Incolparsi a vicenda per disimpegnarsi

Quali meccanismi mentali determinano l’attivazione o lo spegnimento della coscienza quando c’è in atto un disimpegno morale e spirituale di un membro della congregazione?

Di fronte a un allontanamento volontario o coatto dalla congregazione c’è sempre una reazione opposta. Da una parte, la congregazione adotta una misura disciplinare necessaria ai fini del mantenimento della purezza spirituale e morale e dall’altra, invece, un tale provvedimento viene visto come un ostracismo crudele che lede ogni diritto di libertà sociale e familiare. Di fronte a questa situazione, entrambe le parti cercano in tutti i modi di giustificarsi moralmente, con opinioni nettamente opposte fra loro.

La scelta, qualunque essa sia, viene considerata lecita da una parte e deprecabile dall’altra. Il problema è serio, perché c’è il pericolo che una delle due parti approvi ciò che prima disapprovava. Di fronte a una decisione giudiziaria, i fratelli considerano l’obbedienza e la sottomissione come obbligatorie e l’autorità giudiziaria come responsabile della decisione. Dopodiché, tale responsabilità viene assimilata, considerata, non solo correttiva, ma giusta e positiva. Per giustificare questo atteggiamento e per evitare l’angoscia che una cattiva coscienza possa provocare, vengono attribuite al trasgressore caratteristiche spregevoli.

In genere, c’è un’attribuzione di colpa grave nei confronti di chi si allontana o viene allontanato, che spinge a giustificare la percezione dell’altro come colpevole e che  le conseguenze della punizione, in fondo, se l’è cercate. L’allontanamento implica sempre delle conseguenze psichiche, in particolare quando i provvedimenti disciplinari sono rigidi e presi alla lettera.

Per alcuni la decisione di allontanarsi dai tdG è considerata giusta se fatta volontariamente e senza conseguenze disciplinari, come nel caso degli inattivi, che la giustificano come un’azione necessaria per salvaguardare la loro psiche e la loro spiritualità. Nel caso dei disassociati (espulsi a seguito di un provvedimento giudiziario) tale decisione viene vista come una crudeltà, una disumanizzazione della vittima che vede troncati i rapporti sociali e familiari. Al contrario, i tdG non si sentono per nulla responsabili delle conseguenze dovute alla disassociazione o dissociazione di un membro della congregazione.

Entrambe le parti nonostante si accusino a vicenda e si deresponsabilizzano, continuano a vivere la loro vita in pace con se stessi, come se nulla fosse. Si disimpegnano delle loro responsabilità precedenti sia in senso morale che spirituale. In questo modo «disinnescano» temporaneamente la coscienza personale, mettendo in atto comportamenti ritenuti giusti da una parte ma sbagliati dall’altra, senza sentirsi necessariamente in colpa. Si nota in casi come questi che la moralità, intesa come capacità nell’uomo di “agire” in modo compassionevole e che promuove il bene degli altri individui, viene spesso insidiata da ragionamenti “assolutori” che cercano di giustificare pratiche ritenute condannabili.

Ogni individuo ha la capacità di agire intenzionalmente nel contesto sociale in cui opera per generare un cambiamento, indipendentemente dall’esito dell’azione. L’agentività (così viene definita questa caratteristica) riguarda sia il singolo individuo sia i gruppi, e si manifesta nella capacità di generare azioni indirizzate a determinati obiettivi con lo scopo di influenzarne gli eventi.

Alla base di questa teoria, l’uomo è il soggetto principale delle proprie azioni ed è in grado di valutare quanto sia efficace il proprio comportamento. In questo senso, il giudizio morale sul proprio agire costituisce una fase importante dell’azione umana e quando questa valutazione viene messa in discussione o si cerca di zittirla, l’uomo reagisce compiendo atti immorali senza percepirne la gravità. A sostegno si citano casi come quelli dello Stato che lucra sulla vendita del tabacco auto-assolvendosi con il semplice marchio di avvertenza sui pacchi di sigarette, oppure il gerarca nazista che compie le più atroci crudeltà delegando la propria responsabilità sugli ordini da eseguire o il terrorista che uccide identificando nel civile inerme il nemico delle proprie convinzioni pseudo-religiose.

