Il peccato è nel cervello?

Perché persistiamo in un comportamento peccaminoso anche quando ce ne pentiremo? Il peccato nasce nel cervello?

Le moderne neuroscienze affermano che nel cervello umano ci sono meccanismi e inclinazioni che inducono al peccato. Altri, invece, sostengono che non esiste nessuna relazione tra peccati e cervello. Tuttavia, con l’avvento delle moderne tecniche di imaging che sbirciano nel cervello, si possono ottenere alcune informazioni sulle nostre cattive abitudini. Le ultime ricerche cognitive sostengono che quando l’impulso di peccare è forte, le reti di controllo cerebrali, che coinvolgono la parte anteriore del cervello, si attivano per soffocare l’impulso mitigandone la seduzione. È come se due schieramenti si sfidassero per spingere l’essere umano a seguire determinati comportamenti: da una parte il diabolico seduttore che spinge al peccato e dall’altra l’angelo protettivo.

Per la Bibbia, il peccato nasce da un desiderio errato coltivato fino al punto di renderlo fertile (Giacomo 1:14, 15) e una volta messo in pratica, altera nell’uomo il riflesso della somiglianza e della gloria di Dio; lo priva della santità, rendendolo impuro, macchiato in senso morale e spirituale. Alcuni peccati sembrano aver resistito all’usura dei tempi rispetto ad altri e difficilmente riusciamo ad evitarli. Si tratta dei cosiddetti “sette peccati capitali”: avarizia, lussuria, invidia, superbia, gola, ira e accidia.

Quando il cervello funziona male diventa una specie di marionetta nelle mani del peccato. Si sa di individui, che per un danno cerebrale causato da un incidente stradale, non riescono più a controllare certi istinti. Conoscere il rapporto che c’è tra una disfunzione del cervello e un comportamento peccaminoso è importante quando si forma un comitato giudiziario per stabilire la natura e le cause del peccato.

Il peccato è dovuto a un guasto dei circuiti del cervello o a una condizione cattiva del cuore? Dopo aver mappato il cervello, alcuni studiosi hanno riscontrato delle aree virtuose e delle aree problematiche. In casi in cui il cervello ha subito lesioni in seguito ad asportazione di masse tumorali, i pazienti hanno cominciato a mostrare disturbi comportamentali e sociali.

La complessità del cervello e l’evolversi degli studi cognitivi e neurologici, ci inducono a mostrare cautela, perché il cervello è molto complesso e fino adesso non si conoscono tutti i meccanismi precisi che coinvolgono cervello e comportamenti virtuosi o peccaminosi. C’è ancora un mondo da scoprire. Per fare un esempio, in genere si pensa che il cervello sia “uno”. Eppure, abbiamo anche altri sistemi nervosi. Uno di questi è così esteso che è stato definito da alcuni scienziati un “secondo cervello”. È il sistema nervoso enterico (SNE), e si trova non nella testa, ma quasi interamente nella pancia e serve a coordinare gli sforzi per trasformare il cibo in energia. È come se il cervello abbia per così dire delegato la maggior parte del controllo della digestione al SNE.

Una domanda al riguardo è molto pertinente: certi modi di fare che conducono al peccato, sono in realtà la conseguenza di un disturbo del lobo frontale o sono il frutto di un cuore malvagio? Tutti soffriamo di qualche disturbo cerebrale. Nessuno è perfetto. Attenzione, quindi, a giudicare frettolosamente malvagi i fratelli che commettono una trasgressione o cosa ancor più grave, disassociarli in base a una misurazione umana del grado di pentimento: sufficiente o poco sufficiente. Come si fa a stabilirlo se non leggiamo i cuori delle persone come faceva Gesù? Perché non ci chiediamo invece qual è la nostra principale debolezza che ogni tanto affiora e ci crea problemi di coscienza? Prima di giudicare i fratelli in un comitato giudiziario, siamo così puri e innocenti da avere libertà di parola e di azione? (vedi l’articolo: Tu che giudichi sei innocente?)

Nella vita ci facciamo guidare dai sentimenti, dalle emozioni, dai pregiudizi, dall’ignoranza, dal cuore, dalla gola, dai genitali? Godiamo delle disgrazie altrui anche quando siamo noi i responsabili del disastro? E, infine, quando ci accorgiamo che le cose in cui abbiamo creduto sono sbagliate, interveniamo per metterle a posto o le rimandiamo perché siamo troppo occupati nelle faccende dell’organizzazione? O pensiamo che la cosa non ci riguardi, perché prima o poi interverrà Geova?

SUPERBIA ovvero l’immagine sbagliata di sé. È un  eccessivo, smisurato orgoglio di sé. Il sano orgoglio favorisce il comportamento prosociale e spirituale, aiuta a raggiungere obiettivi che non sono a portata di mano. Procura una piacevole sensazione e motiva a perseverare. Un genuino orgoglio aiuta a crescere, a trarre il meglio di sé anche nelle avversità. Quando l’orgoglio tracima diventa presunzione, arroganza, superbia. Si inizia a guardare il fratello dall’alto in basso, si fa di tutto per essere al centro dell’attenzione. Inoltre, in congregazione, si pensa di avere più diritti di altri che sono più capaci, perché ci si sente migliori. Ci crediamo più intelligenti e giudichiamo chi ci sta intorno come un idiota o un ignorante. Il problema dei superbi è non sentirsi tali. Essi non si pongono il problema di come gli altri li giudicano, in particolare quando occupano il potere.

Non meravigliamoci se certi nominati hanno la faccia di tolla nei confronti degli inattivi. Sentirsi in congregazione un’autorità costituita dallo spirito santo con tanto di approvazione divina nell’adempimento di certi incarichi può fare uscire fuori di testa e senza neanche accorgersene. Chi si sottrae alle sue responsabilità teocratiche per eccessivo amore di sé commette un altro peccato: l’accidia, cioè non mostrare nessuna considerazione né provare sensibilità per la congregazione e i suoi bisogni.

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