La tavola dei perduti

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«Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». (Luca 19:10)

Agli occhi di Dio un perduto non è mai perso. Per Geova non c’è perduto senza futuro.

Una delle rivelazioni più sorprendenti che Gesù fa riguardo alla sua missione, è la venuta tra il genere umano per “salvare ciò che era perduto”. Perdersi è una delle cose che riesce meglio nella vita. Perdiamo i luoghi, le persone, gli affetti, i legami. La nostra vita è un cimitero di relazioni perdute, di fratelli che non vogliamo più rivedere. Siamo nati perdenti. I nostri primogenitori hanno perso la perfezione e di conseguenza nasciamo imperfetti.

Ci mancano sin dall’inizio della vita le cose più essenziali: un corpo e una mente perfetti che sappiano relazionarsi fra creature e Creatore. Le parole di Gesù, riguardo ai perduti, possono riferirsi sia al mondo degli uomini perduti nel peccato adamico, sia ai perduti tra i perduti, gli ultimi degli ultimi, reietti e disprezzati, emarginati e ripudiati, persone considerate irrecuperabili.

Quando si accorge degli sforzi di Zaccheo per vederlo, Gesù si autoinvita e lo fa con una certa fretta. Zaccheo si sente così onorato di stare con Gesù che decide di restituire quattro volte tanto a chi ha estorto il denaro e dare la metà dei suoi averi ai poveri. Non è un senso di giustizia a spingere Zaccheo a questa conversione, ma è la misericordia di Geova che lui stesso sperimenta durante l’incontro con Gesù.

La giustizia lava i panni sporchi, ma può renderli inadatti da indossare. Abiti ripuliti che non si possono indossare a cosa servono? Piatti sporchi puliti a cosa servono se dopo non saranno riempiti di cibo? La misericordia non è come la giustizia, perché essa oltre a “pulire” l’animo umano, lo riempie di gratitudine e di gioia di vivere. Libera l’uomo perduto dai sensi di colpa e lo motiva a darsi da fare per gli altri.  L’uomo rivestito di misericordia genera una forza che fa “miracoli”.

Il cristiano che ha come qualità prevalente la misericordia, ama incondizionatamente, trova la pecora perduta e se la mette sulle spalle, corre ad abbracciare il figlio prodigo, come il samaritano va in soccorso di chi è nel bisogno. “Zaccheo, affrettati a scendere, poiché oggi devo stare a casa tua” disse Gesù. Per lui ciò che conta non sono le cipolle di Marta, i piatti raffinati di Simone il fariseo o le pietanze appetitose di Zaccheo; essi sono soltanto secondari a ciò che rappresenta la tavola.

La tavola è per Gesù un luogo di scambio, dove si parla in maniera amabile, dove gli sguardi sono sorridenti e compiaciuti e l’ascolto delle esperienze edificante. La tavola è il luogo dove rinsaldare i vincoli fraterni. Gesù amava pranzare con gli altri; conversava e stringeva amicizie; accettava discussioni e contraddizioni, come nel caso di Simone, il fariseo. (Luca 7:36-50)

Gesù considerava la tavola il luogo simbolo dell’amicizia fraterna

La tavola è anche uno dei segni più inconfondibili che un rapporto fraterno si è interrotto, come quando non si prova più il desiderio di ritrovarsi come si faceva un tempo. La tavola è uno specchio sia della vita sociale sia di quella solitaria. Chi non ama non desidera vedere né stare insieme con chi considera un peccatore.

Il fratello maggiore della parabola del figlio prodigo non voleva entrare in casa né partecipare al banchetto. “Era indignato”. Gesù andava a tavola di tutti quelli che lo invitavano, anche se non tutti reagivano allo stesso modo. I farisei a un certo punto non lo invitarono più, anzi cercavano il modo di ucciderlo.

