Il divin dolce zufolio del flauto

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Il flauto fatto dalla canna soffre la separazione dal canneto. Allo stesso modo l’uomo soffre  l’allontanamento da Dio.

Ascolta il flauto di canna, com’esso narra la sua storia, com’esso triste lamenta la separazione. Da quando mi strapparono al canneto ho fatto piangere uomini e donne al mio dolce suono. Un cuore io voglio, un cuore lacerato dal distacco dell’Amico, che possa spiegargli la passione del desiderio dell’Amore, che chiunque rimanga lontano dall’Origine sua, sempre ricerca il tempo in cui vi era unito…

Il canto di una canna, è l’inizio di un’immensa opera di Rumi, il poeta mistico sufi più famoso al mondo, conosciuto essenzialmente per la cerimonia dei dervisci rotanti.

La canna di flauto, recisa dal canneto, con il suo dolce zifulio, evoca la condizione dell’uomo separato da Dio. Il suono del flauto sopperisce questa mancanza facendo rivivere quei momenti di felice unione con Dio. L’uomo non riesce a dimenticare quella sensazione di dolcezza che ha provato quando serviva il suo Creatore.

Come il suono del flauto non appartiene allo strumento ma al suonatore, così gli uomini di Dio hanno sentito nei loro cuori il soffio dello Spirito di Dio. L’uomo non può fare a meno di questo soffio della vita che non gli appartiene.

Oberati da mille problemi ci dimentichiamo spesso della nostra origine. Il modo in cui possiamo riportarla alla memoria è ascoltare la nostra voce interiore. Il canto di una canna, racconta la storia di ogni separazione, anche quella della morte di una persona cara: “Da quando mi hanno strappato via dal canneto, le persone hanno diffuso il loro dolore attraverso la mia musica”.

Per il cuore, la separazione è lacerante, ma esso è anche capace di trasformare in parole il dolore della nostalgia, instillando nell’anima il desiderio di ricongiungersi a Dio. “E’ la forza del fuoco, cioè l’amore a dare calore alla mia voce; l’amore rivela se stesso nel modo in cui piange il cuore”, scriveva Rumi.

Il flauto propone all’anima lontananze spesso dimenticate. Cerchiamo tutti la nostra fonte. Siamo canne strappate e cerchiamo disperatamente il canneto della nostra appartenenza. Strumento e uomo soffrono entrambi della stessa malinconia: il flauto fatto dalla canna soffre la separazione dal canneto, così l’uomo soffre e rimpiange l’allontanamento da Dio.

Appropriatamente la Bibbia definisce il suono del flauto “la voce di chi piange”. (Giobbe 30:31) Come il flauto, l’inattivo di Dio è intimamente triste perché ha nostalgia del canneto da cui è stato tagliato. Là era vivo e unito alla sua radice. Da quando l’hanno tagliato dal canneto, l’inattivo si percuote e geme. Il suo cuore è straziato dalla separazione.

Ogni momento anela al ritorno presso la fonte della vita e spera in una riunificazione con Dio. La canna del flauto è compagna di tutti quelli che sono separati da Dio e la sua melodia continua a trafiggere i cuori di quegli uomini che bramano ancora ricongiungersi a Dio.

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