Il ritorno al Padre: misericordia o giustizia?

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Perché molti non fanno nulla per aiutare  i loro fratelli inattivi a ritornare dallo stesso Padre?

Sono in uno dei miei luoghi preferiti, la libreria Feltrinelli. E’ la vigilia di Natale e faccio fatica a entrare. Tanti lettori hanno in mano diversi libri e attendono pazientemente il loro turno alle casse. I libri sono i regali più belli. Anni fa, una persona mi chiese che regalo avrei preferito. “Un libro e se vuole le dico anche il titolo” risposi senza esitare. Scelsi dei libriccini sull’accidia, la collera e l’ingordigia, che facevano parte di una collana sui sette vizi capitali, scritti da Enzo Bianchi, uno dei miei preferiti. La professoressa di lettere, ora in pensione, fu felice di questa richiesta. Ed io di più.

In libreria, mi trovo nella sezione Religione, uno spazio sempre affollato di persone desiderose di spiritualità. Li riconosci al volo i lettori dello spirito. Sono i più meditativi. Quando sfogliano un libro, il loro viso si accende di luce per un pensiero che stanno leggendo. Non staccano gli occhi dal libro, divorano quanto più pagine possono prima di acquistarlo. A me piace iniziare a sfogliare il libro prima di acquistarlo, leggendo alcune pagine seduto a sorseggiare un caffè nel bar che si trova all’interno della libreria. E’ un rito che si perpetua da anni. Il libro che ho in mano e che ho deciso di acquistare si aggiunge agli altri cinque che sto leggendo dall’inizio del mese. Sì, lo so è una malattia, mi piace ammalarmi di libri. Il libro in questione è di Paolo Curtaz e s’intitola Ritorno, incontrare il Dio della misericordia. Quest’anno è il Giubileo della misericordia e gli scaffali sono pieni di libri che si occupano di questo argomento.

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E’ la copertina del libro a catturare la mia attenzione. Riconosco il dipinto, è quello del Figlio prodigo, di Marc Chagall, che in occasione di una mostra ho avuto modo di vedere di persona. Chagall, l’ebreo russo che dipinse Cristo nelle sue opere di arte religiosa. Perdere i punti di riferimento della nostra vita e non sapere più come tornare a casa, è il messaggio del dipinto di Chagall. L’abbraccio tra padre e figlio si svolge in uno spazio non definito. I personaggi sembrano sollevarsi da terra a simboleggiare l’amore che libera e rende leggeri. E’ una gioia vorticosa che coinvolge i sentimenti dei presenti mentre il Padre avvolge il figlio in una manifestazione di misericordia incondizionata e in espressioni di tenero affetto. Un sole luminoso risplende sull’incontro tra il padre e il figlio, ma anche sulla gente del paese che vuole esserne partecipe. La scena non è quella del tempo di Gesù, ma è attuale, come lo è sempre stata in tutte le epoche. La comunità, raffigurata dalla gente, si addolora quando uno dei suoi figli si allontana, ma si rallegra col Padre quando il figlio ritorna. Una ragazza porta dei fiori, un uomo, fa vibrare nell’aria il suono melodioso del suo violino. Ognuno partecipa a modo suo alla festa e i colori dalle tonalità calde accendono l’atmosfera gioiosa del ritorno.

Cerco nel libro la parabola di Luca capitolo 15. E’ la più toccante descrizione della Bibbia riguardo alla misericordia di Dio. Essa è rivolta a esattori e peccatori, ma soprattutto agli scribi e ai farisei presenti. Sono d’accordo con l’autore, che in passato, il ruolo del Padre è stato messo in secondo piano rispetto al ruolo del figlio minore. Secondo me, è trascurato anche l’atteggiamento del figlio maggiore, ed è su di lui che vorrei concentrarmi in quest’articolo.

Luca 15:11-32 

ritorno-prodigoEntrambi i figli hanno una pessima idea del padre. Il minore pensa che sia d’impedimento ai suoi desideri, mentre il maggiore, che ha un cuore piccolo, critica la mancanza di giustizia del padre. Dopo aver sperperato i soldi del padre, il dissipatore viene mezzo rinsavito, non dal cervello ormai annebbiato, ma dal suo stomaco che si ribella alla fame. E’ una necessità impellente a smuoverlo, altro che pentimento. D’altronde era convinto che i soldi fossero i suoi e non del padre, perciò si sentiva libero di farne ciò che voleva. Anch’io non sono d’accordo con l’interpretazione buonista del figlio pentito. Egli cerca una scusa che sia accettabile dal padre. E’ convinto che lo possa ancora raggirare. D’altra parte è ancora suo figlio. Non è l’amore a spingerlo al ritorno. La proposta che ha in mente di fare al padre, di trattarlo come uno schiavetto di casa, sa che non sarà accettata. Il padre non avrebbe mai umiliato in quel modo il buon nome della famiglia.

