L’accidia nel cervello e la forza del potere

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Quando si diventa insensibili alle sofferenze altrui. (Seconda parte)

La lingua inglese presenta al meglio il significato di questo peccato capitale: sloth, che sta per accidia e per bradipo. Nella lingua italiana è una parola considerata arcaica. Anche se cancellata dal linguaggio continua a manifestarsi in molte forme. E’ una malattia che si è insinuata nella nostra società. Chi ne è colpito avverte un senso di disordine e d’illogicità dove s’intrecciano reazioni contrastanti: si detesta tutto ciò che si ha e si desidera ciò che non si possiede. La propria esistenza è vuota, noiosa, svogliata, instabile e negativa.

accidia-boschI sette peccati capitali, J.Bosch, Il Prado, Madrid.

L’Accidia è simboleggiata da un personaggio con la testa appoggiata sul cuscino, che dormicchia in un’abitazione accogliente, davanti al fuoco di un camino, mentre la Fede, nelle sembianze di una suora, gli appare in sogno per ricordargli i suoi doveri di preghiera, mentre gli porge un rosario e un libro sigillato. La testa dell’uomo è reclinata in direzione della suora, ma non può vederla perché i suoi occhi sono chiusi. Ai suoi piedi, un cane anch’esso dormiente.

L’accidia individuale è una conseguenza di traumi, crisi, delusioni, lutti, fallimenti, sofferenze. In questi casi non si reagisce, anzi, si prova a volte, quasi una sensazione di sottile piacere a non far nulla. L’accidia sociale, invece, riguarda quelle persone che hanno una vita zeppa d’impegni, ben organizzata e standardizzata secondo regole in apparenza elastiche, in realtà rigide.

Le congregazioni sono dirette da sorveglianti, detti anche anziani. Molti esercitano questa responsabilità con successo, hanno ottimi rapporti con i vari membri delle congregazioni, una famiglia felice, leggono regolarmente la Bibbia, pronunciano discorsi eccellenti e svolgono un ottimo servizio di campo. Sono persone dotate di un certo spessore spirituale. Purtroppo, fra questi uomini si nascondono individui che operano, anche strenuamente, ma con motivazioni diverse. Sono anziani anestetizzati in senso emotivo e spirituale. Si riempiono in continuazione di cose da fare. Grazie a questa iperattività, scacciano dalla loro mente i pensieri dolorosi che richiederebbero un vero sforzo sul piano morale. Combattono la noia perché essa potrebbe spingerli a una riflessione che li indurrebbe a dover fare qualcosa di sincero per gli altri. Chi è affetto da accidia iperattiva non combina nulla sul piano spirituale, anche facendo il pioniere più volte l’anno, pronunciando discorsi alle adunanze, assemblee o ricoprendo molti incarichi. Detestano, in coscienza, esaminare i motivi delle loro attività alla luce delle Scritture. Essi pensano solo a se stessi. Non hanno il senso della comunità, perché esso implica collaborazione, realismo, logica, apertura e disponibilità ad assumersi le responsabilità del proprio operare. Il senso di collaborazione cristiana implica muoversi tenendo presente la praticità dei consigli e dei principi biblici. La responsabilità cristiana ha relazione soprattutto con il benessere degli altri. Più è sviluppato questo senso, maggiore è la forza e il coraggio. Nulla fa sentire forti e appagati quanto il sapere di rendersi utili per gli altri.

