L’abbraccio di Geova

Rembrandt, il pittore della Bibbia

Può una celebre tela di Rembrandt proiettare l’osservatore in un lungo viaggio spirituale?

Visitando i più grandi musei d’Europa, mi sono imbattuto spesso nei dipinti di Rembrandt. Sono stato anche nella casa dove l’artista olandese visse, oggi adibita a museo personale. In questi anni ho potuto osservare molte delle sue opere, in particolare quelle con soggetti biblici. Non è un caso che Rembrandt sia definito “il pittore della Bibbia”. Tra le sue opere, quella che più mi affascina è senza dubbio la più conosciuta Il ritorno del figlio prodigo, esposta all’Ermitage di San Pietroburgo.

 

casa rembrandtParticolare della casa di Rembrandt

Rembrandt si dipinse in modo dissolutoRembrandt si dipinse in modo dissoluto

IL PITTORE DELLA BIBBIA

Nel Ritorno del figlio prodigo c’è anche la storia di Rembrandt. Egli visse gran parte della sua vita da spendaccione e in maniera sfacciata, sensuale, arrogante. Quando era giovane si dipinse in un bordello, con gli occhi bramosi di lussuria e concupiscenza. Avido di fama e adulazione, appassionato di abiti stranieri e catene d’oro, faceva sfoggio di cappelli, berretti e turbanti bizzarri. Assetato di denaro, ne accumulò molto, ma molto ne spese e ne perse. Per evitare la bancarotta, le sue opere furono messe all’asta. Ebbe anche una vita dolorosa e tragica. Perse la moglie giovane, cinque dei suoi sei figli in modo prematuro e le due donne con cui aveva vissuto. Al termine della sua vita ritrova un po’ di pace. In questi anni dipinge Il ritorno del figlio prodigo, l’ultima delle sue opere. Per Rembrandt è un ritorno a casa, “era perduto ed è stato ritrovato”. Può questa celebre tela proiettare l’osservatore in un lungo viaggio spirituale? E soprattutto, chi si nasconde sotto le sembianze di un vecchio patriarca ebreo? (Luca 15:11-32)

IL DIPINTO

Rembrandt non segue alla lettera quanto racconta il vangelo di Luca. Sceglie di ritrarre il padre in un atteggiamento di staticità. Il dipinto non rivela nessun movimento, i soggetti sono immobili. Quasi a voler fermare il momento del perdono e dell’abbraccio misericordioso. E’ un istante che non passa, che dura all’infinito. Il giovane è raffigurato in modo molto povero. E’ partito con molto, ritorna con niente. Il capo è rasato. La veste consumata copre appena il corpo esausto, dal quale è scomparsa ogni forza vitale. Le piante dei piedi raccontano la storia di un lungo e umiliante cammino. Il piede sinistro è segnato dalle cicatrici. Il piede destro, coperto in parte da un sandalo scalcagnato, indica miseria e sofferenza. E’ spoglio di tutto, tranne la spada, emblema della sua nobiltà, unico segno di dignità che gli è rimasto.

ermitage figlio prodigoRembrandt, Il ritorno del  figlio prodigo, Ermitage, San Pietroburgo

Il vero centro del dipinto è costituito dall’abbraccio del padre, su cui si concentra tutta la luce. In esso si focalizzano gli sguardi degli astanti. Le due mani sono diverse l’una dall’altra. Quella sinistra è poggiata sulla schiena del figlio ed è muscolosa. La mano destra è delicata, raffinata, tenera ed è posata dolcemente sulla spalla. Vuole accarezzare e confortare. Se la mano sinistra ha tutte le caratteristiche maschili, quella sinistra è prettamente femminile. Sono le mani di un padre e di una madre che agiscono contemporaneamente sul figlio, per dargli forza e conforto. Sotto le sembianze di vecchio patriarca emerge un Dio non solo padre ma anche madre. E’ un ritorno al grembo di Dio.

