La prontezza nel rendere giustizia

Da sempre viene ripetuto come un mantra: aspettare che intervenga Geova

 E’ uno dei modi di fare tra i più controversi e più difficili da accettare fra i testimoni di Geova: di fronte a certe forme di ingiustizie mostrare pazienza e attendere che sia Geova a intervenire. A sostegno di questa interpretazione vengono citati come esempi biblici: Abacuc, Davide, Michea, Abraamo e Sara, Giuseppe, lo stesso Gesù e altri ancora.

Perciò, secondo le direttive, i tdG di fronte alle ingiustizie in congregazione e alle sofferenze causate da atteggiamenti sbagliati di alcuni, devono avere pazienza, perché Geova non si aspetta che si faccia qualcosa che lui per primo non è disposto a fare.

Per molti, questo modo di fare viene interpretato come un ritardo clamoroso nel rendere giustizia. Dal punto di vista dei tdG, in casi come questi, c’è la speranza che la decisione non subitanea di intervenire ma dilazionata nel tempo possa in un certo senso stemperare le tensioni, vedere le difficoltà dissolversi e le ingiustizie appianarsi. Qualche volta può capitare che tutto questo succeda, ma nelle maggior parte dei casi non accade.

Anzi i problemi si aggravano, le ferite si incancreniscono, le tensioni si aggrovigliano. Aspettare prima di prendere una decisione per lasciare spazio alla riflessione e non ai colpi di testa o all’irruenza istintiva, non c’è dubbio che si tratti di una cosa saggia. Però, (possiamo sbagliarci), dopo un periodo ragionevole di attesa, non bisogna trascinare per troppo tempo i propri doveri, sperando di alzarsi un mattino e vedere che Geova o un angelo abbiano risolto il problema al posto nostro.

C’è un chiaro avvertimento nella Bibbia: “Non trattenere il bene da quelli cui è dovuto, quando è in potere della tua mano far[lo]. Non dire al tuo prossimo: “Va, e torna e domani darò”, quando c’è qualcosa presso di te”. (Proverbi 3:27,28) In questi due versetti non viene incoraggiato il posticipare di un’azione quando quello che viene chiesto di fare si è in grado di farlo.

Far sospirare il fratello che anela a un aiuto possibile e che desidera avere giustizia da coloro che sono in grado di farlo, è solo un segno di debolezza. La prontezza ad agire contro le ingiustizie è coraggio, nobiltà d’animo e serietà. Quando si riconosce un’ingiustizia perpetrata nei confronti di un fratello, bisogna correre per porre fine a essa: perché mai aspettare l’anno prossimo?

Non meravigliamoci se poi un tale ritardo getta i fratelli nello scoraggiamento, nello sfinimento e nell’inattività. L’acqua quando è ferma si intorbidisce e diventa palude.

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