LA VENDETTA O IL PERDONO?

Matteo 18:21-35

Allontanarsi dalla congregazione è il modo migliore per reagire quando si subisce un torto?

Un cristiano insopportabile ha sempre mille difetti. È invadente, a volte malizioso, non loda e scoraggia. Guarda i lati negativi e mai quelli positivi. Pretende troppo e non tiene conto delle circostanze. Nei suoi commenti applica le informazioni in maniera velata per colpire chi gli sta antipatico. Alla fine non se ne può più. C’è chi si scoraggia e chi si indigna. Se poi si tratta di un nominato, lo si vede come uno che non rappresenta la verità, ancor più grave se gli altri anziani invece di sistemare le cose lo appoggiano. A maggior ragione se il sorvegliante in visita se ne frega.

Perciò, visto che le cose peggiorano e siccome la salute di chi si sente vittima è a pezzi, va via dalla congregazione. Non ne vuole più sentire parlare. E così, piano piano si diventa inattivi o in casi estremi si sceglie la strada della dissociazione.

Si chiama stress teocratico. Ed è frequente nel contesto congregazionale, dove si opera tra fratelli provenienti da diverse estrazioni sociali, ambientali, culturali e familiari. Questo è un esempio comune di condotte che violano la qualità spirituale della verità e i confini interpersonali tra cristiani. In un rapporto quotidiano tra fratelli non è una novità se succedono queste cose, né dovrebbero scuotere la fede. In teoria non dovrebbero succedere, ma la realtà è tutt’altra cosa. Nessuno è immune dal peccare e chi è senza peccato scagli la prima pietra al fratello che sbaglia.

Se questi sgarbi non si risolvono in fretta possono diventare una vera frustrazione, percependo come ingiuste anche altre cose in ambito cristiano. Agli occhi degli altri un tale atteggiamento può non apparire così grave come viene descritto dalla vittima. Anzi, può sembrare esagerato e lamentoso. È chiaro che il diretto interessato non la pensa così, anzi se non viene creduto si scoraggia di più ed indotto a pensare che gli altri approvano un tale modo di fare. Alla lunga il rapporto si incrina e il clima diventa sempre più teso. Operare in queste condizioni diventa difficile.

«La perspicacia di un uomo certamente frena la sua ira, ed è bello da parte sua passare sopra a un’offesa». Proverbi 19:11

Uno stato di irritazione prolungato comporta reazioni disturbanti: indignazione, ostilità, rabbia, ansia, senso di impotenza e di sfiducia in tutta la congregazione. Inoltre, si cercano le occasioni per una rivalsa. Il web è il campo preferito per sfogare le emozioni represse. Le relazioni fraterne, che dovrebbero improntarsi sull’amore, diventano intrise di risentimento e possono interferire negativamente con la qualità della fede e con le proprie attività spirituali.

Di fronte alla rottura di una relazione fraterna, si reagisce in due modi: si perdona e si va avanti, oppure si cerca il modo di vendicarsi. La vendetta si manifesta con ritorsioni mirate a controbilanciare il torto subito. Vengono prese di mira l’individuo e l’organizzazione di appartenenza, in un modo più o meno evidente, quali, per esempio, ridurre le attività spirituali, impegnarsi sempre più lentamente, rifiutare gli incarichi e i privilegi o ignorarli, non collaborare più, non commentare e uscire sempre meno in predicazione con altri.

A volte la vendetta rimane solo nella testa, nel senso che non si realizza. La vendetta che rimane nella testa è un pericolo, perché non fa altro che rimuginare l’offesa e i torti ricevuti. Anzi, in alcuni casi l’impatto è ancor più devastante. Concentrarsi sulla rivalsa interferisce sulla stabilità mentale e sul sistema immunitario, sia spirituale che fisico. Alla fine chi ci rimette è il “vendicatore” e non “l’offensore”.

In alcuni casi la vendetta può raggiungere certi obiettivi. Pur se estrema, può configurarsi come un mezzo per ripristinare la giustizia e come un monito per evitare atteggiamenti nocivi. Il risultato, comunque, sarà emotivamente devastante per gli interessati: quasi sempre, per fare piazza pulita, ci rimetteranno tutt’e due. Ne vale la pena? La vendetta teocratica non porta quasi mai a nessun giovamento. Di rado produce i risultati sperati. Oltretutto, la Bibbia scoraggia una tale modalità, in quanto malsana non solo a livello psicologico ma soprattutto a livello spirituale. Se si agisce in congregazione per vendetta, si incoraggia un modo contrario ai principi cristiani, con il rischio di creare altre ritorsioni deleterie e un clima di turbamento per chi ama la pace.

Chi perdona rinuncia al diritto di risentimento e alle varie rappresaglie. Cambia la prospettiva di vedere il conflitto. L’obiettivo di chi perdona è quello di migliorare la situazione sostituendo le emozioni negative con quelle positive. Ciò non significa condonare il peccato o il torto subito, fingendo come se non fosse mai successo niente. Ma neppure conciliarsi a tutti i costi.

La riconciliazione riguarda entrambi. Richiede che ciascuna delle parti riconosca il significato e la gravità di quanto accaduto. Non c’è riconciliazione se entrambi non si sforzano di migliorare.

È nell’interesse dei corpi degli anziani e dell’organizzazione prestare maggiore attenzione e prendersi cura di ciò che succede ai fratelli nelle congregazioni. Far sì che le incomprensioni e le piccole trasgressioni, non solo siano risolte al più presto, ma anche in modo da impedire che queste degenerino al punto da violare un rapporto fraterno, che minimino la credibilità, la legittimazione e la reputazione del popolo di Dio.

Il passo del perdono è molto apprezzato se viene facilitato da iniziative che mirano alla costruzione di una relazione fraterna e non all’abbattimento. In un conflitto si devono evidenziare con obiettività e sincerità i pro e i contro sia della vendetta sia del perdono, sia i benefici che le conseguenze negative. Soprattutto, se si decide di perdonare, bisogna saper perdonare.

Il perdono è un’importante sfaccettatura dell’amore, che è un legame che unisce alla perfezione. Perciò, “Continuate a sopportarvi gli uni gli altri e a perdonarvi senza riserve” (Colossesi 3:13).

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ILLUSTRAZIONE IN ALTO

Un re benvoluto prestava denaro ai suoi schiavi quando erano nel bisogno. Un giorno il re volle che gli schiavi che erano suoi debitori gli restituissero il denaro. Fu condotto da lui uno schiavo che gli doveva una cifra pazzesca: 60 milioni di denari. Non potendolo restituire, il re ordinò che lo schiavo fosse venduto con sua moglie, i figli e i suoi possedimenti. Il re, di fronte alle esternazioni e implorazioni dello schiavo, si commosse e gli condonò il debito.

Quando costui uscì, si trovò un altro schiavo come lui che gli doveva solo cento denari. Invece di fare come il re fu spietato e non cedette alle suppliche, anzi lo fece imprigionare. Quando il re seppe dell’accaduto, gli disse: “Schiavo malvagio, non ti avevo io perdonato il debito? Perciò non avresti dovuto a tua volta essere disposto a perdonare il tuo compagno di schiavitù?” Alla fine lo rispedì in prigione fino alla fine dei suoi giorni.

Gesù, dopo aver raccontato questa storia, disse: “In maniera simile anche il mio Padre celeste agirà con voi, se non perdonate di cuore ciascuno al proprio fratello”. 

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