IL DNA GENTILE

È vero che la gentilezza ha un impatto positivo sul nostro DNA e ne allunga la vita?

Sembrerebbe di sì, secondo quanto affermano gli autori del libro Biologia della gentilezza. Una serie di studi scientifici ha evidenziato una relazione tra il mondo interiore e la genetica del corpo umano. Le ultime ricerche affermano che il DNA non è rigido e può essere modificato. Ad esempio creare relazioni felici fa bene alla salute e migliora la qualità della vita. (Vedi articolo in fondo).

La parola “gentilezza” richiama il senso del garbato, del dolce, dell’amabile. In latino, gentilis deriva da gens e indica un gruppo familiare allargato e di appartenenza con reciproci doveri di difesa e assistenza.

La gentilezza è il linguaggio che il sordo può sentire e il cieco può vedere. (MARK TWAIN)

Essere “gentili” richiede una nobiltà d’animo capace di mostrare rispetto, cura benigna e reciproco riconoscimento. Alla base di qualunque rapporto fraterno tra gli esseri umani c’è la gentilezza. La felicità che deriva dall’essere gentili non dipende se la mostriamo a persone amiche o sconosciute. È l’atto in sé che rende felici.

“Chi parla con gentilezza avrà il re per amico”, recita Proverbi 22:11. Chi è gentile ha la grazia sulle labbra e questo modo di parlare lo rende attraente anche alle persone che hanno autorità, che lo considerano come un amico. Geova è l’esempio più grande al riguardo: tratta gli esseri umani con grande gentilezza e rispetto.

Il buon comportamento dipende dalla buona educazione.

La sana educazione è quella gentilezza che deriva dall’amore per Dio e per il prossimo, è la considerazione che diamo ad altri, l’attenzione che mostriamo ai loro sentimenti. La gentilezza funziona sempre e ovunque, perché ha la forza di risolvere i problemi con gli altri.

“L’uomo buono fa del bene a sé stesso, ma quello crudele si fa del male”, constata in maniera realistica Proverbi 11:17. Per trovare sollievo dallo stress il cristiano deve trattare prima di tutto sé stesso con gentilezza, evitando di sminuirsi.

I cristiani che hanno responsabilità nelle congregazioni devono rimproverare quelli non favorevolmente disposti e coloro che si allontanano dalla fede.

Non useranno parole come “spregevoli nemici”, “vermi che se messi insieme non sono un bello spettacolo”, “svaniranno come il fumo”, “noi non ci rallegriamo quando muore qualcuno, ma se si tratta dei nemici di Geova, finalmente ce ne siamo liberati”, “soprattutto quei spregevoli apostati”.

È vero che i responsabili devono proteggere il gregge di Dio da influenze deleterie e false filosofie, ma devono farlo con l’obiettivo di ristabilire, non di distruggere quelli che s’allontanano. Devono farlo con uno spirito gentile e mite, badando che essi per primi non siano tentati.

Se si devono curare teneramente le pecore sane, tanto più si dovrebbero considerare con gentilezza le pecore malate! I sorveglianti devono essere comprensivi quando cercano di aiutare e soccorrere quelli che sono malati spiritualmente. Dovrebbero ricordare che le pecore sono di Dio.

Certi termini, la persona gentile non le usa. Se nella Bibbia si trovano aggettivi forti per descrivere una categoria di persone e Geova ha permesso di farle scrivere, lasciamo che sia Lui a predire e adempierle. Soprattutto aspettiamo in silenzio i suoi giudizi. Non spetta a noi ciò che spetta a Geova.

Da parte nostra ubbidiamo alle parole di Gesù, che disse: “Continuate ad amare i vostri nemici e a pregare per quelli che vi perseguitano” (Matteo 5:44). La gentilezza rende più penetranti e aggraziate le nostre parole (Proverbi 25:15).

Per quanto sia possibile è meglio essere gentili con tutti, inclusi i ‘nemici’, onde evitare un putiferio di reazioni negative che si potrebbero saggiamente scongiurare.

La gentilezza attrae anche i nemici e può indurli a cambiare. È vero che un atteggiamento agguerrito, da reduce di guerra, vuol dire forte, capace, resistente, addestrato, ma non attrae come la gentilezza, anzi, in alcuni casi è un fattore respingente. Il sorvegliante non deve essere ‘bellicoso’.

La guerra contro i nemici di Geova non è la nostra guerra. Se per una questione di giustizia divina, Geova permetterà che la classe degli unti partecipi attivamente a questa guerra, bene, quello sarà il momento giusto per farlo, non adesso. Il rischio è di anticipare i tempi e i modi prestabiliti, come fece Mosè con l’egiziano.

La gentilezza non si propone di togliere la vita ma di allungarla.

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