La speranza un’ancora per la vita

L’ancora è il simbolo cristiano della speranza e il rimedio estremo a cui si ricorre per essere aiutati in caso di necessità. Di tutte le virtù la speranza è quella più importante per la vita, perché senza di essa nessun cristiano oserebbe intraprendere una qualsiasi attività o affronterebbe con coraggio il futuro oscuro e incerto.

 Essa è strettamente collegata con le attività cristiane. Quando si perde la speranza si perde la forza per rimanere attivo teocraticamente. Diventare inattivo (riferito solo alle attività di congregazione) non vuol dire perdere in automatico la speranza in Dio. Alcuni, pur essendo classificati tra gli “inattivi” dimostrano più fede in Dio rispetto a tanti altri “attivi”.

L’apostolo Paolo mise in guardia contro il rischio di fare “naufragio”, ripudiando la propria buona coscienza e perdendo la fede (1 Timoteo 1:19). Fra le cause che hanno indotto alcuni a mandare a picco la nave della loro fede facendoli smettere di frequentare la congregazione cristiana – pur credendo ancora che essa pratichi la vera religione – c’è quella di non aver mostrato la pazienza e la perseveranza necessarie per aspettare il nuovo mondo promesso da Geova Dio. Per loro la vita nel Paradiso non è arrivata abbastanza in fretta.

«In certe parti del mondo sembra che alcuni cristiani dedicati abbiano deciso di prendersela comoda anziché procedere a vele spiegate. La nave della loro fede è ancora a galla, ma va a una velocità di crociera. Attratti dalla speranza di un Paradiso imminente, alcuni erano pronti a fare ogni sforzo per entrarvi, essendo zelanti nell’opera di predicazione e frequentando regolarmente tutte le adunanze e le varie assemblee.

Pensando ora che la realizzazione delle loro speranze sia più lontana di quanto credessero, non sono più disposti a impegnarsi molto. Ciò è evidente dalla loro ridotta attività di predicazione, dalla loro presenza saltuaria alle adunanze e dalla facilità con cui saltano parte del programma delle assemblee speciali di un giorno, di circoscrizione e di distretto. Altri dedicano più tempo allo svago e alla ricerca di comodità materiali. Questi fatti ci inducono a riflettere su quale dovrebbe essere la forza che ci spinge a vivere in maniera conforme alla nostra dedicazione a Geova. Il nostro zelo nel servirlo dovrebbe dipendere dalla speranza di un Paradiso imminente?…

 La speranza è paragonata a un’ancora… Questa speranza noi l’abbiamo come un’àncora per l’anima, sicura e ferma”. (Ebrei 6:17-19)  L’ancora è un efficace dispositivo di sicurezza, indispensabile per trattenere la nave e impedire che vada alla deriva. Nessun marinaio si avventurerebbe in mare su una nave sprovvista di ancora. Paolo aveva subìto vari naufragi, per cui sapeva bene che la vita dei naviganti spesso dipendeva dalle ancore della nave. (Atti 27:29, 39, 40; 2 Corinti 11:25)

Le navi del I secolo non avevano un motore che permettesse al capitano di manovrare a suo piacimento. Salvo che per le navi da guerra a remi, le imbarcazioni dipendevano sostanzialmente dal vento. Se la nave rischiava di sfracellarsi contro le rocce, l’unica cosa che il capitano poteva fare era calare l’ancora e superare la tempesta, confidando che l’ancora non perdesse la presa sul fondo. Paolo paragonò quindi la speranza del cristiano a “un’àncora per l’anima, sicura e ferma”. (Ebrei 6:19)

Quando siamo investiti dalle tempeste dell’opposizione o incontriamo altre prove, la nostra meravigliosa speranza è come un’ancora che ci rende stabili come anime viventi, affinché la nave della nostra fede non vada alla deriva e non finisca sulle pericolose secche del dubbio o contro i micidiali scogli dell’apostasia. — Ebrei 2:1; Giuda 8-13».

Parole nostre queste scritte sopra? No! Esse sono testualmente riportate nella w99 15/7 pp. 15-20. Perciò, si inizia a diventare inattivi”, come dice la W sopracitata, riducendo la speranza nelle promesse di Dio e non essendo più disposti a impegnarsi molto. In pratica, facendo il minimo indispensabile per non diventare “inattivi”.

Di questi proclamatori, secondo noi semi-inattivi o semi-attivi, che riducono il tempo della predicazione, che saltano regolarmente le adunanze e le parti alle assemblee, ce ne sono tantissimi nelle congregazioni. Si tratta di proclamatori che vivono la loro spiritualità ai bordi del fiume in piena. Se questi dovessero diventare “inattivi” a tutti gli effetti, lasciandosi trascinare dalle piene del fiume, le congregazioni si svuoterebbero.

Per comprendere meglio la speranza bisogna partire dal suo opposto: la disperazione. Il terrore di non trovare una soluzione a un futuro vivibile annienta la possibilità di fare qualcosa. È la disperazione che prova un condannato a morte quando viene portato nella sedia elettrica. La speranza, per il condannato a morte sboccia con la notizia di una revisione del processo che lo aveva dichiarato colpevole.

Si riapre il futuro, il desiderio di vivere, di lottare. Tra la disperazione e la speranza vi è un salto abissale, non c’è una via di mezzo, si va dal niente al tutto, dalla morte alla vita, dal dolore al riso. È un passaggio dalla incertezza alla possibilità, non alla certezza. Se una cosa insperata è cambiata non significa che andrà tutto bene. Si apre la possibilità che tutto vada bene.

La speranza distrugge la certezza dell’ineluttabile o di qualsiasi incertezza. Essa appare ai cristiani come una visione di ciò che si può realizzare. I grandi uomini di fede hanno sempre avuto davanti a sé una visione, una vocazione, una chiamata, un ideale, un destino. Si sono mossi con sicurezza anche davanti a terribili prove senza vacillare. Per alcuni, la speranza non è così intrepida come descritta sopra, ma prudente, come uno stare in mezzo tra due opzioni di cui nessuna delle due è così certa.

Ci riferiamo ai proclamatori semi-inattivi o semi-attivi, che stanno con un piede dentro le attività teocratiche e con l’altro fuori. In realtà, questa non è speranza, così come intesa nella Bibbia. «La speranza non è un ragionamento, un calcolo probabilistico, una rassicurazione psicologica. La speranza è una intuizione che scaturisce da un moto interiore e ci rimette in rapporto fiducioso con il mondo, ci reinserisce nello slancio vitale da cui eravamo stati espulsi. La speranza è una rivelazione della nostra continuità col cosmo, una affermazione della nostra sostanza d’essere». (Francesco Alberoni, La speranza).

Tra fede, speranza e amore, l’unica che rimarrà eternamente è l’amore. Un giorno non ci sarà motivo di sperare, perché le richieste dell’uomo saranno saziate da Geova nel paradiso futuro. Perciò, oggi il dovere non basta, perché si ferma in superficie. Solo chi ama capisce e comprende. Chi si è smarrito nei meandri di questo mondo ha bisogno di trovare nella sua comunità di appartenenza quell’amore attivo che contraddistingue il vero cristianesimo.

L’unica forza che cura e che permette di guardare avanti è l’amore. Il fratello lontano, deve ritrovare quella famiglia di un tempo, dove ognuno si prende cura dell’altro. Per questo ci chiamiamo “fratelli e sorelle”, una famiglia che si interessa amorevolmente l’uno dell’altro. Il dovere è solo formalità. Non cura e non guarisce.

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