La speranza degli uomini vuoti

Gli uomini vuoti è una poesia di Thomas Stearns Eliot, uno dei più grandi poeti del secolo scorso.

In genere, la grandezza di un poeta è determinata dal modo come concepisce il suo tempo e da come riesce a esprimerlo in versi. Il riferimento è al Novecento, il secolo della crisi, dell’ansia, di una visione per niente sacra del mondo. Il testo, preparato in tre stesure e formato da cinque sezioni, è stato completato nel 1925.

La prima sezione, una delle più significative, rappresenta gli uomini di una “terra desolata” come vuoti e impagliati. Il poeta descrive la condizione di vita apparente degli uomini vuoti come figure senza contorno, ombre senza colore, forza senza energia, gesti senza movimenti.

Gli uomini vuoti sono privi di identità e personalità. Non riescono a stare in piedi da soli e non sono in grado di pronunciare parole importanti, i loro discorsi sono vuoti. Sono aridi dal punto di vista psicologico e religioso e non riescono a sostenere lo sguardo di uomini carismatici.

In questa terra desolata, emblema di una vita solo apparente perché senza senso, si sono costruiti idoli di pietra cui rivolgono preghiere prive di condivisione. Brancolano nel buio e in terre aride, ignavi di memoria dantesca, che si ammassano sulle rive di un fiume infernale. Difficilmente ritroveranno la loro anima, sono bloccati in un limbo dove possono sperimentare solo debolezze e paralisi. Comunque non è però detto che al di là del fiume stia l’inferno: forse Eliot allude a un varco per la salvezza.

Questa descrizione rispecchia il momento delicato di Eliot, quando non lavorava a causa di un esaurimento nervoso. Come gli uomini vuoti, anche lui viveva una situazione di paralisi, di inattività e di volontà debole. Non si tratta solo di passività, in lui emerge il desiderio di un risveglio dalle sue condizioni di inattività, un passaggio dalla morte alla vita.

Chi vive una condizione di inattività non sempre riesce a esprimere i suoi sentimenti e la poesia, come nel caso di Eliot, è un modo per esplorare la profondità delle emozioni, dell’amore e della rabbia che si prova a causa della propria immobilità. La poesia aiuta a comprendere gli stessi sentimenti che grandi uomini hanno provato e che sono difficili da spiegare, se non con semplici versi. Sensazioni, senza dubbio simili alle parole dei Salmi.

L’uomo “vuoto” è il ritratto di un essere interiormente vano, non sempre per colpa sua. A volte si diventa vuoti perché si è figli di un tempo spiritualmente privo di valori etici la cui indolenza è paralizzante. Nell’ultima sezione della poesia, la cecità viene espressa con grande concretezza. Cecità, che nei simboli evangelici, è l’incapacità di vedere il Regno di Dio che “non è di questo mondo”, che nel testo di Eliot è riferito nuovamente agli ignavi di Dante.

Si tratta di un componimento che testimonia la battaglia interiore che affligge il poeta, che ironicamente, conclude: È questo il modo in cui il mondo finisce / Non già con uno schianto ma con un piagnisteo. Come quasi tutte le sue opere, Eliot intende comunicare il senso assurdo di una vita che non riconosce Dio. Egli pone sempre in evidenza le emozioni, che esprime attraverso una serie di oggetti.

L’immagine degli uomini dalle teste di paglia è il simbolo di una condizione di non vita in un mondo privo di punti di riferimento, in quanto separato da Dio. A differenza degli uomini vuoti di Eliot, privi di Dio e che non hanno più nulla da offrire, i fratelli “inattivi” che conservano ancora nel loro cuore Geova, hanno la speranza di ritornare al Padre.

I loro occhi non sono diventati ciechi, essi “vedono” il Regno, perché non hanno dimenticato del tutto Geova e nonostante le prove e le difficoltà che stanno attraversando sanno per esperienza che solo guardando ‘oltre’ possono intravedere la meta della vita eterna.

 

Thomas Stearns Eliot (1888-1965) è autore di opere incentrate sulla tematica del male di vivere convertitosi alla religione anglicana, cominciò a trattare temi di carattere religioso. Appassionato lettore di Dante, Eliot è ritenuto tra i maggiori poeti anglo-americani del Novecento per l’acutezza con cui ha saputo esprimere il disagio esistenziale del nostro tempo. Nel 1948 gli è stato conferito il Nobel per la letteratura.

 

 

Sugli ignavi/indifferenti, vedi:

Sulla depressione, una poesia di Eugenio Montale:

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