«Inattivi» che peccano

Prima o poi, chi poco o chi tanto, tutti ci lasciamo sedurre da comportamenti che hanno conseguenze sfavorevoli per noi e gli altri. Come mai a volte è tanto difficile evitare il peccato?

Esistono forze (piacere e dolore) alle quali non sappiamo resistere e che ci spingono a soddisfare i nostri desideri, perseverando in un determinato comportamento, anche se sappiamo che verrà il momento in cui ce ne pentiremo. Si può peccare in un’infinità di modi, col proprio corpo o con le relazioni affettive, alienandosi da se stessi e dalla società. Esistono peccati che resistono all’usura del tempo. Molto è stato scritto e si continua a scrivere, dai filosofi ai teologi, agli psicologi, agli scrittori e agli artisti. A volte capiamo altre volte meno, condividiamo o condanniamo. Molto dipende dall’educazione che abbiamo ricevuto o dalle scelte che abbiamo fatto. I peccati condizionano il nostro modo di vivere, ci fanno inciampare, perseverare, ci rendono asociali, egoisti e ci legano di frequente al dolore e al piacere sia se vengono repressi o se lasciati sfogare. Possiamo loro arrenderci o possono portarci alla saggezza.

E’ l’uso che ne facciamo a rendere attraenti o ripugnanti certe qualità. Esse possono diventare peccati o virtù. Ad esempio, il sano orgoglio favorisce il comportamento prosociale all’interno di un gruppo. Ci spinge a crescere, a trarre il meglio di noi stessi, a stimolare e imitare gli altri, e a provare compassione. Molto dipende da cosa intendiamo per peccato nel suo significato antico e moderno e dal comportamento che scegliamo in bene o in male.

L’accidia – termine scomparso dalla lingua moderna – è l’insensibilità ai bisogni altrui. E’ riferita a tutti coloro che sono sotto anestesia emotiva, mentale e spirituale. Il nostro cervello soffre quando ci isoliamo dal resto della società: la sua è una funzione sociale, esiste per conoscere e per relazionarsi con il mondo esterno. Il cervello reagisce positivamente quando si attiva per il benessere degli altri. Se come tdG ci isoliamo per dei contrasti che abbiamo avuto in congregazione, il primo a soffrirne è il nostro cervello. Se come tdG isoliamo altri tdG perché vivono una vita diversa dalle norme in cui crediamo, ne soffrirà anche il nostro cervello, per tutta una serie di meccanismi legati all’affettività o alla condivisione di pensiero. Bisogna riconoscere che una sana solitudine potenzia le facoltà mentali e fa maturare la creatività. Lo stare da soli è spesso una imprescindibile prerogativa delle menti brillanti.

Tutti i peccati sono dei tentativi per colmare dei vuoti.

Secondo la Bibbia, il peccato è qualunque cosa non sia in armonia con la personalità, le norme, le vie e la volontà di Dio, e quindi contraria ad esse; qualunque cosa danneggi la propria relazione con Dio. Nella lingua ebraica e in quella greca, peccato significa “mancare”, nel senso di non raggiungere un obiettivo o un punto esatto, sbagliare strada, ma anche mete o obiettivi morali o intellettuali.

Prima di diventare “inattivo” eri un servitore fedele a Dio e forse lo sei stato anche per qualche tempo dopo. Poi sono cambiate le circostanze e i tuoi obiettivi. Non hai saputo più resistere a un comportamento che viola le norme bibliche e ti sei lasciato andare e forse anche di più. Non si pecca di punto in bianco, a meno che non ti capiti una circostanza come quella in cui Pietro tradì Gesù l’ultima notte prima di morire. Ma quella è un’altra storia. In quel caso subentrarono diversi fattori imprevisti. Con ogni probabilità non era preparato, fu colto alla sprovvista, le pressioni distorsero la verità, falsando il senso di lealtà di Pietro e il suo equilibrio. Preso dalla paura tradì tre volte Gesù.

Il peccato viene progettato, studiato, coltivato e in seguito ci si sente spinti a commettere l’azione. (Gc 1:14, 15) A quel punto, il peccato, come una potente autorità, dà ‘ordini’ in modi diversi a persone diverse in tempi diversi. Non serve a nulla rompere il termometro per dire che non si ha più la febbre, cioè far credere alla propria coscienza di non aver violato nessuna norma cristiana solo perché non ci si associa più al popolo di Dio. Allo stesso modo, il fatto che molti non accettano più il punto di vista di Dio non dimostra che il peccato non esiste. Nessuno è obbligato a seguire le norme di Dio, tantomeno nessuno può costringerci a peccare.

Ognuno raccoglie ciò che semina. Se si semina vento non si può che raccogliere tempesta. (Osea 8:7) Se si semina in vista dello spirito non si può che raccogliere le cose dello spirito. (Gal 6:8) In tutta questa faccenda una cosa è certa: potrai sentirti libero quanto vuoi lasciando la congregazione; i fratelli potrebbero non sentire più la tua mancanza, ed è cosa grave, ma l’unico a soffrirne di più è Geova che si addolora quando i suoi adoratori lo lasciano.

«I servitori non rimpiangono mai tanto il primo padrone 
come quando hanno provato il secondo». (Esopo)

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