Il nostro cervello è stato creato per attivarsi socialmente. E’ impostato per cercare e accrescere i legami sociali. Quando questi mancano, si provano sensazioni negative che hanno effetti nocivi sulla salute. Quando siamo esclusi dal gruppo, nel cervello si attiva il circuito del dolore. Anche un trattamento ingiusto attiva il dolore cerebrale. Essere umiliati o puniti con l’isolamento provoca grande sofferenza. La disassociazione priva di misericordia o l’isolamento estremo deciso dal gruppo e dai propri familiari può rivelarsi un’autentica tortura, un’ostilità che è contraria all’insegnamento di Cristo. In certi casi potrebbe spingere il cristiano alla disperazione totale. Quando invece la punizione è benevola, ed è soggetta a un’esclusione caritatevole e compassionevole, induce più facilmente il trasgressore a pentirsi e ad adottare un comportamento prosociale sincero, orientato alla cooperazione. Adoperarsi per un buon fine gratifica parti del cervello come lo striato ventrale, e se questi sforzi sono dettati, non dalla costrizione che spesso si sente dal podio, ma dalla nostra volontà, il senso di gratificazione assume più intensità e fa aumentare di molto il nostro stato di felicità.

La forza del potere

Esistono meccanismi, come il potere, che impediscono di vedere o accorgersi della sofferenza altrui. Chi dispone di parecchio potere sociale e teocratico si sente arbitro della propria vita ed è meno toccato emotivamente dai problemi dei suoi fratelli. Un maggior potere rende difficile immedesimarsi negli altri e chi ci riesce quasi sempre lo fa in modo negativo. E’ saggio non chiedere aiuto a persone di questo genere. Il potere non è empatico ed è cieco al dolore degli altri. Tuttavia siamo stati creati con la capacità dell’altruismo. La felicità dipende dallo spirito altruista che adottiamo per raggiungerla. Anche piccoli gesti hanno il loro valore. Chi rinuncia a impegnarsi a favore dei fratelli fa il gioco di chi si disinteressa. Con le nostre risorse possiamo alleviare molte sofferenze dei nostri cari fratelli. Aiutare alcuni, come gli inattivi, costa sempre qualcosa ma ne vale comunque la pena. Per attivare la forza dell’altruismo, il nostro cervello ha bisogno di molta energia mentale e spirituale. Quando siamo in riserva, la Bibbia ci indica dove attingere questa energia. “Non siate ansiosi di nulla, ma in ogni cosa le vostre richieste siano rese note a Dio con preghiera e supplicazione insieme a rendimento di grazie; e la pace di Dio che sorpassa ogni pensiero custodirà i vostri cuori e le vostre facoltà mentali mediante Cristo Gesù. […] Per ogni cosa ho forza in virtù di colui che mi impartisce potenza” – Filippesi 4:6-13.  

Quando siamo privi di forza, la Bibbia ci indica dove attingere questa energia

Per vivere non basta mangiare, bere, accumulare beni e riprodursi, occorre anche appartenere a un gruppo che ci protegga e ci aiuti in caso di necessità. Per potervi appartenere bisogna trattare gli altri con correttezza e cooperare al conseguimento di obiettivi comuni. Il sistema, pur se teocratico, non sempre è perfetto. Spesso si cede al desiderio di appagare soltanto i nostri bisogni individuali. L’anziano che soffre di accidia iperattiva non ama l’incarico per ciò che spiritualmente esso rappresenta, ma è attratto dall’immagine che riflette e dalla visibilità che permette di avere in congregazione. Egli non si sofferma sulla qualità del ruolo ma sulla quantità dei privilegi, adatta a sé ogni incarico. Ricerca affannosamente i privilegi, perché in questo modo non è costretto a trovare il tempo per riflettere sulle motivazioni spirituali che lo spingono a servire nella congregazione. Molta responsabilità dei danni causati da questi individui è anche di chi gli ha concesso questi spazi d’azione. L’anziano, il sorvegliante di circoscrizione, un membro dirigenziale, affetti da questa malattia, non sopportano la critica, sono abituati a mettersi sulla difensiva. Ammettere i propri sbagli e i difetti la ritengono cosa umiliante. Non volendo ridimensionarsi si intestardiscono di più.  Anzi, sono convinti che la nomina teocratica sia la garanzia dello Spirito Santo che agisce in loro. Secondo tali scriteriati ragionamenti, chi mette in discussione il loro agire, va contro questa investitura dello Spirito. Sono individui che hanno perso da tempo la sinderesi.

