unica cosa certa è la sua morale. E’ la storia di un giovane, che insoddisfatto della sua vita, si separa da suo padre e dagli affetti più cari. La sua anima è vuota. Per scoprire qual è il suo Sé interiore, decide di vivere con gli asceti.

Accetta di diventare discepolo di uomini colmi di abnegazione e ostili ai desideri della vita. Dopo aver soppresso i suoi sensi e i ricordi del passato, scopre che nessun tentativo è valso per fargli conoscere il Sé. Amareggiato e deluso perde ogni speranza. Il discepolo scontento, ha imparato che non si può imparare nulla.

Quando viene a sapere di un maestro saggio, abbandona ogni cosa e si unisce a lui. Diventa suo discepolo. Dopo aver conosciuto i suoi insegnamenti, ha imparato che un maestro non è necessario. Questa scoperta non segna la fine della ricerca del Sé, ma un nuovo inizio. Ora, si sente un vero uomo, il maestro di se stesso. Sceglie una vita nuova, tutta per sé.

Anela a nuove esperienze, quelle dei sensi, delle piacevolezze della carne. Egli gode delle ricchezze che si è fatto e dei piaceri di cui si circonda. Poi, un giorno, placato da una vita di lussi, smette di cercare. Scopre che la vita dedita ai piaceri è sciocca quanto quella dell’ascetismo. Ha imparato che i piaceri della vita non lo appagano. Non è ancora riuscito a trovare il Sé interiore.

Ora è di nuovo in viaggio. Vaga senza mete. Stanco e affamato, si ritrova nei pressi di un fiume, dove pensa di suicidarsi. Una parte nascosta del suo Sé riesce a fermarlo. Ha imparato che la pace non si ottiene con la distruzione del corpo. Non più giovane, deve ricominciare a vivere come un bambino. Non è amareggiato.

Sente un gran desiderio di ridere. E’ il riso della libertà. Il suo orgoglio è morto e con esso l’asceta e l’uomo dissoluto che era stato prima. Decide di fermarsi sulla sponda del fiume per imparare i suoi segreti.

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Impara ad aprirsi e ad ascoltare le voci del fiume. Apprende la totalità e la simultaneità dell’uomo con la natura. Impara a vivere con le cose così come sono, accanto al fiume, aiutando altri ad attraversarlo. Impara che la saggezza non è altro che pensare, sentire e respirare la vita.

Ogni essere è un tutt’uno con la natura, una parte integrante della vita che Dio ha donato. Ora, riesce a udire le voci della sua giovinezza, delle persone che ha amato e perso.

Ode le voci fluire verso il mare, vede l’acqua del fiume trasformarsi in vapore, salire al cielo e ricadere sottoforma di pioggia o trasformarsi in rugiada. E’ il ciclo continuo della vita, dove ogni cosa si trasforma in quella di prima e dove nulla si perde.

Le distinzioni che l’uomo fa sono solo illusioni. Alcuni si convincono di avere la verità, ma è sconvolgente scoprire che il contrario di questa verità è egualmente vero. Il giovane, invecchiato e alla fine dei suoi giorni, ha dovuto esaudire i suoi desideri per imparare che non serve un maestro per guidarlo, una vita ascetica o dissoluta per trovare il proprio Sé.

Riluttanti a tollerare le ambiguità della vita, i suoi misteri e la sua inevitabilità, molti cercano certezze e pretendono che altri gliele forniscano. Si cerca disperatamente la verità delle cose, il saggio, il maestro e chiunque mostri la via. Non si sopporta di vivere la vita così com’è, senza essere speciali in essa.

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E se si accettasse che non ci sono uomini più forti, più saggi di altri e che la guida è da ricercare altrove? Chi appartiene a una religione, deve rendersi conto che la presenza di un vescovo, un sorvegliante, un prete, un pastore, un monaco, un anziano, un missionario, un pioniere, un papa, un patriarca, un sinodo, un corpo direttivo, è irrilevante per la propria fede e la propria spiritualità.

La vita è la nostra e ognuno è responsabile delle sue scelte. Non si voltano le spalle all’ombra senza avere la luce di fronte. La vera luce sono Dio, Gesù e la Bibbia, tutto il resto è ombra di essi. Ciò che è curvo di altri non si può raddrizzare e ciò che gli manca non si può avere. Ciò che ci manca dobbiamo trovarlo prima in noi stessi, nel nostro cuore. “Io sono la Via, la Vita e la Verità” – disse Gesù.

Per questo motivo il discepolo è contento di seguire Gesù, perché lui è d’indole mite e modesto di cuore. Ristora l’anima affaticata e oppressa. Il discepolo è contento di imparare da lui, perché il suo giogo è piacevole e il suo carico è leggero. Il discepolo di Cristo ha imparato che non ha bisogno di conoscere il suo Sé e la verità che gli altri gli propinano per essere contento. E’ necessario essere attivi, inattivi, ex, appartenere a una qualsiasi religione o non appartenere a nessuna di esse, per essere contenti? Per alcuni sì, per altri no.

Ad ogni modo, il discepolo scontento ha capito che per essere contento deve prima essere contento di sé, perché la contentezza non dipende dagli altri o dall’appartenenza a una religione che affibbia etichette e giudica secondo i propri criteri chi deve essere contento e chi no. La contentezza dipende da sé stessi e dal proprio rapporto con Dio, la vera fonte della contentezza. E’ questa la morale della storia.

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