Incapaci di penitenza

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L’incapacità alla penitenza è spesso la conseguenza della presunzione.

La convinzione di essere lo Schiavo fedele e discreto, l’unico mezzo umano con il quale Cristo dispensa le sue verità e l’unico canale che riconosce come guida visibile per i suoi discepoli, porta il Corpo direttivo a una spropositata considerazione di sé e a una mancanza di autentica discussione. Lo dimostrano le varie pubblicazioni con articoli unidirezionali che non lasciano spazio critico a pensieri diversi e che assopiscono i contrasti e oscurano le opinioni divergenti. Manca la capacità di discutere in modo sereno e responsabile senza essere guardati con sospetto o tacciati di apostasia. Il convincimento di essere la futura Sposa di Cristo, identificarsi come i futuri re e sacerdoti del Regno e governare con Cristo nei cieli per mille anni e tutta una serie di riferimenti scritturali applicati a se stessi e alla propria storia, hanno convinto il Corpo direttivo, che tutte queste “prove” sono più che sufficienti ad avere un’immagine di sé quasi perfetta come classe.

Riferendosi ai cattolici, Vito Mancuso la chiama “sindrome da primi della classe”, un complesso di superiorità che impedisce il dialogo con chi la pensa diversamente. Si tratta di un super dogma, riferito all’autorità che Dio ha delegato loro per rappresentarlo sulla terra. Come spesso ribadito negli articoli di studio della Torre di Guardia e nei discorsi alle assemblee, la mancanza di sottomissione e ubbidienza al Corpo direttivo e agli anziani, equivale a una mancanza di sottomissione a Dio stesso. Il messaggio è chiaro: chi non segue questa linea di condotta, a prescindere dagli anziani che sbagliano, è tagliato fuori dall’organizzazione e dal beneplacito di Dio e di Cristo. Se un anziano sbaglia è un problema suo e non dello Spirito che lo ha investito di autorità. L’autorità che Dio ha dato non può sbagliarsi né indurre a sbagliare. Forse è meglio chiedersi: “Cosa fare quando questa autorità divina non viene esercitata secondo le norme bibliche?”.

Ad alcuni tdG, non la sostanza delle credenze, ma questa forma di guidare la fede, suscita non poche perplessità. In genere, una forma autoritaria della fede, rende difficile migliorare le direttive e le interpretazioni delle scritture. E’ una fede che fagocita ogni pensiero diverso e che porta molti tdG a concludere: “Non capisco, ma se viene dal Corpo direttivo o dagli anziani, l’accetto e mi adeguo”. E’ un po’ come farsi manomettere il cervello.

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Gesù concepiva la fede come disposizione di cuore e slegata dal potere, mentre per coloro che hanno una fede autoritaria è difficile fare penitenza o mostrare opere degne di pentimento. I loro radar non segnalano nessun movimento al riguardo, anche quando certi insegnamenti e modi di fare hanno causato conseguenze disastrose, come l’inattività o la disassociazione. Anzi, alcuni che esercitano l’autorità in modo spocchioso, ribadiscono, che semmai qualcuno deve fare penitenza, questi sono proprio gli inattivi e i disassociati. Chi si batte o spera che in futuro il Corpo direttivo chieda perdono come ha fatto il Papa per quanto riguarda le persecuzioni passate e i recenti casi di pedofilia, è soltanto un povero illuso. Far penitenza, come abbiamo visto, non è nelle corde del Corpo direttivo né in quelle degli anziani. Anche se qualcuno di loro ha sbagliato, sono convinti come classe, di godere di una speciale immunità celeste. Predicano umiltà ma non la praticano. Scrivono ma non fanno. Notate cosa dice la W del 15/11/2012, p.19 § 17, 18:

I servitori di Dio, però, si sforzano di comportarsi come il minore ammettendo i propri errori e scusandosi […] Anche quando la responsabilità dell’accaduto non è soltanto sua, il cristiano umile si preoccupa dei propri sbagli  ed è disposto ad ammetterli. – Leggi Proverbi 6:1-5.

La situazione è per certi versi davvero imbarazzante. Da una parte si richiede ubbidienza e sottomissione e dall’altra per chi sbaglia è un problema suo, anche se le direttive provengono dall’alto. E poi ci stupiamo delle argomentazioni critiche contro il direttorio dei tdG che nella W incoraggia il cristiano umile ad ammettere i propri sbagli anche quando la responsabilità dell’accaduto non è suamentre lo stesso direttorio raramente lo fa. In realtà, la fede dovrebbe sottomettersi volontariamente e spontaneamente alla bellezza della verità contenuta nella Parola di Dio e non al potere umano dell’autorità, soprattutto quando questo tipo di esercizio dell’autorità non è in armonia con le Sacre Scritture.


san_pietro_penitenteColto nel momento di un’intensa manifestazione emotiva, il pentimento di Pietro è espresso attraverso gli occhi arrossati dalle suppliche, bagnati dalle lacrime e rivolti direttamente al Padre.  Le rughe solcano la fronte e le mani, segni indelebili di una vita intensa. La barba è ondulata e scompigliata come i capelli, a indicare uno stato di profondo turbamento, mentre l’effetto della luce attira l’attenzione di chi guarda l’opera e lo induce a soffermarsi sulla lacrima che riga il volto. Il rimorso che attanaglia il cuore dell’apostolo dopo per aver tradito Gesù “che voltatosi lo guardò” con compassione e misericordia, è evidente nell’intera composizione, dove la testa è leggermente piegata e la mano destra portata al cuore gli fa sentire i palpiti pesanti del rimorso e del pentimento, espressioni sincere di un volto contrito dal dolore.

San Pietro penitente, Guido Reni.

Elogio del senso di colpa. Poiché il senso di colpa causa malessere interiore, molti lo combattono per liberarsene. La religione, invece, si concentra sul riconoscere la colpa, confessarla ed espiarla. La colpa è una trasgressione, mentre il senso di colpa è un segnale che la coscienza recepisce come se qualcosa di sbagliato è stato fatto o detto. Riconoscere una responsabilità e provare un senso di colpa sono due cose ben diverse. La responsabilità è legata alla conseguenza negativa generata in altri a motivo di quanto detto o indotto a fare. Il senso di colpa coinvolge direttamente chi ha compiuto l’azione. Paradossalmente, l’Organizzazione sta commettendo due sbagli. Uno, perché ha il dovere di assumersi la responsabilità di una procedura sbagliata e non lo sta facendo e due per aver indotto gli anziani con le sue procedure a sbagliare, come nei casi di pedofilia. C’è anche da dire che chi esegue gli ordini è tenuto a valutare la giustezza e la stortura di quanto gli viene richiesto. Se un ordine è moralmente sbagliato o viola la propria coscienza non va eseguito, a costo di pagarne le conseguenze. Se l’Organizzazione, invece di assumersi le sue responsabilità, persegue chi si rifiuta di ubbidire alle disposizioni, beh, allora avete un cervello per capire se quanto sta facendo sia giusto o sbagliato e decidere cosa fare della vostra vita. Molti problemi gli anziani avrebbero potuto evitarli togliendosi le bende dagli occhi invece di ubbidire ciecamente a ogni direttiva. In questo modo, forse, avrebbero aiutato il CD a non commettere errori di procedura e soprattutto a non perseguire chi in coscienza non se la sente di fare diversamente.

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