Inoltre, dobbiamo prestare attenzione a chi adula. Lasciarsi sedurre dall’adulazione non è fortezza ma accidia. Tra queste forme di adulazione sta anche il convincimento che la moderazione e il buonismo siano frutti dello spirito cristiano. Esiste una moderazione buona che è il rispetto per l’altro. Tutt’altra cosa è non prendere decisioni drastiche e radicali che riguardano quelle azioni cognitive, che vanno contro lo spirito del vero cristianesimo. Gesù cambiò un intero sistema plurisecolare di adorazione in meno di tre anni.

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Pop mentali. Nella mente di alcune personalità insoddisfatte, queste improvvise apparizioni possono trasformarsi da fenomeni positivi in inquietanti allucinazioni.

Chi aderisce all’insegnamento di Cristo e della Bibbia, è depositario di ogni coraggiosa iniziativa spirituale che ha relazione con il benessere dei propri fratelli spirituali. I nominati che hanno seri problemi come l’accidia iperattiva e continuano a causare sofferenza nella congregazione vanno rimossi dai loro incarichi. I nominati che hanno la responsabilità teocratica di farlo, devono avere il coraggio di rimuoverli. La moderazione e il buonismo, in casi come questi, sono deleteri e chi le pratica dimostra mancanza di fede nella forza dello Spirito Santo. Altro che lasciare tutto nelle mani di Geova. E’ bene riflettere sulle azioni di Gesù nei riguardi della congregazione di Laodicea: “Poiché non sei caldo né freddo, ti vomiterò dalla mia bocca”. Chi lascia agire questi individui “vomitevoli” pensando – a torto – di disturbare le loro coscienze, non mostra né coraggio né amore. In realtà c’è il rischio di confondere vizi e virtù, spirito e carne, bene e male. Questo genere di compromesso non è ammissibile nelle congregazioni.

Non lasciatevi ingannare dalle buone capacità direttive e dallo zelo degli iperattivi accidiosi. Non si sottoporranno mai al giudizio di anziani qualificati, né tantomeno si lasceranno valutare dalla maggioranza dei membri non nominati. Non ammetteranno mai i loro errori, perciò non è facile disfarsi di chi si trova ai vertici. L’unica cura efficace è quella di togliere il potere a questi malati. Quando manca il potere scompare la sindrome.

Testimoni che si credono Geova

Gli altri anziani non devono sottrarsi – per eccessiva moderazione o per pigrizia decisionale – alla responsabilità di rimuovere questi “scogli” nascosti negli strati sottostanti della teocrazia. Se lasciati al loro posto prima o poi emergeranno dai bassifondi e causeranno danni irreversibili ai fratelli. Non permettetelo. Molti fratelli hanno abbandonato la verità a motivo di questa scelta scellerata di lasciarli agire nelle congregazioni. Chi abbandona la congregazione si assume delle serie responsabilità. Ma, per favore, smettetela di dire fesserie, attribuendo la colpa unicamente a chi è stato distrutto emotivamente e spiritualmente da questi Grandi Smaniosi di Notorietà del Nulla, che usano il podio per abbattere e la giustizia divina per tosare e infliggere pene severe e immeritate alle pecore di Dio. Rammentate le parole di Gesù: “Chiunque fa inciampare uno di questi piccoli che ripongono fede in me, sarebbe più utile per lui che lo buttassero in fondo al mare con una macina da mulino appesa al collo”. Sono Testimoni che si credono Geova e che hanno scambiato il ruolo di schiavi buoni a nulla con l’onnipotenza di Dio. Le colpe sono da attribuire anche a coloro permettono questo modo di fare e non agiscono con prontezza per porre rimedio a questi danni. Testimoni deboli che si credono forti in Geova. A chi manca il coraggio di intervenire è un debole quanto l’accidioso, ma anche un uomo codardo, tiepido nell’uso potente dello Spirito Santo.

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