IL FRATELLO MAGGIORE

Il fratello maggiore è l’osservatore principale che guarda il padre mentre abbraccia suo fratello. E’ situato alla destra del dipinto, sopra una pedana, da dove osserva in modo impassibile. Come il padre ha sia la barba che l’ampio mantello rosso. Non mostra gioia, non sorride né si protende in avanti per esprimere il suo benvenuto. E’ irrigidito, posizione accentuata dal lungo bastone che ha tra le mani. Non vuole farsi coinvolgere in una scena che disapprova. La luce sul suo volto è fredda e circoscritta. La sua figura rimane nell’oscurità e le sue mani strette al petto rimangono nell’ombra. Lui vuole mantenere le distanze e a quanto pare non è disposto a condividere l’accoglienza del padre. Rembrandt non ritrae la scena festosa e allegra, ma lascia ogni cosa nella luce e nell’oscurità.

Se il fratello minore si era perso andando via di casa, il fratello maggiore si era perso rimanendo in casa, aggrovigliato in modo scrupoloso ai doveri e alle rigide regole che lui si era dato per vivere la sua vita e che pretendeva che anche suo fratello le seguisse. L’esempio che seguiva non era quello misericordioso del padre, ma quello di un devoto scrupoloso e fedele più alle cose che al prossimo. Era un bravo figlio, lavorava sodo, adempiva fedelmente i suoi obblighi, ma pur rimanendo a casa si era interiormente allontanato molto dal padre, tanto quanto la distanza di suo fratello minore. Cambiare atteggiamento è più difficile per colui che sta dentro casa rispetto a chi ritorna al padre.

IL PADRE E L’OSSERVATORE ESTERNO

C’è un ampio spazio tra il padre che abbraccia il figlio e il fratello maggiore e ciò crea una certa tensione. Sembra che in questo spazio si inserisca lo spettatore così che possa dare una sua interpretazione. Ed è in questo spazio che mi piace vedere ciò che penso della parabola del figlio prodigo.

Geova ha scelto di legarsi alle sue creature che possono causargli dolore alla partenza ma soprattutto gioia al ritorno. Nella sua gelosia e amarezza, il figlio maggiore riesce soltanto a fare paragoni e confronti, tra lui e suo fratello. E’ un’attitudine che purtroppo si nota anche tra molti Testimoni. Abituati ad aspirare agli incarichi, molti lo fanno più per appagamento personale che per servire gli altri. Classifiche di ore, punteggi, statistiche, confronti, competizioni, anche se non tutti sono inutili, spesso costituiscono solo una perdita di tempo e di energie. Dio non fa confronti né paragoni, né premia a ore. In cielo, Dio non ha un tabellone luminoso dove assegna il punteggio ai concorrenti in base al tempo impiegato dai partecipanti alla gara.

Dio non crea aspettative spirituali con mezzi materiali. Dio ha bisogno di noi quanto noi abbiamo bisogno di lui. Dio non è il patriarca che se ne sta in pantofole e pensa soltanto alle faccende di casa. Non si aspetta che siano i figli a fare il primo passo per tornare da lui o si scusino per il loro comportamento, chiedano il perdono e promettano di cambiare, diventare migliori. Lui lascia la casa, corre verso di loro, non bada a scuse e a promesse di cambiamento. Geova va incontro alle pecore perdute e trovate le porta a una tavola riccamente imbandita, dove l’amore è sempre in festa. Lui cerca le sue pecore smarrite anche quando queste si nascondono. Non ha importanza in quale casa Dio condurrà la pecora smarrita. Ciò di cui preoccuparsi è al momento Dio e non la casa. L’importante è farsi trovare da Geova, poi ci penserà lui dove portare le sue pecore. Il ritorno è prima a Dio e dopo alla casa. “Mi leverò e andrò da mio padre […] partì e si incamminò verso suo padre”. (Luca 15: 18,20)

