La sindrome di John Wayne e il concetto di vulnerabilità

Difficilmente chi occupa un ruolo di comando fa credere di trovarsi in difficoltà o di aver bisogno di aiuto. Lui è tutto di un pezzo, forte e sicuro, che sa sempre come agire. Sembra modificato geneticamente per non fallire. Un tipo alla John Wayne, attore e regista statunitense, famoso per i suoi film western.

Un eroe senza macchia e senza paura, rude nei modi ma generoso nell’animo, dotato di uno spirito rozzo di indipendenza, con il senso del coraggio e con una capacità unica di risolvere ogni questione pericolosa in poco tempo.

Naturalmente tutto è inventato, si tratta di un eroe in cartapesta, un tipo da celluloide. La sindrome di John Wayne è una patologia per stress dovuta all’ impossibilità di essere alla pari con l’ideale, esemplificato da John Wayne, di un coraggio militare sovrumano. Chi ne soffre si considera troppo macho per ammettere la sua vulnerabilità.

La vulnerabilità è spesso associata erroneamente alla debolezza. La rifiutiamo perché la associamo alle emozioni negative come la paura, la vergogna, la tristezza, la delusione. Una cosa è certa, chi è vulnerabile è completamente esposto. Infatti, vulnerabilità deriva da una parola latina che significa “ferire”, “esposto all’attacco e al danneggiamento”. La debolezza, invece, è l’incapacità a resistere, a reagire, è una mancanza di energia e di forza morale. Il debole è incapace di sopportare attacchi e ferite. Si tratta di due concetti molto differenti. La vulnerabilità, dunque, viene percepita come l’abilità di riconoscere i rischi e i punti dove si è più esposti.

Anche se la Bibbia parla di un’armatura spirituale (Efesini 6:14-17) con riferimento a quella del soldato romano, oggi noi tdG, per vincere le nostre battaglie, dobbiamo dotarci di una super moderna corazza antiproiettile. Senza dover dimostrare di essere simile a una macchina da guerra alla John Wayne, un vero leader cristiano non nasconde la sua vulnerabilità e il bisogno di aiuto. Quando un nominato nasconde di avere dei problemi, ancor meno potrà farlo un altro del corpo degli anziani. In questo modo si innesca il circolo della finzione: coprire l’errore con ambiguità, dire e non dire, non esprimere pareri.

Attenzione, però, a volte in congregazione passa il messaggio che le emozioni devono represse: meglio essere dei robot o delle persone in giacca e cravatta ricoperti da una spessa armatura da cavaliere che delle persone vulnerabili. A volte, i pezzi dell’armatura che indossiamo possono essere così pesanti che non abbiamo la forza di andare avanti se non trascinandoci a fatica. Il cristiano vulnerabile non è come quel piagnucoloso che cerca di proteggersi o di nascondersi dietro delle apparenze di solidità. Il cristiano osa e si fa vedere per quello che è. Non porta con sé uno scudo della fede di dieci tonnellate. Il suo scudo, come del resto gli altri pezzi dell’armatura sono robusti ma in grado di poter essere usati con destrezza. In realtà una consapevolezza equilibrata delle proprie vulnerabilità e una condivisione delle difficoltà, permette di raggiungere buoni risultati e con meno sofferenza.

Molto spesso, i John Wayne della teocrazia, sono convinti di essere invulnerabili, tanto ci sono lo Spirito Santo e gli angeli a proteggermi. L’illusione dell’invulnerabilità mina l’intelligenza della fede che consente in molti casi una difesa reale. Alcuni tdG vivono il mito del farcela da soli. Pur essendo qualcosa di apprezzabile farcela da soli, cercare un supporto per adempiere le proprie responsabilità è fondamentale.

In questo campo, sociologi, psicologi e studiosi della natura umana, citano alcune frasi di Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti, che pronunciò nel famoso discorso L’uomo nell’arena, tenuto alla Sorbona di Parigi, il 23 aprile del 1910. Ecco il passaggio più celebre:

«Va invece dato merito all’uomo che si cimenta davvero nell’arena, col volto sporco di polvere, sudore e sangue; che si batte con valore, che sbaglia, che continua a fallire, perché non c’è tentativo senza errore o delusione, che davvero si mette alla prova per portare qualcosa a compimento, che conosce il vero entusiasmo e la vera devozione, che si consuma per una causa meritevole, che, nel caso migliore, alla fine conoscerà il trionfo di un grandioso traguardo, e nel caso peggiore, se fallirà, perlomeno fallirà osando in grande…».

La vulnerabilità non ha a che fare col conoscere la vittoria o la sconfitta, è comprendere che entrambe sono necessarie; è osare, mettersi in gioco. Le persone, in particolare i nostri fratelli in fede, che ci amano non sono mai critici nei nostri confronti quando abbiamo bisogno di aiuto nelle difficoltà. Sono con noi a combattere per noi nell’arena. Se falliamo, falliamo insieme, se vinciamo, vinciamo insieme. L’importante è osare in grande. A volte la prima e più importante sfida che dobbiamo affrontare è chiedere aiuto e sostegno.

Purtroppo è quello che constatiamo manchi ai fratelli lontani. Ci sono tdG disposti a lottare nell’arena della vita insieme a quelli che si sono allontanati dalla congregazione., con l’obiettivo di sostenerli nella strada del ritorno, se solo glielo permettessero. Fratelli sinceri e amorevoli che si batterebbero con valore per voi e con voi, fratelli disposti a sporcarsi il volto di polvere e di sangue per una causa meritoria, e se dovessero fallire, pazienza, un giorno potranno dire di aver osato in grande.

In passato abbiamo trovato dei modi per proteggerci dalle delusioni e dalle ferite. Abbiamo indossato un’armatura personale, abbiamo usato i nostri pensieri e il nostro agire come armi, siamo persino scomparsi. Adesso che siamo ancor di più cresciuti ci rendiamo conto che per vivere con coraggio, per essere la persona che desideriamo, dobbiamo di nuovo mettere a nudo la nostra vulnerabilità. Non esistono super eroi, se non nei film o nei cartoni animati. Dobbiamo toglierci l’armatura che nasconde la nostra vera identità, deporre le armi delle ostilità, mostrarci e lasciarci guardare per quello che realmente siamo.

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