Ironia, cinismo, sarcasmo e rispetto

Ironia: da Eironèia = finzione. Cinismo: da Kinismòs = imitazione del cane. Sarcasmo: da Sarkasmòs = lacerazione di carni.

Quando l’ironia diventa cinismo e sarcasmo, allora, l’individuo che li usa perde la sua umanità e diventa un animale che sbrana e lacera la carne. Queste tre parole sono una delle cause più gravi delle ingiustizie che vengono perpetrate verbalmente. Lo scopo di questo trittico è quello di distruggere colui che viene considerato un nemico.

Sono tre derivati pericolosi, perché frutto della premeditazione, di una reazione calcolata, voluta e studiata per abbattere l’avversario. Essi sono veri e propri attacchi fatti con il sorriso sulle labbra, difficili da controbattere poiché si tratta di battute senza risposta.

Il loro opposto è il rispetto, cioè quell’azione mirata a tirare fuori il meglio dell’altro. Il rispetto nella congregazione non costringe mai il fratello a difendersi, ad attaccare, a nascondersi o a esaltarsi. Il rispetto mette a proprio agio, fa esprimere liberamente le idee altrui anche se sono diverse dalle nostre. Ci sono fratelli specializzati nel dire parole edificanti e altri nell’usare parole sbagliate. Ciò è dovuto alle motivazioni che ognuno ha dato alla sua vita: incoraggiare o scoraggiare, edificare o abbattere, unire o dividere, amare oppure odiare.

Generalmente l’uomo non è così stupido da non capire quando pronuncia una parola giusta e una sbagliata, anche se di frequente, molte parole vengono dette senza pensarci troppo, senza nessuna intenzione di offendere, senza allineare bocca e cervello. A volte si tratta di ripetizioni e di banalità diffuse: rumori sgraziati, espressioni che stridono. Se il cristiano si rendesse conto del bene e del male che può fare una parola, metterebbe al centro della sua vita l’educazione. Cercherebbe i suoni armonici, l’intenzione e il momento migliore per farli risuonare. Farebbe diventare il suo modo di parlare un’arte, facendo di se stesso un vero musicista.

L’amore spinge a trovare le parole giuste. Le parole sono sempre state in stretta relazione con la religione. All’inizio del vangelo di Giovanni, si legge: “In principio era la Parola e la Parola era con Dio. Egli era in principio con Dio”. La lingua, organo essenziale della parola, ha un potere senza limiti, crea o distrugge. Da essa dipendono i rapporti fra gli umani e Dio. Le parole possono anche uccidere, infatti è stato detto “ne uccide più la lingua che la spada” perché la parola è un’arma a doppio taglio che spesso ferisce sia chi l’adopera e chi ne è colpito. Il Salmo 64:3 paragona i nemici di Dio a persone “che affilano la lingua come spade”.

Giacomo paragona la lingua a un fuoco che può distruggere una foresta. La lingua sfrenata può essere influenzata da forze deleterie e può provocare tante e tali ingiustizie da contaminare l’intera vita di un individuo. Può essere spiritualmente velenosa per la persona stessa e per altri. L’uomo da solo non la può domare; e nessun essere umano imperfetto può evitare completamente di ‘inciampare in parola’. (Giacomo 3:2-8) Ma per il cristiano non è impossibile domare questo intrattabile organo del corpo umano imperfetto, poiché, per immeritata benignità di Geova, mediante Cristo si può riuscire a “tenere a freno” la lingua e a trasformare la propria personalità. (Giacomo 3:10-18)

Si mostra amore e rispetto tenendo sotto controllo la lingua. Pietro esortò i cristiani ad ‘allontanare ogni sorta di maldicenza’. (1 Pietro 2:1) Il termine greco tradotto “maldicenza” indica il parlare ostile e oltraggioso, e dà l’idea di “scagliare parole contro il prossimo”. Parlare insultandosi logora qualsiasi rapporto, e questo può avere conseguenze molto serie.

In genere si pensa che le discussioni a livello intellettuale siano quelle più ragionevoli, più moderate. Non è così. In molte circostanze l’uomo intellettuale ha introdotto la violenza delle proprie convinzioni, l’intolleranza del proprio settarismo, la passione per le proprie preferenze. Spesso gli scambi di idee finiscono in controversie aspre e faziose, opinioni che si trasformano in discussioni forti e in litigi che sembrano provenire non da un ambiente intellettuale ma da bettole malfamate. Il parlare semplice dovrebbe essere apprezzato come espressione più genuina della verità. In realtà, viene considerato cosa da poco e da uomini incapaci. La gente non si rende conto di essere ingannata da uomini eloquenti e da discorsi fioriti e complicati. Sembrano godere nell’ascolto di paroloni, anche quando queste producono danno. Una delle più incandescenti questioni parlate è l’argomentazione spirituale. Quando si discute di aspetti religiosi, molto spesso si finisce per scontrarsi. Paradossalmente, ci si scontra anche quando si crede nello stesso Dio.

In campo religioso se si parlasse solo di ciò che si conosce, si eviterebbero molti problemi. Cadrebbero tanti spropositi, trasmessi di bocca in bocca, ripetuti per ignoranza e accettati senza verificarli. La mente ritorna volentieri su di un argomento amato e approfondito da anni di studio. Oltre al proprio giovamento, anche altri possono trarne beneficio in quanto vengono illuminati con competenza su argomenti che ignoravano. Parlando di ciò che si conosce si acquista in serietà e sincerità. Col tempo si viene apprezzati e si acquista la stima e la fiducia delle persone con le quali comunichiamo. Se si mostra cautela in Rete e in congregazione, molti litigi e incomprensioni si possono evitare, specie quando si discute su opinioni differenti, come ad esempio tra anziani e fratelli lontani, che molto spesso si avvicinano fra loro con leggerezza e superficialità. Si deve parlare per dire sempre cose utili ed edificanti. Chi non sa, deve tacere: è l’unica cosa che gli si addica.

Pensare prima di parlare è una delle cose più difficili da fare e chi non è abituato fa fatica e molte volte procura danno. Le religioni insegnano dottrine, ma non sempre insegnano a pensare. I fratelli non hanno bisogno di tanti precetti, alla fine il miglior discorso è l’esempio. Non vi è dialettica più efficace di quella dei fatti. Agire tacendo, fare e non dire, è il migliore insegnamento per giungere all’essenziale. Alla fine ciò che conta è parlare di amore con le azioni, altrimenti “sono un gong che rimbomba o un cembalo dal suono assordante” (1 Corinti 13:1). Infatti, “se non capisco il senso di ciò che viene detto, sarò uno straniero per chi parla, e chi parla sarà uno straniero per me”. (1 Corinti 14:11).

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