«La via della cedevolezza»

Il judo è una bella metafora del modo in cui il fallimento rende umili e, in tal modo alimenta la possibilità di ottenere successo nella vita.

Il termine judo ha come significato: “via della cedevolezza”, “via dell’adattabilità”, “via della gentilezza”. E’ un tipo di lotta fondato sui principi dell’equilibrio. Originariamente il judo si prefiggeva non solo di dare ai suoi adepti un temibile strumento di difesa, ma di insegnare, anche a raggiungere, con la padronanza del proprio corpo, il dominio delle emozioni e dimostrare l’inutilità della forza fisica di fronte alla padronanza della tecnica che una volta perfezionata dovrà essere indirizzata al bene degli altri. L’obiettivo del judo è la tenacia a non fermarsi mai neanche di fronte a innumerevoli cadute.

Nel corpo a corpo ogni avversario può in ogni momento mandare l’altro al tappeto. E’ per questo che i giovani judoka iniziano imparando a cadere bene, senza contrarre i muscoli, rotolandosi con leggerezza a terra. In effetti accompagnano lievemente la caduta con movimenti fluidi. “Farsi mandare al tappeto” viene accettato dai judoka solo se serve a migliorarsi. Perché ogni volta che cade impara qualcosa in più della caduta. Cadere equivale a scoprire l’efficacia dei vari tipi di “presa” sull’avversario. Cadendo s’imparano nuove mosse dell’avversario.

Solo manifestando umiltà si può imparare cadendo. Il fallimento ci rende umili. Poco importa il numero delle cadute, conta solo rialzarsi di nuovo avendo imparato nuove mosse per non ricaderci più. L’umiltà rende saggi e più intelligenti, perché chi è umile riconosce i limiti della sua intelligenza di fronte alle verità rivelate nella Bibbia. Nel judo, fallire perché si è caduti non vuol dire essere dei falliti. Negare una caduta vuol dire privarsi dei benefici che si possono trarre per esperienza. Nel judo vince chi osa di più. I cristiani di successo iniziano a migliorarsi quando cessano di considerarsi vittime perdenti e hanno il coraggio di osare nella vita.

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Quello che fai prima o poi ti torna indietro.

E’ l’insegnamento per la vita del judo e della Bibbia.

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Diffidate di chi vi scoraggia a osare. I cristiani di un certo spessore spirituale vi fanno capire che anche voi potete diventare “grandi”. Il loro esempio vale più di mille parole. Per ottenere risultati nella vita, a volte, bisogna combattere. A nessuno piace cadere, tantomeno essere catalogati come “caduti” o “cristiani vacillanti”. Etichetta spesso affibbiata ai fratelli che non sono più attivi, che non si considerano affatto caduti, anzi per loro, quella di allontanarsi, è una scelta volontaria fatta stando piedi e con la schiena dritta.

Nello judo gli avversari non si colpiscono fra di loro con botte e percussioni. S’insegna il rispetto reciproco: il saluto, il mettersi in fila, l’insegnamento del maestro, il concorrente con cui ti batti. Insegnamenti che sin da bambino si portano a casa e si mettono in atto nella vita di tutti i giorni. Un fratello lontano ha detto: “Essere lontano dai testimoni di Geova fu la cosa migliore che potesse capitarmi. E’nella lontananza che ho imparato cosa significhi l’errore, la caduta e la forza per rialzarsi. Senza umiltà è difficile riprendersi”. Dopo molto tempo riconobbe che “la verità” che si insegna e che viviamo quotidianamente non è altro che un errore rettificato, soggetto a modifiche in base ai tempi che si vivono. E in effetti ci sono stati tanti cambiamenti all’interno dell’organizzazione dei tdG. C’è chi li vede come una prova che gli intendimenti dei tdG sono sbagliati e chi invece come una dimostrazione di umiltà a cambiare.

Quello che ci preme sottolineare è che nella vita, non è la lontananza o la vicinanza quello che conta. Quando sorgono difficoltà apparentemente insormontabili, con la tenacia del judo o meglio con la perseveranza di cui parlò Gesù, si può lottare e vincere. Il peccato non è un nemico qualunque, spesso va combattutto con intelligenza e strenuamente. A corpo a corpo contro le sue prese mortali.

Marco Aurelio, un imperatore romano e pagano, scrisse: «Dio mio, dammi la forza di accettare ciò che non posso cambiare, la volontà di cambiare ciò che posso cambiare, e la saggezza per conoscere la differenza». Queste parole appartengono a tutti coloro che hanno il potere di cambiare la propria esistenza e quella degli altri. La forza va usata dove possiamo agire. E’ conveniente concentrarsi non su ciò di cui non è possibile farci nulla, ma su tutto quanto è in nostro potere farlo. “Tutto ciò che la tua mano trova da fare, fallo con la tua medesima potenza [finché sei vivo]”. (Eccl 9:10).

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Sulle cadute:

Mi rialzerò!

 

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