INNAGNI ILATNEM

La maggior parte dei pregiudizi nei confronti dei testimoni di Geova sono errori compiuti da persone per giustificare il loro comportamento. Spesso vedono i tdG al contrario di quello che realmente sono, come ad esempio il titolo di quest’articolo. Se provate a leggerlo all’incontrario leggerete INGANNI MENTALI. In effetti, in alcuni casi, la mente crea brutti scherzi. Anche ai tdG.

Senza che ce ne rendiamo conto, il nostro modo di giudicare è spesso condizionato dagli altri. Si tratta di una tendenza che fa corrispondere l’azione alle intenzioni. L’intenzione è diversa dall’azione, perché si tratta di un desiderio di fare qualcosa. L’azione è invece un desiderio che si è realizzato. 

Se uno ha in mente di fare una cosa e butta giù una frase senza pensarci troppo, chi lo ascolta potrebbe vedere le parole come un fatto già adempiuto. Se i media esprimono dei giudizi positivi sui tdG, allora le persone sono automaticamente indotte a pensare bene anche loro. Lo stesso accade se si parla in negativo.

Alcuni sostengono che le persone ottengono ciò che meritano e meritano ciò che ottengono, nel senso che ognuno è responsabile delle conseguenze delle sue scelte. In pratica, se un individuo fallisce un obiettivo, è per colpa sua e non è da attribuire a fattori esterni sulle quali non c’è controllo. Lo stesso dicasi quando invece qualcuno raggiunge l’obiettivo. Inoltre, quando osserviamo una persona agire, ci concentriamo più su di lui che sul contesto in cui opera. In realtà, un’azione personale può essere influenzata più dall’ambiente che dalla propria volontà.

Nelle scelte, tutti, siamo condizionati da fattori esterni. Anche quelle che facciamo in totale solitudine. Un elemento fortemente condizionante è “il pregiudizio di autorità”. Tendenzialmente obbediamo a coloro che sono sia autorevoli che autoritari. Ogni società ha un sistema gerarchico che consente di gestire le risorse e di esercitare un certo controllo. Perciò l’obbedienza è considerata un valore, anche se varia in base al tipo di ambiente e cultura.

L’obbedienza all’autorità risale alla nostra infanzia, quando sono i genitori a decidere cosa sia meglio per il nostro benessere. Ci fidiamo dell’autorità dei nostri genitori, anche quando siamo cresciuti e siamo in grado di poter agire autonomamente. Questo senso dell’obbedienza con il quale siamo stati abituati ad agire, lo interagiamo con le istituzioni, le organizzazioni o con una persona qualsiasi, purché sia dotata di autorità.

Esperti della percezione visiva sostengono che la mente umana sia attratta dai volti belli delle persone. Sembra che la bellezza di alcuni induca gli altri a seguirli o a giudicarli positivamente, indipendentemente dal loro stile di vita. La nostra mente tende anche a giudicare positivamente gli altri se i loro tratti somatici sono simili ai nostri. Diffidiamo di individui che appartengono a gruppi etnici differenti. Ci convinciamo di essere belli e gli altri brutti, mai del contrario.

Un altro fattore che determina il nostro giudizio sugli altri è il “pregiudizio del falso consenso” che tende a dare una stima eccessiva delle proprie preferenze e dei propri valori. Se la maggior parte dell’opinione pubblica è favorevole a un determinato comportamento, a ragionare in un certo modo, a seguire una tendenza di moda, la folla si accoda, “perché tutti fan così”. Si tratta di una impressione che il consenso sia generale, in realtà non è così.

Quando qualcuno pensa che una sua abitudine sia condivisa da molti, si convince che sia quella giusta. Il pensiero della maggioranza determina così anche il pensiero del singolo o più esattamente è il singolo che crede che la maggioranza la pensi in questo modo.

Condividere i valori della maggioranza fa aumentare la stima di sé. Queste convinzioni sono tipiche di quelli che credono che l’opinione del proprio gruppo di riferimento sia largamente condivisa dal resto della popolazione mondiale. Il problema del falso consenso è una caratteristica dei social, Lo si nota quando un utente cerca di interagire con le persone con cui condivide idee e opinioni personali.

All’interno di una comunità virtuale che sia favorevole oppure ostile ai tdG, la maggioranza dei pensieri espressi non vengono messi in discussione, perché si dà per scontato che il pensiero, pur leggermente diverso, in linea di massima sia condivisibile da tutti. A far da padrone nelle comunità digitali è “l’effetto spettatore”.

La maggior parte degli utenti aspettano che siano altri a fare la prima mossa, a prendere una decisione, a dare una risposta o a fare una valutazione dei fatti. Ma dato che tutti fanno lo stesso e nessuno si decide, allora i tempi si allungano e si rimane in stallo come prima.

Siamo vittime delle attribuzioni casuali o dei pregiudizi che addossiamo a singoli o a gruppi di persone e che molto spesso non riflettono la realtà. Non sempre riusciamo a essere osservatori obiettivi quando interagiamo con altri.

A volte, nelle discussioni, ci attribuiamo più meriti rispetto ad altri, ci convinciamo di conoscere il pensiero degli altri meglio di quanto altri possano conoscere il nostro. Si tratta di comuni meccanismi che condizionano la realtà dei giudizi che abbiamo di noi e degli altri. Certi errori di valutazione sono attribuibili all’impatto che i nostri desideri e le nostre emozioni hanno sulle informazioni di gruppi religiosi come i tdG.

Emozioni, desideri, esperienze e condivisioni della maggioranza dell’opinione pubblica, condizionano le modalità del giudizio che abbiamo sugli altri. Pensiamo di interpretare con la nostra mente una informazione, in realtà altri hanno già espresso un parere e noi ci aggreghiamo ad esso. Siamo soltanto gregari di un pensiero positivo o negativo sugli altri, a volte anche di un pensiero indifferente.

E’ difficile trovare menti libere. Siamo esseri sociali, viviamo in una società e adottiamo gli stili di vita più comuni o quelli che crediamo che la maggioranza adotti e che siano migliori di altri. Più conosciamo il funzionamento di questi pregiudizi che generalmente accolliamo a singoli o a organizzazioni, più impariamo a contrastarli o a mitigarne gli effetti negativi in termini di rispetto e di civile convivenza. Possiamo anche sfruttarli quando sono utili al benessere di tutti e motivano al rispetto di un modo di pensare o di credere differente da nostro.

Abituiamoci a saper selezionare le informazioni che riceviamo. Non condividiamoli solo perché tanti fan così o perché sono molti a pensarla in quel modo. Chiediamoci sempre come pensa e ragiona il nostro cervello, senza farci condizionare dai giudizi altrui o senza farci intrappolare nei pregiudizi degli inganni mentali, che molto spesso ci fanno vedere la realtà all’incontrario. Molto spesso la mente “mente”.

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