La forza dell’abitudine

Come il fuoco, le abitudini possono essere utili o dannose

Il fuoco può essere una fonte gradita di luce e un mezzo per scaldarci. Tuttavia il fuoco può essere un nemico spietato che distrugge ogni cosa. Lo stesso si può dire delle abitudini. In senso spirituale, le abitudini sono una scelta e possono agevolare o ostacolare l’adorazione a Dio. Le buone abitudini ci aiutano a non perdere tempo nel riflettere su ogni decisione. Una volta stabilito quel modello lo seguiamo grazie alla forza dell’abitudine.

Il rito è una sequenza di atti ripetuti e regolati da norme codificate. Il rito, quando fa parte delle abitudini religiose, aiuta a superare e a sopportare le difficoltà che quotidianamente si incontrano in quanto fornisce modelli di comportamento rassicuranti garantiti dalla tradizione. Nella Bibbia sono numerosi gli esempi di abitudini buone e cattive. Ad esempio, Daniele pregava regolarmente. (Dan 6:10) Dina era solita uscire per vedersi con altre giovani del paese (Gen 34:1).

Le abitudini rituali proteggono il gruppo sociale o religioso dai pericoli, trasmettendo alle generazioni che verranno le esperienze che permetteranno di garantire alla comunità una protezione dai fattori esterni e interni che possono nuocere alla sua esistenza. Inoltre la forza delle abitudini garantisce un certo ordine nei periodi di conflitto, stabilendo responsabilità, sanzioni e riparazioni. Il rito rende pubblico ciò che è privato. Ogni religione si fonda nella credenza di possedere una specifica efficacia sia del celebrante che dei partecipanti. I riti religiosi sono sempre stati concepiti come azioni che danno a certuni il diritto esclusivo su Dio.

Gli studiosi del comportamento umano affermano che il cervello ama i rituali, anche quelli che sembrano fuori da ogni logica. Ne seguiamo moltissimi, e guai a cambiarli di una virgola. Molti rituali danno un senso di appartenenza. Nasciamo con la propensione a seguirli. Molte persone seguono quello che fanno altri. In questo modo si crea un collante sociale. Un motivo per seguire certe abitudini potrebbe essere la paura di rimanere soli. Le abitudini collettive uniscono e facilitano la cooperazione e il sostegno.

Le abitudini che diventano troppo scrupolose e a volte ossessive, sono legate ai sensi di colpa. Chi ne soffre vive la vita comunitaria con un certo disagio. Il timore irragionevole di non rispettare certi rituali spinge la mente a pensare che si stia commettendo un grave peccato. Pertanto molti seguono certe abitudini più per paura di non sbagliare che per gioia. Alcuni pensano che chi ha autorità in congregazione li sorvegli e punta il dito contro di loro ogni volta che, ad esempio, non vanno in Sala, predicano poco o mancano a un congresso. Una buona abitudine viene trasformata così in un caso ossessivo, soprattutto quando ci si fissa su certe questioni di carattere personale. Questa percezione sbagliata delle abitudini può creare ansia e angoscia al punto di non godersi più semplici attività rilassanti.

Si deve riconoscere che all’interno delle congregazioni operano uomini che consapevoli o no, disturbano con il loro atteggiamento cristiani dalla sensibilità spiccata. Certi modi di fare e di pretendere causano tensioni che non di rado spingono all’abbandono di ogni buona abitudine teocratica. Tutte queste esperienze negative infiammano gli oppositori che bollano i tdG come neuroschiavi di regole morali oppressive e di giudizi che hanno una forza psicologica devastante. Neuroschiavi di una classe dirigente e di corpi di anziani che invece di curare le pecore le tosano. A volte c’è del vero in certe affermazioni, altre volte del falso.

Una buona abitudine è quella di evitare di essere ipercritici e prendere coscienza di avere questo problema (ci riferiamo anche ai tdG). Spesso si lotta più facilmente contro un limite psichico che contro uno represso. Gesù non contesta che vi sia una pagliuzza nell’occhio del vicino e nemmeno contesta che possa essere caritatevole cercare di levargliela. Egli propone prima di guardare la nostra trave, cioè di pensare prima a noi stessi e poi agli altri. Più vediamo bene i nostri limiti, tanto più ci liberiamo dell’ipercriticismo. Questa sì che è una buona abitudine.

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