Fin dalla sua fondazione, l’organizzazione dei testimoni di Geova, ha avuto al suo interno membri che si sono chiesti fino a che punto arrivi la loro libertà personale e quanto incide in quella che viene considerata, a torto o ragione, la purezza spirituale. Nonostante le regole che impongono divieti e obblighi individuali, ogni tdG è consapevole che la legge più efficace è quella scritta dallo spirito nel cuore dell’uomo. Sanno anche bene che Dio ha messo dentro l’uomo quella che è comunemente chiamata coscienza o conoscenza di sé.

Una coscienza non educata nel modo giusto è paragonabile a una nave che ha una bussola difettosa, la cui navigazione può essere pericolosa. In campo morale, la coscienza ben educata è come una bussola ben calibrata che porta  nella direzione giusta.

 La coscienza è la capacità di osservare e giudicare e di rendere testimonianza a se stessi. È una consapevolezza o percezione interiore del bene e del male che scusa o accusa l’individuo. Può inoltre essere educata dai pensieri e dalle azioni, convinzioni e norme impresse nella mente con lo studio e l’esperienza. Sulla base di queste cose la coscienza valuta la condotta che si segue o si intende seguire. Poi avverte quando la condotta è in contrasto con le norme, a meno che non sia stata “cauterizzata”, resa insensibile dalla continua inosservanza dei suoi avvertimenti. La coscienza può essere una valvola di sicurezza morale, in quanto fa provare piacere o dolore per la propria condotta buona o cattiva. (Romani 2:14,15)

Una società o una religione è tanto più matura quanto più riesce a educare i suoi membri a questo tipo di sensibilità, anziché scrivere codici su codici di norme che si rispettano malvolentieri. Tuttavia, in certi casi, riusciamo a violare perfino queste norme tanto radicate in noi; e, ciò che è più grave e sorprendente, non accade solo in situazioni limite – come il nazismo o il terrorismo, ad esempio – ma avviene (o può avvenire) tutti i giorni a ognuno di noi, tramite meccanismi psicologici di rimozione dell’autocensura.

Gli studiosi, si chiedono come sia possibile che uomini dalle ferree regole morali – ancorati a esse in maniera tale che non potrebbero fare a meno di rispettarle, anche a costo della loro vita – possano comportarsi in certe circostanze in maniera completamente opposta, come se per un attimo quelle regole non esistessero o, meglio, come se non vi ricorressero le condizioni per applicarle. E’ fondamentale capire cosa spinge l’uomo a violare ogni etica e a giustificare il suo senso colpa. Perché il disimpegno morale disinnesca temporaneamente la condotta dei principi morali?

Il disinnesco accade quando certe azioni sono considerate biasimevoli o quando le sanzioni disciplinari sono accettate, interiorizzate e consolidate dai membri e operano in modo anticipatorio, nel senso che si conoscono tali norme e le loro conseguenze ancor prima che esse siano disattese, esponendo il trasgressore o presunto tale, a sentimenti di auto condanna, di riprovazione e al perseguimento di alcuni benefici personali, tipo la compagnia e l’associazione attiva con altri confratelli e familiari. Tali comportamenti adottati sono riconducibili a ideali superiori, divini, per cui vengono accettati e giustificati in nome di essi. Se in nome di Dio, l’azione compiuta è ritenuta molto oltraggiosa, è più probabile che le misure prese dal comitato giudiziario, che possono apparire spietate alle vittime, appaiano in realtà sia agli organi giudicanti che alla congregazione giuste o addirittura benevoli.

Per quanto riguarda la congregazione o i familiari del “colpevole” che si è allontanato dall’organizzazione, la decisione presa dal comitato viene accettata e se qualcuno la contesta è un problema suo. La congregazione la condivide e la giustifica avendone la convinzione che la questione è stata trattata responsabilmente in modo cristiano. In questo modo, la censura attribuita a “un ordine” dall’alto, viene accettata praticamente dalla quasi totalità dei fratelli. Quando un membro cristiano viene considerato malvagio dalla congregazione o viceversa, quando un membro si allontana da essa considerando la congregazione malvagia, viene meno la componente empatica. Ecco che allora, ogni scusa è buona per prendersela l’uno con l’altro. Il “legno storto” non si raddrizza quando c’è risentimento.

