La virtù del dubbio contro i presuntuosi della verità

«Non credete a ogni espressione ispirata, ma provate  le espressioni ispirate per vedere se hanno origine da Dio» (1 Giov.4:1)

E’ opinione diffusa, anche tra gli stessi aderenti, quanto sia difficile manifestare dubbi persistenti all’interno dell’organizzazione dei testimoni di Geova senza subirne le conseguenze disciplinari. Se il dubbio è divulgato all’interno è visto generalmente come una minaccia all’unità ed è estremamente combattuto, soprattutto se riguarda i vertici o gli anziani locali.

Il dubbio fa parte della natura umana. Si hanno dubbi non solo per gli aspetti dottrinali ma anche per le dure prove che il cristiano può subire. Non tutti i dubbi sono dannosi. Giovanni scrisse di “provare ogni espressione ispirata” veicolata come proveniente da Dio. La stessa Torre di Guardia dell’1-7-2001, scrive:

I DUBBI SONO SEMPRE DANNOSI?

“Non tutti i dubbi sono dannosi. Prima di credere in qualcosa a volte bisogna aspettare finché non si è sicuri dei fatti. In materia di religione le esortazioni a credere semplicemente e a non dubitare di nulla sono pericolose e ingannevoli […] Nutrire qualche dubbio o aspettare prima di credere può proteggerci”. Lo stesso articolo mette anche in guardia contro i dubbi infondati e nocivi.

“Dio ha parlato una volta, due volte ho udito anche questo”. (Salmo 62:11) Queste parole vogliono mettere in risalto il dubbio di non aver compreso bene. Capire le parole di Dio è la condizione esistenziale di chi vive nella fede. E’ fondamentale quindi capire bene quello che Dio dice se vogliamo la sua approvazione. Infatti, solo chi crede può dubitare. Di fronte alla pretesa di qualsiasi religione di ostentare la verità assoluta può apparire per certi versi blasfema. E, non solo, ma anche l’ubbidienza passiva che viene prestata ai capi religiosi può sembrare addirittura idolatra.

SE HAI DUBBI, AFFIDATI AL PADRE ETERNO

Contro la presunzione del possesso esclusivo della verità e dei modi arroganti di fare, per molti, l’unico strumento per combattere questa mentalità integralista è la libertà che risiede nel dubbio. Dicono che la presunzione di sapere è la malattia della mente. Ogni vertice religioso si attribuisce il titolo di “guardiano della fede e delle dottrine”. Una posizione, questa, vincolante per molti aspetti della vita comunitaria. Anzi, in diverse questioni, anche personali, pretende di avere sempre l’ultima parola, quanto meno per impedire e vietare, quando non riesce a imporsi.

La storia conferma che verità e autorità religiose sono spesso incompatibili con il dialogo e la libertà. In genere, l’autorità religiosa, convinta di avere la verità, non accetta nessun dialogo con chi mette in discussione il loro operato e la loro autorità come ispirate da Dio. In casi come questi, l’unica libertà è quella di scegliere da che parte stare: dentro o fuori. Ciò che non viene accettato è imposto.

A volte sono gli stessi responsabili religiosi a stabilire se un dubbio è nocivo o sincero. Anche in questi casi, il cristiano che ha seri dubbi scritturali non ha sbocchi. Spesso si devono accettare le direttive impartite, anche se ci si rende che queste direttive sono sbagliate. Quando non si hanno più argomenti convincenti, una frase tipica che circola in queste occasioni è: “Lascia ogni cosa nelle mani di Geova. A suo tempo ci penserà lui a sciogliere ogni dubbio”.

Se si vuole avere un buon dialogo, le autorità religiose, in questo caso gli anziani di congregazione, dovrebbero riconoscersi pari in razionalità, moralità e conoscenza con chi ha dubbi legittimi. Se si parte dal presupposto che gli anziani hanno “più verità” degli altri, il dialogo allora è inutile. Essere nominati non vuol dire avere “più” verità dal resto della congregazione. Dove vige questo pregiudizio, ci si ignora o ci si combatte.

Il limite di un’autorità nella congregazione potrebbe non essere un limite per gli altri. Il pericolo di uomini con una fede autoritaria è quello di credere che Dio stia dalla loro parte, a prescindere. Tragicamente, questa convinzione la adottarono prima i crociati e in seguito anche i nazisti nel funesto motto: “Dio è con noi”, al punto che si sentirono autorizzati da Dio a compiere atrocità contro chi la pensava diversamente da loro.

Asserire di essere “ispirati” o “guidati” da Dio e dal suo Spirito Santo, è la superbia al sommo grado. La superbia condanna e giudica, la modestia avvicina le persone a Dio. Il dialogo non è una battaglia sulle proprie convinzioni: chi ha dubbi è da condannare e chi ha la verità è da esaltare. Il dialogo crea opportunità che possono arricchire l’uno e l’altro, dove non si esce vincitori né sconfitti, né veritieri o menzogneri.

COME SI COMPORTAVA GESU’ CON I DISCEPOLI DUBBIOSI?

