«Lascia ch’io pianga, mia cruda sorte, e che sospiri la libertà»

di George Frideric Handel

Lascia ch’io pianga è un celebre brano composto da Handel e riutilizzato in Rinaldo, una sua famosa opera. Sono parole immortali di una canzone scritta oltre 300 anni fa e che ha un significato per tutti coloro che sono vittime di amori contrastati, ingiustizie, sofferenze, malattie, lutti, guerre, carestie, e che nonostante tutto sperano fervidamente nella consolazione della libertà.

La storia è ispirata alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Goffredo di Buglione è a capo di una crociata in Terra Santa. Al giovane Rinaldo, cavaliere templare, promette in sposa la bellissima figlia Almirena, se lo aiuta in questa crociata. La maga Armida, amante di Argante, re di Gerusalemme, con un sortilegio imprigiona Almirena nel suo castello. Armida assume le sembianze della giovane amata per attirare Rinaldo e sedurlo. La vicenda si complica quando Argante s’innamora di Almirena, che ovviamente lo respinge sdegnata. I due giovani amanti vengono liberati da Goffredo. Rinaldo espugna Gerusalemme, cattura Argante e Armida, li converte al cristianesimo e alla fine sposa Almirena.

Almirena, prigioniera della maga Armida, esprime con queste struggenti parole il suo stato d’animo:

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte,
e che sospiri
la libertà.
Il duolo infranga
queste ritorte
de’ miei martiri
sol per pietà…

Queste parole sono divenute il simbolo di tutte le sofferenze umane patite in ogni epoca. Queste parole hanno il potere di entrare nella mente e di rimanerci per sempre. Nonostante il dolore e la tristezza  che prevalgono nelle parole, questi versi vogliono indicarci anche la tenerezza e la consolazione. Sono parole che incantano e che fanno vibrare le corde del cuore.

C’è quasi una similitudine con altre parole immortali di Giovanni Pascoli nell’Ora di Barga, dove il poeta descrive le sensazioni quando sente da casa sua il rintocco del campanile del Duomo di Barga, come se giungesse lì trasportato dal vento. Il suono si tramuta in una voce che lo invita ad abbandonare la contemplazione per tornare dalle persone che lo amano. Il poeta vorrebbe ancora osservare dal suo «cantuccio d’ombra» solitaria il semplice spettacolo della natura, abbandonarsi alla meditazione nel proprio cuore e nel proprio passato di lutti e dolori per poter piangere sulla propria vita:

Lascia che guardi dentro il mio cuore,
lascia ch’io viva del mio passato (…)
Nel mio cantuccio d’ombra romita
lascia ch’io pianga su la mia vita!

Questi versi (di Hendel e Pascoli) di straordinaria intensità emotiva, noi di inattivopuntoinfo, li dedichiamo a tutti quelli che soffrono per amore e che si sentono imprigionati nel loro dolore.

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