IL DOLORE NEGATO

La pandemia non è solo un evento mondiale circoscritto alla sanità. Il Covid ha scosso la coscienza dei popoli. Le sofferenze, le malattie e la morte pre-covid erano inserite in una visione naturale delle cose, di competenza religiosa per quanto riguarda il conforto e le spiegazioni divine.

La società tecnologica e la medicina moderna le rinvia, le nasconde, le espelle. La caratteristica predominante è quella di “un atteggiamento di rifiuto nei confronti del dolore”. A questo riguardo sono iniziate da alcuni giorni le recensioni al libro La società senza dolore, di Byung-Chul Han, filosofo tedesco di origine coreana.

Secondo l’autore “oggi imperversa una algofobia, una paura generalizzata del dolore… che ha come conseguenza un’anestesia permanente. Qualsiasi pena affligga l’uomo viene vista con sospetto e dunque evitata. Tutto ciò che ha relazione col dolore è negativo e ci si deve sbarazzare. I pensieri negativi vanno sostituiti da pensieri positivi.

Il dolore viene interpretato come un segno di debolezza, qualcosa da togliere di mezzo in nome dell’ottimizzazione. Scrive Byung-Chul: “La passività della sofferenza non ha alcun posto nella società attiva dominata dal poter fare. Oggi il dolore viene privato di qualsiasi possibilità di espressione: viene condannato a tacere”.

Il dolore viene percepito come un fastidio, da tenere alla larga. Non più come un’esperienza da cui imparare a crescere e a comprendere la natura umana. “La positività della contentezza scaccia la negatività del dolore” sembra sia diventata la nuova formula della capacità di prestazione del potere.

Nell’articolo Il dolore creativo aiuta a crescere scrivemmo che la creatività ha relazione con il dolore: “Oltre a essere una caratteristica artistica è anche una componente psichica. Essa implica sforzi, fatica, solitudine, a volte dolore mentale. Ci vuole tempo e pazienza per usare bene la creatività”.

E poi, ancora: “Il dolore necessario serve per crescere mentalmente. Senza sofferenza non c’è progresso. Ci riferiamo, non al dolore muto e inspiegabile della depressione o a quello confusionario e dubitativo dell’ansia, ma a quel dolore che parla, che muta, che avanza nella direzione che concepisce, che dà frutti e che libera”.

E’ vero, esiste anche Il dolore inutile, “quello che ci procuriamo inutilmente – va evitato con tutte le nostre forze, mentre il dolore necessario va accolto con pazienza e speranza… Ci riferiamo a un dolore che non sappiamo dove collocarlo, un dolore trasversale, diverso nei fatti ma comune in molti tdG. È un dolore che implica il nostro atteggiamento, la nostra volontà e una qualche responsabilità. Esistono dolori che viviamo come conseguenza della nostra poca avvedutezza”.

Spesso, ci facciamo del male in maniera intenzionale. Permettiamo che il nostro atteggiamento sbagliato domini le nostre scelte. Gran parte della sofferenza deriva dal fatto che ci vediamo sotto una luce diversa da quella di Dio. Ci concentriamo più sull’oscurità che sulla luce divina. Ragioniamo e ci comportiamo entro una logica umana ristretta.

Gli uomini preferiscono rinunciare all’amore perché comporta dolore. Scelgono di vivere meno per soffrire meno. Vittime di una fragilità del benessere, sopportano meno e scambiano la vita con gli analgesici e le cure palliative. Il senso cristiano della vita è assente.

“La nostra società è in fuga dal cristianesimo. È la religione cristiana ad aver dato dignità spirituale al dolore, ad averlo rappresentato nella passione e nella crocifissione di Gesù Cristo e ad aver stabilito un nesso tra sofferenza e redenzione, tra dolore e salvezza. Il nostro mondo fugge dal cristianesimo e perciò dal dolore, ma si potrebbe dire pure il contrario, fugge dal dolore e perciò abbandona il cristianesimo”. (Fuga in massa dal dolore, Panorama 3 marzo 2021, Marcello Veneziani).

Ex malo bonum, dal male viene il bene (Agostino d’Ippona) a indicare che prima o poi dal male bisogna trarre un senso. Bisogna guardare in faccia al male e smascherarlo. Occorre assumere responsabilità e avere competenza per correggerlo, combatterlo e vincerlo senza usare le sue armi. Compito arduo senza il sostegno di Dio.

Infatti, durante il periodo di malattia e dolore, si cerca Dio per avere conforto, c’è un ritorno a lui. Invece, oggi, si assiste a una collettività rassegnata e piegata al culto di Esculapio. Su Libero del 4 marzo, a proposito del libro di Han, Alberto Pezzini scrive: “Abbiamo creato una società che odia il dolore. Lo detesta. Le nostre esistenze diventano uguali… Non accettare l’amore per paura di soffrire è un atto di viltà… Dio non voglia che il dolore scompaia dalle nostre vite”.

Riguardo l’isterica ricerca di sopravvivenza cui la società mondiale si è cacciata, Byung-Chul riconosce con amarezza che:

Sempre sul libro La società senza dolore, si legge:

Domani ricorre la commemorazione della morte di Gesù. Non manchiamo di assistere a quella che è stata definita “la più grande espressione dell’amore doloroso di Dio per tutta l’umanità”. Prepariamo la nostra mente nello spirito del sacrificio di Gesù, massimo esempio di dolore che riscatta l’umanità dalla sofferenza del peccato.

Per te che sei un proclamatore inattivo, “essere presente con il cuore e la mente alla celebrazione della morte di Gesù è forse il passo più importante. Tornare a Dio significa tornare a Cristo e alla necessità di apprezzare il valore del sacrificio della sua morte. Il vero cristiano non fugge, non va da un’altra parte, ma accetta il valore di questo sacrificio, perché per lui è salvezza eterna”. (La Commemorazione: un dono per tornare a Dio)

___

Vedi anche:

Tags: , , , , , ,

Trackback dal tuo sito.

Lascia un commento

Devi essere loggato per postare un commento.

inattivo.info

Inattivo.info è un sito aperto nel 2014 ed è rivolto ai testimoni di Geova non più attivi come un tempo e ai responsabili delle congregazioni.

Built by TANOMA