I tribuni che invocano purezza da una parte e i sodali che rinfacciano ostracismo perverso dall’altra, trovano un limite ai loro convincimenti. Siamo imperfetti e tutti peccatori. “C’è una cosa vana – ricorda Ecclesiaste 8: 14 – che avviene sulla terra: ci sono giusti che vengono trattati come se avessero agito con malvagità, e ci sono malvagi che vengono trattati come se avessero agito con giustizia”. Abbiamo bisogno di misericordia divina e non di giustizia umana. Spesso si fa del male continuando a vivere bene. Siamo tutti esposti, consapevolmente o meno, alla caduta morale e spesso la camuffiamo con etichette, eufemismi, con marchingegni retorici e scritturali, nascondendo a noi stessi il peccato e addolcendo il senso di colpa “autoassolvendoci”. Quando si sbaglia si ha sempre l’impellente bisogno di guardarsi allo specchio per giustificarsi o per minimizzare quanto accaduto.

Il disimpegno morale e spirituale è più forte se ci si convince che è Dio a ordinarlo. Lo comanda Dio, perciò noi non siamo i responsabili. L’autoinganno è sempre consapevole e con un minimo sforzo mentale riesci anche a non vederlo. Basta poco per sospendere ogni responsabilità e fuorviarsi. E’ sufficiente una piccola bugia per inventarsi un giusta causa che copra colpe, vergogne ed effetti collaterali. Troppo comodo dare la colpa a Dio delle nostre azioni. E’ sempre difficile ammettere di aver sbagliato. Questo perché la nostra mente tende a salvaguardarci da quella sensazione di malessere che deriva dall’errore. Il nostro equilibrio psichico non può permettersi un simile crollo, ecco perché la mente inventa scuse e giustificazioni per assolversi. Troppo facile rigirare la frittata attribuendo la colpa nostra ad altri perché qualcosa o qualcuno ci ha indotti a farlo così da alleggerire il carico delle nostre responsabilità.

E’ facile cadere nella trappola della giustificazione quando questa è fondamentale per la sopravvivenza del proprio equilibrio mentale. Distorcere le conseguenze di una nostra scelta in modo da ridurre il senso di colpa determina quasi sempre una distanza tra il danneggiato e il danneggiatore. La persona tortuosa è detestabile perché cerca di ingannare con ragionamenti astrusi e ambigui (Proverbi 3:32). Quando si commette un errore non si scappa, non si dà la colpa a qualcun altro, ma si spiega cosa è realmente successo e fare ammenda se è possibile.  (Proverbi 28:13). Un’opinione troppo alta di se stessi tende a minimizzare l’errore. Spesso si sprecano molto tempo ed energie emotive nell’attribuire responsabilità o nel giustificare quanto si è detto o fatto. Non ci si prende il tempo di pensare e di esaminare tutti gli aspetti di una faccenda (Proverbi 18:13).

Dobbiamo imparare a trasformare gli errori in occasioni per migliorare e non trasformare le cose migliori in peggiori. “Tutti facciamo molti sbagli”. (Giacomo 3:2RSV) Il re Salomone disse: “Non c’è uomo che non pecchi”. — 1 Re 8:46. Non abbiamo bisogno di disimpegnarci moralmente e spiritualmente nei confronti del prossimo, a maggior ragione se è un nostro fratello in fede. Abbiamo bisogno, invece, di impegnarci moralmente per risolvere in modo cristiano e spirituale ogni controversia, ricordandoci che nessuno è tanto giusto da non aver bisogno di correzione. Ciò vale per chi è rimasto in congregazione e per chi si è allontanato. “Come è scritto: ‘Non c’è nessun giusto, nemmeno uno’”. (Romani 3:10)

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