Il cibo che Dio ha donato all’uomo richiede responsabilità, consapevolezza di ciò che si sta mangiando, rispetto per esso e condivisione. Questo dono non è stato compreso bene dagli ebrei che nel corso degli anni hanno introdotto le categorie del puro e dell’impuro. Hanno innalzato un muro di separazione che impediva il pasto come azione comune, come gesto di accoglienza e di partecipazione condivisa.

Il bisogno smisurato di identità e di separazione dagli altri (anche tra gli stessi ebrei) divenne una vera ossessione. Si cercava l’identità attraverso i cibi e una serie infinita di regole alimentari. Chi non seguiva tali norme veniva escluso dalla vita sociale e religiosa. I pagani, i peccatori pubblici, gli uomini e le donne ritenuti indegni di stare a tavola non potevano avere nessuna associazione con loro che si ritenevano il popolo eletto. I farisei vivevano la tavola selezionando, scegliendo e scartando.

E’ in questo contesto che si colloca la figura di Gesù, colui che ebbe il coraggio di infrangere la pratica della non convivialità con i perduti. Il suo non è soltanto un gesto di rottura, ma anche un modo per avvicinare i peccatori a Geova. Gesù sapeva che nulla di ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma lo rende impuro ciò che di malvagio esce dal suo cuore. (Marco 7:18-23) Altro che proibire di andare a casa dei peccatori, di non riceverli, non salutarli e non mangiare con loro. (2 Giovanni 8-11)

Una cosa è chi manifesta lo stesso spirito dei farisei che rigettarono Gesù e riuscirono a ucciderlo, dimostrandosi malvagi impenitenti e contro Cristo (anticristi) e un’altra cosa sono i perduti che stavano alla tavola con Gesù. Erano i farisei a non voler stare in compagnia dei perduti, non Gesù. Questa separazione intransigente, questo muro che divide i presunti fratelli giusti dai perduti e da quei peccatori allontanati, è molto pericoloso anche oggi.

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Ultima Cena, David LaChapelle (2003)

LaChapelle è uno dei più geniali fotografi di tutti i tempi. Sovversivo e dissacrante, nella serie kitsch-pop Jesus is my Homeboy è convinto che oggi la presenza moderna di Gesù, sarebbe non nelle chiese ma con la gente di strada. Homeboy è un’espressione hip hop per indicare una persona degna di fiducia, la migliore.

L’immagine fotografica è molto nitida e sembra un manifesto pubblicitario o una pagina di una rivista patinata. La prima percezione che si ha è quella relativa all’Ultima Cena di Leonardo, con l’aggiunta di una figura femminile a destra. Gesù è al centro della scena con una luce riflessa dietro di lui. Indossa la tunica del suo tempo e ha le mani aperte appoggiate sul tavolo, dove si trovano anche una caraffa di vino, della frutta, del pane e delle bottiglie di birra. I presenti discutono animatamente, mentre Gesù è immobile, in silenzio, in una posizione di attesa.

Sembra aver pronunciato la famosa frase: “Uno di voi mi tradirà”. Si prova quasi una sensazione di disapprovazione nel vedere Gesù associato con persone di questa risma, tra il rap e il delinquente di strada. A guardare il contesto della foto, ci viene quasi spontaneo chiederci: “Cosa ci fa Gesù con questa gentaglia”. Se la foto ci crea disagio, disgusto, disapprovazione, allora lo scopo di LaChapelle è stato raggiunto: siamo simili ai farisei che condannavano Gesù quando stava a tavola con i peccatori.

E’ la dimostrazione che nel nostro cuore abbiamo pregiudizi nel concedere l’opportunità di redimersi ai perduti o a quelle persone che abbiamo già condannato come irrecuperabili.

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Per approfondire:

pecoracarezza Quale uomo se ha cento pecore e ne perde una…

L’uomo parla tanto per dire poco. Dio parla poco per dire tanto. Nelle sue parabole, Gesù parla in modo breve ed efficace l’amore misericordioso di Dio.

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