gioia pecora perduta

L’AMORE DI DIO E’ SEMPRE IN FESTA

Molti cristiani vivono la propria vita mai completamente sicuri di essere apprezzati e amati per quello che sono. Il loro passato è caratterizzato da esperienze dolorose ed è plausibile che hanno scarsa stima di se stessi: genitori che non hanno mai dato loro quello di cui avevano bisogno, amici che li hanno traditi, una Congregazione che li ha trascurati in un momento critico della loro vita. Tutta la vita e la predicazione di Gesù hanno avuto un solo scopo: rivelare agli uomini questo inesauribile e infinito amore di Geova e indicare la strada che consente a quell’amore di guidare ogni istante della nostra vita. E’ un amore che accoglie in modo festoso il ritorno a Dio. Lui vuole che la nostra tristezza sia tramutata in gioia. La gioia non nega mai la tristezza. Dio gioisce quando anche un solo peccatore pentito ritorna. Non gli interessano le statistiche di quanti tornano, sembra che a Dio i numeri interessino poco. Dal suo punto di vista, un atto nascosto, un piccolo gesto di amore disinteressato, un momento di sincero perdono, sono tutto ciò che è necessario per riempire di gioia i cieli. Un momento di gioia supera di gran lunga anni di dolore.

DIVENTARE PADRE

Gli indifferenti, gli sprezzanti, cercano le tenebre ovunque vadano. Vedono negli altri macchinazioni e disonestà. Non sopportano il sentimentalismo, la genuinità. Beffeggiano l’entusiasmo, ridicolizzano il fervore spirituale e disprezzano le persone spirituali. Esistono ancora persone che si curano le ferite reciprocamente, si perdonano le offese, condividono i loro beni, sono felici dei doni che hanno ricevuto da Geova. Ma c’è di più. Un figlio non rimane un bambino. Diventa adulto. Diventa padre. Nessun padre o madre sono diventati tali senza essere mai stati figli. La sfida è diventare padre come lo è il patriarca della parabola, cioè come Dio. “Siate misericordiosi, com’è misericordioso il Padre vostro”.

La meta ultima della vita spirituale consiste nell’abbandonarsi completamente nelle mani di Dio. In quelle mani sempre tese, anche quando non vi sono spalle dove posarle.

Anche se Rembrandt non mette il padre al centro del dipinto, è chiaro che il padre è il centro che il dipinto ritrae. Da lui proviene tutta quella luce, in lui è concentrata l’attenzione di tutti, anche dei visitatori. Rembrandt voleva che la nostra attenzione fosse rivolta tutta al padre. Non si tratta di una paternità che abbia a che fare con il potere, il prestigio, l’autorità. E’ una paternità di misericordia. Rembrandt è un pittore eterno, così come lo è ancor di più la parabola del figlio prodigo raccontata da Gesù. Il messaggio è chiaro: vivete il dipinto, soprattutto vivete la parabola facendovi stringere teneramente e compassionevolmente dall’abbraccio benedicente di Geova.

Inginocchiarsi davanti al Padre, per farsi stringere nel suo grembo e sentire il battito del suo cuore. E’ questo il senso del dipinto di Rembrandt. Tutti siamo chiamati a diventare padri o madri. Nel lungo viaggio della vita siamo un po’ tutti il figlio minore, il figlio maggiore e il padre. Nasciamo bambini, diventiamo figli minori poi maggiori e infine padri. Dipende dalle scelte che facciamo cosa vogliamo rimanere nella vita.

henri nouwen libro

 

Per un approfondimento della parabola del Figlio prodigo, si consiglia la lettura del libro L’abbraccio benedicente, di H. Nouwen. Da questo libro, l’autore dell’articolo ha tratto ispirazione e ha fatto le sue riflessioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tags: , , , ,

Trackback dal tuo sito.

Lascia un commento

inattivo.info

Inattivo.info è un sito aperto nel 2014 ed è rivolto ai testimoni di Geova non più attivi come un tempo e ai responsabili delle congregazioni.

Built by TANOMA