La «sindrome del Testimone solitario»

Non ci sono dubbi che da quando è scoppiata la pandemia, la tecnologia digitale ha contribuito a rendere meno pesanti le conseguenze del virus. C’è qualche effetto collaterale del digitale sulle attività dei Testimoni di Geova?

L’organizzazione dei Testimoni di Geova è fondata sulla predicazione di casa in casa e sulle riunioni nelle Sale del Regno. Tutto questo ha fatto sì che si creasse una sorta di comunità che funziona in termini di solidarietà, di conforto, di scambio, di mutuo aiuto, di creazione e di crescita di legami fraterni (e spesso anche affettivi).

Oggi la tecnologia digitale permette di evitare perdite di tempo dovute agli spostamenti, code, incidenti, fatica, stress nel raggiungere i luoghi di adunanze e di predicazione. Di conseguenza abbiamo a disposizione una quantità di tempo maggiore rispetto a prima.

L’unico prezzo che stiamo pagando è la «solitudine digitale». Cioè, fare le stesse cose di prima, non nei luoghi consueti, ma nelle case private, privi della compagnia fisica dei nostri fratelli. Stiamo adottando un sistema ibrido di “smart working” in chiave spirituale.

Con questo adattamento forzato perdiamo molto in termini di relazioni sociali e soprattutto emotive. Un conto è vedere la nostra immagine sul monitor, e un altro, ben diverso, è parlare a un volto e alle sue emozioni.

Notate anche voi una certa svalutazione dello sforzo intellettuale, che riguarda non solo i TdG, ma l’intero mondo del lavoro? Per capirci: l’assenza fisica sminuisce l’intelligenza spirituale? Vi proponiamo una breve riflessione al riguardo di Paolo Crepet, noto psichiatra, nell’ultimo suo libro di recente pubblicazione.

“Quando un’azienda specula e non rispetta il lavoro dei suoi dipendenti e collaboratori, è già morta, perché non riuscirà mai a innovare in quanto per farlo ci vogliono qualità e merito, che devono essere incoraggiati e pagati per il valore che rappresentano.

Nel mondo del lavoro, non sarà facile tornare alle abitudini intellettuali e conoscitive di un tempo. E si sa che con «lavoro intellettuale» non si fa riferimento solo a certe categorie professionali come scrittori, giornalisti, professori, ma anche a tante altre come i grafici, gli architetti, i designer, gli stilisti… ovvero molti milioni di lavoratori che rischiano con l’avvento dello smart working di vedere il proprio lavoro deprezzato e svalorizzato”. (Paolo Crepet, Vulnerabili, pp. 83-85)

Fare le cose di persona è molto diverso dal farlo davanti al monitor del proprio pc. Non c’è il ritorno emotivo che ogni oratore avverte dal podio. C’è il rischio che qualcosa si appiattisca per la mancanza di emotività e di passione che in genere suscita la presenza fisica.

Il rischio della «sindrome del Testimone solitario» potrebbe divenire reale? Siamo in presenza di un nuovo genere di solitudine? Crepet mette in guardia contro il pericolo di desertificazione e di afonia del digitale. Si chiede, se la solitudine può compromettere l’uso della voce per mancanza di conversazione.

In senso metaforico, per noi TdG, l’abbassamento della voce, intesa come conversazione edificante fatta nei luoghi di raduno, sta incidendo anche sul senso di Ebrei 10:24,25? Stiamo per diventare vittime di una sorta di afonia sociale?

Il digitale è sicuramente uno strumento efficiente, ma è anche inespressivo, distaccato per definizione, proprio perché deve celebrare l’immediatezza come valore principale, a discapito di tutto il resto.

Noi non critichiamo a priori le tecnologie digitali, ma come scrive il prof. Crepet, ci limitiamo a esortarvi “a saper distinguere ciò che deve essere facilitato da ciò che, invece, deve rimanere complesso perché non può e non deve essere semplificato, ciò che deve essere delegato a un device e ciò che, invece, deve rimanere di competenza dell’umano, pena la sua definitiva decadenza”.

In sintesi: la tecnologia digitale non può e non deve sostituire il rapporto fraterno, altrimenti il rischio è la decadenza dei rapporti umani così come li conosciamo.

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