La ferita che ci impedisce di voltare pagina

Questo articolo non è farina del nostro sacco, ma è troppo bello per non essere “inoltrato”

Il titolo è: Ogni essere umano è un libro, scritto dallo psicoanalista Massimo Recalcati e pubblicato da Repubblica domenica scorsa.

Più che gli autori del libro della nostra vita siamo gli attori. Alcune pagine sono indimenticabili, altre non lasciano tracce e altre ancora sono illeggibili. Pagine di gioia immensa e pagine di angoscia profonda.

Il libro assume un significato importante quando contiene pagine che hanno tracciato con più forza la nostra vita: le nostre esperienze più traumatiche, le ferite che fanno fatica a chiudersi.

Nei libri che amiamo di più ritroviamo il personaggio che più ci assomiglia. Allo stesso tempo voltando pagina non sappiamo cosa c’è scritto, cerchiamo ciò che ci è sconosciuto. Per un verso cerchiamo il copione che siamo e per un altro verso le pagine inedite che non siamo mai stati.

Secondo Recalcati, si volta pagina quando ci si riconosce e ci si perde in quello che stiamo leggendo. Quando la ferita ancora aperta ci impedisce di voltare pagina riduciamo il libro a una sola pagina.

Si rimane bloccati in questa pagina e non si volta più, si rimane fissi su di essa e non si va oltre. Il libro, adesso non è tante pagine ma una sola. Non esistono più altre pagine o altri libri per chi ha la ferita ancora aperta.

Il trauma riduce il mondo in una sola pagina. Ogni volta che la vita subisce una ferita non tende a passare oltre, a voltare pagina, a dimenticarla, ma piuttosto a ripetere la ferita. Non nonostante sia una ferita, ma proprio perché è stata una ferita. Siamo davvero fatti per cambiare, per voltare pagina?

C’è una resistenza che impedisce di voltare pagina. Perché ogni volta che si volta pagina qualcosa muore. La creatività umana non sorge dal nulla, ma dal nostro passato e si può voltare pagina solo se si sono lette le pagine precedenti e abbiamo dato un significato nel momento in cui le stiamo leggendo, cioè nel tempo presente.

Siamo responsabili del nostro futuro e di ciò che è già avvenuto. È voltare la pagina del libro che dà senso alle pagine precedenti. Scrivere nuove pagine significa dare un senso alle pagine già scritte. E quando si arriva all’ultima pagina che chiude la storia, rendendola finita, essa dà un significato a tutte le altre pagine precedenti.

“Ma allora l’ultima pagina sarebbe quella che renderebbe impossibile voltarne altre?” si chiede l’autore. Sentiamo la risposta che lui si è dato.

Se il nostro libro — il libro della nostra esistenza — è terminato, se si è definitivamente chiuso, questo non significa che le sue pagine non possano essere ancora voltate da lettori sconosciuti. Non esiste, infatti, in nessuna parte del mondo un libro capace di contenere tutti i libri, non esiste per principio il Libro dei libri. Anche l’ultima pagina non sarà mai allora davvero l’ultima. Le parole resistono al dominio insensato della morte. Non è mai il tempo dell’ultima parola perché non tutto è morte. Sono solamente le parole che verranno a resuscitare o a far morire le parole che abbiamo pronunciato. È il nostro modo di ereditare le parole che vengono dal passato a farle vivere ancora o spegnerle per sempre. Ogni volta che voltiamo una pagina decidiamo il nostro passato perché facciamo esistere il nostro avvenire”.

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