Durante il suo ritorno, chissà quante volte avrà ripetuto la tiritera dello schiavetto. Oltre a inventarsi una scusa che puzzava di falsa umiltà, il figlio minore dimostra ancora di non aver capito nulla della personalità di suo padre. Nonostante tutto, il padre lo aspetta continuamente e quando “lo vide da lontano ne ebbe compassione”. Lui non ha mai perso la speranza del ritorno. Ogni giorno guardava da lontano e il giorno che lo vide “gli corse incontro”. Un padre che corre a quell’età è impensabile nella cultura mediorientale. Semmai accade il contrario: il padre fermo e il figlio che si umilia davanti a lui. Durante l’incontro il padre lo stringe a sé, lo bacia e lo abbraccia con calore e tenerezza. Il figlio non vede l’ora di far sentire la sua cantilena. Riesce soltanto a dire la prima frase della filastrocca: “Padre ho peccato contro il cielo e contro di te. Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Fammi come uno dei tuoi salariati”. Non dice di essere pentito, forse lo avrebbe detto, non si sa e comunque non lo dice. Forse era meglio che stesse zitto e avvinghiato a suo padre. Dice soltanto una banalità che tutti sanno e cioè che lui ha sbagliato. E in più dice al padre ciò che secondo lui deve fare per aiutarlo. Il padre interrompe le prime parole del figlio, ha già capito che in tutto questo tempo, suo figlio non ha capito niente di lui. Non vuole sentire spiegazioni, ciò che più gli interessa è averlo con sé e per dimostrarglielo lo riveste a nuovo e gli organizza una grande festa. Non indaga sul suo passato, non si accerta del suo pentimento, oramai non gli interessa più talmente è felice del suo ritorno. A pentirsi lo aiuterà nel tempo con il suo amore e la sua misericordia. Ora è il tempo della festa, poi ci sarà il resto. Ne è certo. L’amore misericordioso del padre sarà più grande del pentimento del figlio. Sarà questo il perdono del padre.

La misericordia è una qualità prevalente dei veri cristiani

Il racconto non menziona la madre, mi piace immaginare che il vecchio fosse vedovo e quindi consapevole dei sentimenti e delle emozioni che si provano quando si perde una persona cara. I figli forse sono cresciuti senza la madre. Il padre ha dovuto anche sopperire a quel tipo di tenerezza materna che soltanto un vero e profondo amore filiale riesce a trasmettere. Non è un caso che Gesù parli di misericordia del padre, qualità tipicamente femminile. Il verbo ebraico racham tradotto anche misericordia è affine al sostantivo “grembo, seno”. Vuol dire “ardere, sentire il calore della tenerezza”. Dà l’idea di provare affetto, di avere un sentimento dolce. Indica gli intestini, visceri in tumulto quando si prova compassione.

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Se ci mettiamo nei panni del figlio maggiore, come dargli torto? Anche se alcune cose non quadrano. Se la prende con il padre per la mancanza di giustizia; non lo chiama “mio fratello”, ma “tuo figlio”; muove l’accusa di aver sperperato i soldi con “le meretrici” e non si capisce come faccia a dimostrarlo non avendo ancora parlato con suo fratello; rincara la dose dicendo di lavorare come uno sgobbone e di non aver mai chiesto un capretto per far festa con gli amici. Come dire: “Vedi mi sono privato di ogni gioia per lavorare per te”. Povero idiota. Il padre gli ricorda che ogni cosa gli appartiene e non è necessario chiedere. Il padre non è tenuto nemmeno a dargli giustificazioni riguardo a ciò che sta facendo a suo fratello. Eppure, gli spiega la ragione principale del suo agire: “Tuo fratello era morto ed è tornato alla vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Lui niente, non vuole sentire ragioni. E’ talmente arrabbiato che tira fuori ciò che ha nel suo cuore e che si è tenuto dentro per tanto tempo: rancore e invidia. Pensa anche lui all’eredità del padre, anche se in maniera diversa da suo fratello. Tutto ciò che fa, non è per amore ma per guadagno. Pensa all’eredità come premio per aver lavorato nella vigna. Il ritorno di suo fratello rivela il suo egoismo e la mancanza di amore per le qualità del padre. E’ vero, non ha mai fatto nulla di male. Non ha grilli per la testa, non si è mai comportato in maniera maleducata, è sempre stato ligio al suo dovere e rispettoso dell’autorità. In apparenza, è il figliolo che tutte le mamme vorrebbero avere.

Il finale della parabola Gesù lo tronca bruscamente. Non si sa nulla di come andranno le cose. Sono d’accordo con la considerazione che Curtaz fa a pagina 44 del libro:

La parabola resta aperta, senza soluzioni scontate, senza facili moralismi e finali da fiaba. Puoi stare con il Padre senza vederlo, puoi lavorare con lui senza gioirne, puoi lasciare che la tua fede diventi ossequio rispettoso senza che ti faccia esplodere il cuore di gioia… Dio non interferisce nelle nostre scelte… tocca a noi decidere quale Dio credere. Se quello piccino del fratello minore, un avversario. Se quello severo del fratello maggiore, un’arpia. Se quello straordinario che emerge dal racconto di Gesù.

Gesù cerca di indirizzare l’attenzione dei suoi ascoltatori al padre, quale esempio di speranza e compassione. Un padre che implora a guardare oltre le apparenze, a non giudicare in maniera superficiale i propri fratelli, a mostrare misericordia più ancora della giustizia. Incoraggia ad accogliere benignamente i fratelli perduti e a fare il possibile per aiutarlo nella ricerca dei suoi figli smarriti, a non considerarli morti spiritualmente ma a sperare nel ritorno. Geova vuole che i suoi figli adulti si uniscano nel suo amore e nella sua misericordia quando i figli minori sbagliano. Tale Padre, tale Figlio. Geova si aspetta che i suoi figli siano come lui. E’ questo il messaggio che Gesù rivolge a tutti i suoi discepoli, siate come il Padre mio che pur risiedendo nei cieli non si rassegna mai a cercare anche negli angoli più nascosti di questo mondo, i suoi figli perduti.  Alla domanda iniziale sul perché gli inattivi non sono aiutati dai loro fratelli per tornare a Geova, la risposta è da cercare nell’atteggiamento del fratello maggiore.

 

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