Lasciate andare chi dentro non c’è mai stato

Non fare parte della congregazione è una scelta libera e personale

Il CD e la maggior parte dei fratelli dovrebbero smettere di arzigogolare riguardo alla disassociazione e all’inattività. Francamente, questo modo di fare, ci sembra un azzeccagarbugli da teologi che vogliono giustificare un modus operandi che non ha né capo né coda. Quando alcuni decidono volontariamente di andare via dalla congregazione è giusto lasciarli andare senza dover incorrere in provvedimenti giudiziari, che molto spesso invece di aiutare ottengono l’effetto contrario: fare più danni. Cosa ben diversa è agire quando si creano divisioni e spaccature. In casi come questi è giusto salvaguardare l’unità spirituale della congregazione. Siamo sicuri che alcuni di questi ex tdG abbiano mai fatto parte attiva della congregazione? Può darsi di si, come può darsi di no. Alcuni se ne vanno perché stanno male nell’organizzazione e non vedono soluzioni né alternative al riguardo.

Nei casi di abbandono non si può generalizzare. Alcuni si staccano a motivo delle frustrazioni che hanno vissuto per molto tempo e pensano di schiarirsi la mente liberandosi di certi modi di fare e di pensare. Che senso ha perseguire alcuni, che se ne sono andati via in silenzio, senza clamori e senza creare problemi? E  che dire di tanti altri, che nominalmente hanno fatto parte dei tdG, senza aver mai lasciato traccia della loro presenza? A cosa serve perseguire anche questi invisibili? Perché creare problemi ai loro familiari privandoli del loro affetto e della loro vicinanza? Si ha paura che i membri familiari tdG possano esser influenzati da chi ha lasciato l’organizzazione? E se fosse il contrario? Se fosse invece questa disposizione di non salutarli e limitare i contatti la causa di ulteriori abbandoni? Non dice il vangelo “Che la sapienza sia giusta è provato dalle sue opere”? (Matt. 11:18, 19) Se questa disposizione causa più danno che gioia può considerarsi saggia e giusta? Qui non si tratta di ubbidienza e sottomissione, ma di interpretazione delle scritture. A volte ci vengono in mente i giustizieri del I secolo, di fama infame, che davano eccessiva enfasi alla punizione piuttosto che alla misericordia. Moderni azzeccagarbugli quanto inutili cavalocchio.

Dirsi addio senza dover ricorrere ai provvedimenti disciplinari non significa abbandonare la giustizia divina o venir meno ai doveri morali e spirituali. Separare il grano dalle zizzanie o quello che ci arricchisce da ciò che ci fa star male è diverso dal far mendicare briciole di affetto a chi viene allontanato e ai loro familiari. Quando non c’è reciprocità o la bilancia pende più verso il dolore, ogni tipo di relazione fraterna perde tutto il suo significato. L’unico risultato che si ottiene è un’attesa agonizzante che sancisce definitivamente la fine di ogni rapporto cristiano. Non serve a nulla a entrambe le parti seminare un terreno che non è più fertile. Sono tappe della vita che hanno un inizio e una fine. E’ deleterio rinchiudersi in un posto quando non si prova più gioia. Non ha più senso nemmeno domandarsi perché certe cose sono successe. Non si possono impegnare queste persone in attività di cui non provano più nulla. Né mantenere legami con chi non vuole più essere vincolato a un gruppo o a una religione.

Riprendersi la propria vita per crescere è una possibilità che va data a tutti quelli che decidono di andare via. Amare le persone che adesso non condividono più il nostro credo è una conseguenza del sapersi dire addio in modo cristiano.

Per quanto riguarda gli inattivi che non hanno lasciato traccia durante la loro attività cristiana, è giusto lasciarli andare se non ci sono mai stati. Sappiamo per esperienza che molti inattivi sono stati attivi e tanto. Non tutti sono diventati inattivi per scelta. Non tutti questi fratelli (sono ancora nostri fratelli per chi non lo sapesse) conducono una vita dissoluta. Alcuni sono state vittime delle circostanze avverse. Un aiuto mirato e amorevole da parte della congregazione potrebbe ottenere un effetto positivo su di loro. Parlare male di questi fratelli o giudicarli in modo pregiudizievole come cattive compagnie o persone irrecuperabili alla stregua dei peccatori incalliti, non aiuta certo a farli ritornare a Geova. Non disse qualcuno “di smettere di giudicare”? (Matteo 7:1,2) Si è persa memoria di queste parole? E se queste parole valessero in qualsiasi senso giudiziario, inclusi i comitati?

Pensare che si rimanga Testimoni di Geova per sempre è un grave errore. Le storie che restano in sospeso vanno chiuse e basta. Da questa scelta spesso dipende il proprio benessere emotivo e spirituale.

 

Quando il figlio minore decide di andare via pretendendo la sua parte, il padre non si appella alla Legge sull’eredità per rivendicare un suo diritto. Inoltre la Legge prevedeva che un figlio ostinato e ribelle fosse lapidato. Concede al figlio la parte richiesta pur essendo lui ancora in vita. Rifiuta di farsi giudice e punire. Non concepisce la Legge come un castigo, si avvale di un’altra Legge che va oltre: quella dell’amore. L’amore per il figlio infonde la speranza che un giorno possa ritornare a casa e lo lascia andare liberamente nonostante avesse violato gravemente la Legge. Il 28 luglio pubblicheremo il primo di una serie di articoli su questo tema.

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Per saperne di più:

Cambiare vita si può?

 

 

 

Se le cose non funzionano più come prima vanno cambiate?

 

 

 

 

Fuggire da sé e dagli altri è una scelta giusta?

 

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