Le scritture di Matteo 28:16,17 e 1 Corinti 15:6 indicano che un numero non precisato tra i 500 discepoli, dubitavano della sua resurrezione, prima che Gesù apparisse loro. La W 1-12-1992, p.30, rispondendo alla domanda di un lettore ci fa capire che l’affermazione di “coloro che dubitarono è una prova dell’onestà del racconto evangelico. Dimostra che i seguaci del Signore non erano dei creduloni, ma persone inclini a vagliare e soppesare le testimonianze presentate”.

La Bibbia non menziona condanne o giudizi negativi da parte degli apostoli o di altri cristiani, verso una parte di questi 500 discepoli di Cristo che dubitarono. In questo passaggio, la W loda come onesto il dubbio dimostrando così che l’inclinazione di ogni cristiano dovrebbe essere quella di vagliare e soppesare. (Molti hanno seri dubbi che in congregazione avvenga così come scritto).

Misericordia e verità sono spesso incompatibili fra loro. La misericordia agisce in piena libertà, non sopporta le regole e i vincoli che la verità stabilisce. La misericordia cerca l’uomo per immedesimarsi in lui, la verità cerca di più le istituzioni dove stabilirsi. La misericordia sprona alla bontà, rifugge le condanne, perdona e riconcilia. La verità, al contrario, formula regole, precetti, commina sanzioni e misure disciplinari, separa gli eletti dal resto dei fedeli e dei peccatori.

Per Gesù, non c’è alcun dubbio che è l’amore misericordioso a dover predominare nella vita di ogni suo discepolo. La sua predicazione è molto più amore concreto che svelamento di verità dottrinali. Il suo sguardo era sempre rivolto ai tormentati dalle malattie e dalle sofferenze. Le sue parabole parlano di come mostrare amore e misericordia al prossimo. Gesù si definì la “Verità” e quando parla di verità non si riferisce a un corpo di dottrine. Si è dunque nella “verità” quando si aderisce a lui. La Via, la Verità e la Vita è imitatio Christi; è la trasformazione dell’esistenza umana secondo il modello che Gesù ci ha lasciato.

Le domande di chi manifesta dubbi, non solo sono pertinenti, ma anche doverose. Se si è convinti di possedere la verità, non si può fare a meno di sottrarsi alla verifica di quelli che manifestano dubbi scritturali, soprattutto se riguardano l’operato della classe dirigente mondiale e locale. Chi non ha nulla da nascondere ha tutto il vantaggio nel dialogo aperto, franco e sincero. Il dubbioso in malafede è colui che si crede investito della verità, ma che si sottrae al confronto oppure durante il confronto è abituato a imporre il suo diktat.

LA CURA DELLE PAROLE

E’ vero che la servitù a ogni dogma religioso è la parte peggiore della fede, ma è altresì vero che anche lo scetticismo eccessivo è un pericolo quanto il dogmatismo. Dio dialoga, la religione monologa. Geova ci ha insegnato che gli strumenti del dialogo sono le parole, per numero e qualità. Non a caso ha fatto scrivere la sua Parola. Gli uomini  di poche parole, in genere hanno poche idee.

Quando il linguaggio spirituale si rattrappisce soltanto al sì e al no, si è come le teste che vanno a votare i referendum: sì per l’abolizione, no per l’abolizione. E, quando conoscessimo solo il Sì, saremmo ridotti a un gregge di persone omologate e prive di pensieri pensanti. E’ la lingua che parla “il modello di sane parole” (1 Tim.1:13) che fa eguali, sia chi riesce a esprimersi, sia chi riesce a intendere cosa dice l’altro.

Più che teocrazia, le religioni sono spesso autocrazia: affermazione di se stesse, della verità rivelata e da esse interpretata secondo i loro interessi. Ogni religione annichilisce l’uomo considerandolo peccatore e incapace di condursi da sé. Concetto fondamentale questo per predisporsi a forme di governo teocratico o autocratico su base religiosa. Il pensiero critico è invece privo di ordini e comandi, ed è un pregio per chi ama pensare prima di agire, un limite per chi vuole agire senza pensare.

Chi basa le sue idee, non sulle teorie o pensieri degli altri, ma sulle testimonianze dirette è in grado di saper valutare le cause e gli sviluppi di quelle che sono constatazioni personali. Un grande pensatore francese, leggeva poco e osservava molto, invece di leggere molto e osservare poco. Nonostante ciò non divenne mai un difensore a oltranza della libertà. Egli scrisse: “Forse, la volontà di Dio era di diffondere una felicità parimenti mediana per tutti e non di rendere alcuni estremamente felici e pochi quasi perfetti”.

Se gli anziani parlano con gli inattivi solo di verità e non di amore misericordioso, non ci potrà mai essere dialogo. Se gli inattivi dubitano degli anziani a prescindere, il dialogo sarà soltanto tra sordi. Se poi, anche in Internet ci si accusa a vicenda tra fratelli, più che assistere a un dialogo cristiano, si è agli occhi di molti spettatori, protagonisti di uno scenario deplorevole e per nulla spirituale. Inattivopuntoinfo non può permettersi di scadere in qualità.

Con affetto

P.d.B.

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