Le comunità partecipavano alle discussioni dottrinali nel cristianesimo della tarda antichità?

«Uomini nati ieri e il giorno innanzi, persone dedite a vili attività, teologi improvvisati che dogmatizzano, forse schiavi che hanno conosciuto la frusta e che sono fuggiti dal lavoro servile, tutti loro si vantano di filosofare su cose incomprensibili. Voi certo non ignorate di chi parlo. Dappertutto, la città brulica di gente di tal fatta: ne sono piene le strade, le piazze, i viali, i quartieri, le botteghe dei sarti, dei cambiamonete e dei venditori di spezie. Provate a farvi cambiare del denaro e vi intratterranno sul generato e sull’ingenerato. Chiedete il prezzo del pane e vi risponderanno che il Padre è il più grande e che il Figlio è inferiore. Informatevi se il bagno è pronto e vi mostreranno che il Figlio è stato creato dal nulla». (Gregorio di Nissa, Costantinopoli 383 E.V.)

Nei primi secoli le dispute dottrinali furono soltanto una discussione tra pochi cristiani che si ritenevano i depositari della conoscenza biblica o vi partecipavano attivamente anche il resto delle comunità cristiane? C’è la tendenza a considerare marginali i rapporti che esistevano tra la trasmissione orale dei primi concetti cristiani e le Scritture. I tdG bollano il tutto come apostasia, allontanamento dall’originale cristianesimo, in particolare dopo la morte dell’ultimo apostolo, Giovanni, la cui tradizione vuole che sia morto a Efeso verso il 100 E.V.

Molti dei discorsi pronunciati in quei secoli sono oggi pressoché sconosciuti, ma le indicazioni presenti nei testi scoperti permettono allo storico di ipotizzare che molti di essi fossero associati a celebrazioni in onore di santi e martiri o cerimonie funebri, che non di rado facevano riferimento a polemiche teologiche. Si trattava di riunioni che avvenivano in chiese o spazi sacri di varia natura e a cui potevano prendere parte fasce della popolazione tradizionalmente escluse dall’accesso alla cultura.

Accanto alla predicazione, devono poi essere considerate le dispute pubbliche, che si svolgevano in concomitanza di assemblee e sinodi. Nel III secolo le fonti parlano di fedeli che assistono alle deliberazioni conciliari e che possono così ricoprire il ruolo di testimoni nella disapprovazione espressa verso posizioni giudicate eterodosse. Un papiro scoperto nel 1941 a Tura in Egitto, racconta di un dibattito avvenuto alla presenza non solo dei vescovi, ma di «tutta la Chiesa che ascolta», un’espressione che fa pensare a un largo coinvolgimento dei fedeli.

Alle letture private di questi testi potevano assistere servitori e schiavi. In alcuni casi si trattava di annunciare la data stabilita di anno in anno per la Pasqua ed erano rivolte a tutte le chiese d’Egitto. La loro diffusione era perciò piuttosto capillare. Le fonti di cui dispongono gli studiosi lasciano pensare che tra il III e il V secolo le controversie dottrinali non fossero una prerogativa del clero. Vi parteciparono anche quelli che oggi chiameremmo “laici”, a cui talvolta era riconosciuta una competenza equivalente o addirittura superiore rispetto ai religiosi, anche se risulta difficile stabilire i meccanismi e le forme in cui si espresse tale partecipazione. Secondo questi studiosi il confronto tra opinioni diverse e la capacità di gestire il dissenso è un aspetto importante che contribuì a dare nel corso del tempo una struttura e un’identità cristiana.

(L’articolo di Giovanni Cerro, pubblicato sull’Osservatore Romano)

Perché dovrebbe interessarci questo spaccato alquanto sconosciuto della storia primitiva del cristianesimo?

Perché indica che nel corso del tempo alle discussioni dottrinali vi partecipavano anche le comunità, con una conoscenza delle Scritture, da parte di alcuni, superiore anche a quella dei vescovi. La conoscenza e l’interpretazione delle Sacre Scritture non era solo ad appannaggio di un piccolo gruppo che dettava legge a tutte le comunità cristiane di allora. La discussione riguardava anche altri componenti delle varie congregazioni sparse nel territorio dell’Impero Romano di quel tempo. Ricordiamo che il canone delle Scritture Greche Cristiane così come accettato oggi non era stato ancora completato, anzi allora circolavano numerosi testi apocrifi. Oggi, con i moderni mezzi di comunicazione, di stampa e divulgazione è più semplice riconoscere un insegnamento o sapere se certe credenze siano scritte nella Bibbia oppure no. Allora le cose erano più complicate. Le parole di Gregorio di Nissa riportate all’inizio indicano che le città brulicavano di teologi improvvisati che dogmatizzano e che si vantano di filosofare su cose incomprensibili.

Che dire di oggi? Cosa pensano molti tdG che non stanno a Warwick, ma servono nelle congregazioni cristiane di tutto il mondo, di argomenti come la disassociazione e il divieto ai familiari di vivere secondo coscienza la loro vita con i propri cari senza quelle norme che causano più dolore che gioia? Cosa pensano delle normative a carico delle vittime degli abusi sessuali e i vari procedimenti giudiziari basati sui “due testimoni”? Se venisse data ampia libertà di espressione alle congregazioni riguardo alle continue richieste di contribuzioni per la costruzione di nuovi immobili, invece di risoluzioni già prestampate e direzionate a senso unico, cosa direbbe la maggioranza dei proclamatori? Sarebbe d’accordo o no? Cosa pensano le congregazioni dell’atteggiamento dei sorveglianti in visita? Se al termine della visita fosse data voce in capitolo ai proclamatori di esporre una relazione genuina sui sorveglianti, cosa direbbero? E che dire della gestione delle congregazioni da parte dei corpi degli anziani? Se venisse data libertà di parola ai fratelli senza il timore di incorrere in aspetti giudiziari o di essere accusati di apostasia, quanti altarini si scoprirebbero? E che dire delle regole e dei formalismi di molti nominati che vivono più per apparire che per servire? Quanto pesa l’opinione dei fratelli sulla loro nomina? E che dire delle pecore che loro disperdono e di quelle già disperse che non vanno a cercare?

Queste sono solo alcune domande che i proclamatori delle congregazioni meriterebbero una risposta. Ma non da parte del Centro direttivo, ma dalle stesse periferie, dai fratelli che non solo si pongono le domande ma che desiderano dare le risposte ad esse, senza intromissione dei nominati e senza lo spettro della disassociazione. Se non ci fosse il timore di essere etichettati come ribelli e insubordinati e fosse concessa libertà di parola ai tdG che si muovono nell’anonimato on line e nelle catacombe digitali, chissà quante cose cambierebbero nell’organizzazione dei Testimoni di Geova.

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