La cultura del piagnisteo

Ha suscitato clamore in tutto il mondo la recente intervista rilasciata alla celebre presentatrice Oprah Winfrey da Harry e Meghan e andata in onda negli USA sull’emittente Cbs.

Tra le molte accuse fatte c’è quella che tanti hanno definito la “cultura del piagnisteo” che regala fama e soldi.

Il piagnisteo sta diventando la nuova versione della ribellione contro chi viene ritenuto il colpevole di ogni nefandezza. Il web è strapieno di storie strappalacrime. I testimoni di Geova conoscono bene certi piagnistei nei loro confronti e chi sfrutta certe storie per fini pregiudizievoli ed economici.

“Diciamo la verità, chi se la sarebbe filata la duchessa se non avesse sputato nel piatto in cui riccamente mangia?” (Roberto Fabbri, il Giornale 11 marzo 2021). A noi di inattivo.info non ci interessano granché queste beghe regali. Ne parliamo perché ci interessa la “cultura del piagnisteo”.

L’idea che la mentalità dei TdG sia oppressiva e intollerante è un inganno che può attecchire soltanto sul terreno del fanatismo, dell’ignoranza e del pregiudizio. Il piagnisteo, secondo Treccani è un lamento continuato, un pianto funebre. Per estensione può riferirsi a un discorso pieno di deplorazioni prolungate o suppliche insistenti e fastidiose.

Avere a fianco un piagnucolone con queste caratteristiche è come tagliarsi le vene dalla disperazione. In termini calcistici viene definito “piangina” chi piagnucola per una sconfitta ritenuta ingiusta o persa per presunti torti arbitrali.

Sono tanti i “piangina” che troviamo nel web che lamentano torti teocratici. Ormai, da più di un anno viviamo in uno stato di costante ansia da pandemia e lamentarci un po’ di come stiamo vivendo la nostra vita è naturale. Pensiamo solo ai danni economici, familiari, mentali e sociali dovute alle conseguenze dei contagi.

Ci chiediamo, cosa sono i presunti torti avuti in congregazione di fronte a questi reali problemi? Eppure, ci sono alcuni che non perdono occasione per “chiagnere” contro i TdG.

Se proprio non vi vanno giù le parole di Gesù: “Smettete di giudicare affinché non siate giudicati”; “Smettete di condannare, e non sarete affatto condannati”, allora prendetevela con filosofia. (Matteo 7:1; Luca 6:37).

Forse il peso di un mondo ostile e di una serie di esperienze negative che hai collezionato negli anni ti impedisce di lasciarti andare completamente. Forse oggi sei una persona un po’ più cinica di quanto fossi qualche tempo fa, e questo ti dispiace, ma non riesci a cambiare atteggiamento.

Non ci girare troppo intorno: per compiere un cambiamento di prospettiva devi fidarti almeno un po’, e anche impegnarti come facevi un tempo in congregazione. Inizia tu per primo a risolvere i problemi che ti stanno a cuore. Se non cominci tu a prenderti cura di te stesso come puoi pretendere che lo facciano gli altri?

Filosofia vuol dire sapienza, provare amore per una conoscenza profonda e accurata. Invece di arrabbiarsi o buttarsi giù è saggio imparare a prendere conoscenza della vita e darne una corretta interpretazione.

Per la nostra psiche e per la complessità di questa società, sarebbe impossibile pensare di dare dei dettami da seguire alla lettera, ed è quindi essenziale che sia tu a capire come disegnare il tuo labirinto.

In un mondo come il nostro non serve cercare maestri e persuasori, guru e sciamani, ma facilitatori, cioè persone che possano aiutarti a tirare fuori ed elaborare i modi e i concetti giusti. Si tratta di sviluppare una disciplina (da discipulus, discepolo, cioè chi impara attraverso esercizi e insegnamenti), ma senza avere qualcuno che ti controlli.

È più complicato, ma può renderti discepolo della vita non di una persona. Lasciati perciò guidare da Gesù e da Geova, gli unici con i quali sei sicuro di farcela. Non confondere l’idea di conoscenza di sé con la cura di sé.

Dobbiamo avere il controllo di tutto ciò che siamo, ogni cosa deve essere chiara, ogni irrisolto risolto, ogni dubbio eliminato. Prenderci cura di noi stessi significa fare attenzione a emozioni, desideri, talenti, progetti, provare il desiderio di agire bene. Per questa ragione, prendersi cura di sé significa prendersi cura degli altri.

I social e la socialità

Sempre più persone hanno paura o semplicemente non hanno più voglia di dire la propria sui social, perché in troppi attorno a loro li usano come fossero una grande cloaca in cui riversare frustrazioni, livori, rabbie, pregiudizi. Ogni giorno cercano nuovi nemici da abbattere e capi da seguire. I social non sono la piazza di dialogo ma un ring al centro di una discarica, in cui il suono della notifica è la campanella del combattimento. La vita social si fa sempre più invivibile per tante persone: salvo alcune isole felici, sono evidenti online i segni di una regressione sociale e psichica […] Siamo iperconnessi senza essere collegati. Meglio, siamo connessi tra persone senza essere connessi a persone. Non tocchiamo davvero l’altra persona, ma siamo vincolati e sottomessi agli strumenti di connessione. (A. Colamedici, M. Gancitano, Prendila con filosofia).

Sapersi raccontare è un’arte. Il piagnucolone cerca soltanto attenzioni perché si dà troppa importanza, attenzioni da cui diventa sempre più dipendente, più ne riceve più ne desidera. Praticare queste persone vuol dire rendere difficile la soluzione del problema. Devi rompere questa mentalità che ti spinge ad agire come i piagnucoloni.

Vuoi smetterla con i piagnistei? Scegli uno o più di questi articoli e cambia mestiere:

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