La ginestra

panoramavesuvioVeduta di Napoli e Vesuvio dal parco Vergiliano a Piedigrotta

di Giacomo Leopardi

Questa mattina Napoli è coperta da un cielo plumbeo. Sto salendo un vialetto del Parco Vergiliano a Piedigrotta, dove si trovano le tombe di Virgilio e Leopardi, facilmente raggiungibili dalla stazione di Mergellina. Sono l’unico visitatore e ho l’impressione che questo luogo sia lontano dai radar del turismo partenopeo. Sembra un posto dimenticato. Il vialetto è ricco di varie specie di piante e alberi. Improvvisamente ci si trova davanti al tumulo del poeta recanatese. Lo guardo con ammirazione e rimango lì un bel po’ a meditare sul pensiero leopardiano. Da qui si gode un bellissimo panorama. Il Vesuvio è ricoperto dal grigio della foschia. Una scritta attira la mia attenzione. Situata ai piedi di una ginestra, la targa ricorda una famosa lirica di Leopardi che scrisse a Torre del Greco, da dove il Vesuvio nel 70 d.C. aveva distrutto Ercolano e Pompei. Sorprenderà molti, sapere che da giovane, Leopardi è stato un profondo studioso della Bibbia. Nella biblioteca paterna si trova tuttora una monumentale Bibbia poliglotta (1657), tradotta in latino, greco, arabo, caldeo, ebraico, etiope, persiano, samaritano e siriaco.

vergiliano-targaginestra

A tal proposito, è stato recentemente pubblicato un saggio di Laura Novati, dal titolo La Bibbia di Leopardi. Un libro da leggere tutto di un fiato. L’autrice evidenzia i vari passaggi biblici che ispireranno opere come Il sabato del villaggio, A se stesso, Il canto notturno di un pastore errante e La ginestra. Nello Zibaldone, opera dai molti rimandi biblici, a 18 anni, con il fratello Carlo, tradurrà in sette lingue il Salmo 46. In genere, Leopardi è associato alla categoria dei pessimisti. Il pensiero che esprime nelle sue composizioni non è per niente una “lamentela”, semmai una “lamentazione”, cosa assai diversa. La lamentela è una rimostranza, una manifestazione di disappunto, mentre la lamentazione è una forma per esprimere il dolore, il dispiacere, il lutto e implica il pianto dell’anima e le mani allargate in cerca di un senso da dare alla vita, un atteggiamento questo tipicamente biblico.

ginestra-vulcanoLa ginestra o il fiore del deserto

Questa lirica ha come introduzione le parole di Gesù: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato le tenebre” (Giovanni 3:19). Con queste parole, il poeta intende sottolineare l’assurdo delle idee spiritualistiche ed ottimistiche del suo tempo, la cui menzogna è preferita alla verità. Oppure, il versetto potrebbe alludere alla difficoltà con cui la verità si fa largo tra gli uomini, i quali preferiscono illudersi di cose false e consolatorie piuttosto che prendere coscienza di cose vere ma dolorose. La ginestra è l’unico arbusto che fiorisce sulle pendici del Vesuvio. Abbellisce  e profuma i luoghi segnati dalla distruzione e dalla morte, offrendo un contributo positivo alla difficile situazione nella quale è stata posta dal destino. Forse, ciò, richiama l’invito rivolto agli uomini perché si aiutino  vicenda senza aggravare la propria condizione con odi tra fratelli. Quando un vulcano erutta, travolge, ricopre e distrugge con la sua lava incandescente tutto ciò che incontra. L’unica cosa che riesce a spuntare dalla lava pietrificata è la ginestra, assurta a simbolo di rinascita. Accettando con umiltà e dignità la propria sorte, la ginestra propone un mondo umano piccolo e limitato se confrontato con la vastità dell’universo. Cadono le civiltà, crollano gli imperi, passano le generazioni, ma non la flessibile ginestra, frutto della stessa natura del creato che distrugge e poi ricrea. La ginestra, pur piegandosi, non oppone resistenza, rifiorisce e risorge dalle ceneri come l’araba fenice. E’ l’infinita lotta tra l’uomo e le forze del creato, tra il microcosmo e il macrocosmo, tra la debolezza e la potenza, l’imperfezione e la perfezione assoluta, le gioie e le sofferenze. Si perde, si muore e si rinasce: dalla vita al dolore, dal dolore alla morte, dalla morte a una nuova vita. E’ il ciclo eterno della vita, che rinasce e continua all’infinito. Da una parte, la lava vulcanica, simbolo di morte e distruzione, dall’altra, la natura “gentile” della ginestra dai fiori gialli e dal profumo intenso, che si spande e consola con la sua presenza il deserto pietrificato. Leopardi definisce la nobiltà spirituale con queste parole: “Magnanimo e nobile è l’uomo che ha il coraggio intellettuale e la forza d’animo di riconoscere apertamente e senza vergogna la verità della propria condizione infelice, che si manifesta nella sofferenza e non nell’incolpare altri delle proprie disgrazie”.

A me piace pensare alla ginestra come un simbolo di tutti quelli che sopraffatti dalle ingiustizie, dalle sofferenze, dai lutti, oppongono una coraggiosa se pur fragile resistenza, fino allo stremo delle forze contro le “lave incandescenti” di questo mondo. Uomini e donne di fede che sanno risorgere dalle proprie ceneri e ricominciare a vivere di nuovo, nonostante le sconfitte amare e dolorose della propria esistenza: inattivi, disassociati, persi, sofferenti, perseguitati, depressi, maltrattati, emarginati e tutti quelli che continuano a subire prove infuocate, che lottano per mantenersi integri e altri invece che sono caduti e hanno avuto la forza di rialzarsi e rifiorire di nuovo in mezzo al deserto della vita.

biblia_poliglottaLa natura che tutto travolge e distrugge, essa stessa che porta alla morte, produce poi il rimedio per la vita. Bisogna a volte lasciarsi morire per dare al Creatore l’opportunità di trovare i rimedi necessari per risorgere e rivivere. Nulla nel creato è lasciato al caso, anche là, dove Dio annienta con il fuoco incandescente delle viscere della terra, può nascere una speranza di vita. L’uomo deve riconoscere la sua impotenza di fronte allo strapotere di Dio. Non serve ribellarsi, né lottare contro. La religione, secondo il pensiero di Leopardi, dà scarse vie d’uscita alla disperante insignificanza della natura umana e la speranza nell’aldilà e solo una sciocca illusione. La religione, forse sì, ma non la Bibbia che offre all’uomo la speranza di rialzarsi in questo mondo e di guardare il futuro con occhi luminosi.

La ginestra di Giacomo Leopardi

Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro
di muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive .

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra sé. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto:
ben ch’io sappia che obblio
preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama sé né stima
ricco d’or né gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma sé di forza e di tesor mendico
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.

Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gi occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
stolto crede così qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede
quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel, profondo
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Sull’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontano l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri, per li templi
Deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

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