La colonna infame

Dire le peggiori cose sul conto di qualcuno è un’infamia

L’infamia come la peste? Sì! E’ successo a Milano nel 1630 durante il periodo della peste in un processo contro alcuni presunti “untori”. Due popolane notano un uomo dal procedere incerto, che striscia sui muri. Le donne, in preda al panico, diffondono la voce che quell’uomo è un untore. La superstizione e l’esasperazione trasformano un’errata interpretazione in una tragedia.

I giudici, sotto la pressione del furore popolare che cerca un capro espiatorio su cui sfogare la rabbia impotente, irrazionale e ignorante per l’epidemia di peste, operano con ambiguità e ipocrisia, non alla ricerca della verità ma alla ricerca di un “colpevole”.

Nel complotto sono coinvolti due innocenti, giustiziati con il supplizio della ruota, e con la distruzione della casa/bottega di uno di loro. Nelle macerie, come monito, venne eretta la “colonna infame”. In seguito, la colonna fu abbattuta e diventò una testimonianza non più contro quei sventurati ma contro i giudici, rei di aver commesso una grave ingiustizia.

Nel Castello Sforzesco di Milano se ne conserva la lapide che descrive le pene inflitte. Questo fatto di cronaca divenne famoso grazie ad Alessandro Manzoni che ne scrisse il racconto. In memoria di uno dei periodi più bui di Milano, nel 2005 è stata posta in quel luogo una targa commemorativa.

La giustizia. Al centro della Storia della colonna infame di Manzoni, c’è la questione della giustizia da cui dipende il bene o il male delle persone e della società in attesa della venuta del Regno di Dio. Di fronte all’evidenza del male, soprattutto tra i deboli, Manzoni denuncia le gravi responsabilità degli uomini di legge: è la storia d’un gran male fatto senza ragione da uomini a uomini”.

Quando la giustizia viene manipolata dal potere, invece di difendere diventa essa stessa ingiustizia e violenza. Manzoni è comunque fiducioso in una superiore giustizia divina che promette il trionfo del bene e della verità nella futura vita eterna. Questa speranza può consolare, addolcire, far affrontare con fiducia i mali della vita.

E’ questa la morale del suo racconto, anche se l’attenzione è incentrata sulle ingiustizie e sulle ipocrisie di coloro che avrebbero dovuto garantire la giustizia e la salvaguardia degli innocenti. Si tratta di giudici, che assecondarono per codardia, per ignoranza e pregiudizio, per superficialità, gli irrazionali furori popolari del momento. Furono commesse irregolarità giudiziarie ed evidenti contraddizioni.

La lapide commemorativa in Via G.G.Mora a Milano

“Qui sorgeva un tempo la casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630”.

Non si cercava la verità, non si voleva fare giustizia, ma solo trovare un colpevole. Tali comportamenti brutali e il ricorso alla tortura, fatti in nome della Legge sono, secondo Manzoni deprecabili, anche perché essi ne determinano la mentalità, i costumi, le istituzioni.

Gli imputati del processo appartengono alla classe popolare, la fascia più debole della società; sono privi di protezioni e privi di cultura, vittime di menzogne e delazioni e impotenti di fronte ad una complessa macchina giudiziaria che si muove contro di loro. Una società lombarda, quella del Seicento sotto il dominio spagnolo, che costituisce per Manzoni il momento di massima corruzione e degrado storico.

L’infamia è una condizione di disonore e di biasimo pubblico grave in cui viene a trovarsi una persona che abbia commesso azioni vergognose o conduca vita notoriamente riprovevole, o chi abbia subìto pene che portino come conseguenza una diminuzione dell’onore. Gli stupidi esaltano l’infamia (Prov 3:35).

La persona presuntuosa si prende spavaldamente indebite libertà e spesso questo si rivela una disastrosa infamia. La presunzione ha indotto alcuni servitori di Geova all’infamia. Si diventa infami anche per invidia, ambizione, egoismo, opportunismo e impazienza. (Vedi La presunzione porta al disonore).

Gesù sopportò diverse situazioni umilianti fra cui una morte infame. Il cristiano è soggetto alle infamie e può inciampare. Non dovremmo sorprenderci se accanto a noi convivono nella stessa fede persone disonorevoli e infami.

A volte, in congregazione, possiamo essere vittime di giudici ingiusti che potrebbero causare sofferenze gravissime. E’ comprensibile e giusto provare delusione e amarezza in questi casi, ma non è saggio inciampare e perdere la relazione con Geova. Anche l’autocondanna può distruggere.

Sentirsi indegni o infami per una propria debolezza pensando che Dio non ci accetterà più come suoi Testimoni è sbagliato. Questo non vuol dire minimizzare la gravità del peccato, quello che vogliamo far capire è che l’eccessiva criticità con noi stessi è irragionevole.

 In passato, i greci, i romani e gli ebrei vivevano e morivano in nome di onore, reputazione, fama, consenso e rispetto. Tali valori rendevano le persone sensibili all’opinione degli altri. Di conseguenza, i cristiani non potevano permettere che le idee e i criteri seguiti dagli altri condizionassero la loro condotta.

Che dire di noi? Le cose che il mondo considera stolte, deboli e infami sono sagge, potenti e onorevoli agli occhi di Dio. (1 Cor. 1:25-28) Sarebbe da sciocchi farsi influenzare dall’opinione della maggioranza. Quando un uomo desidera ricevere onore in questo mondo deve tener conto di ciò che il mondo stesso pensa di lui. Noi invece, reputeremo degno di onore ciò che è onorevole agli occhi di Dio e non ci arrenderemo di fronte a un’infamia, anche quando a commetterla è stato uno di noi.

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Qualcos’altro in più:

Non arrenderti

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