LE PERPLESSITA’ DI UN INATTIVO

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Sono un inattivo e vi scrivo riguardo all’articolo ‘Afferrate il significato’? pubblicato nella Torre di Guardia del 15-12-14 e da voi ripreso il 28 settembre.

Sono perplesso sul significato che la Torre di Guardia riporta a proposito del figlio prodigo. Pur se in modo implicito, il paragrafo ­13 si riferisce agli inattivi e ai disassociati come a quelli che sono andati in “un paese lontano”, cioè il mondo di Satana.

A sostegno di questa tesi è riportata Efesini 4:18, che dice “Sono mentalmente nelle tenebre, ed esclusi dalla vita che appartiene a Dio, a causa dell’ignoranza che è in loro, a causa dell’insensibilità del loro cuore”. Tenebre, ignoranza, insensibilità, sono come pugni nello stomaco dell’inattivo.

L’altro versetto è Colossesi 1:21, dove si legge: “In realtà, voi che una volta eravate esclusi e nemici perché la vostra mente era [rivolta] alle opere malvage”. Altra scarica di pugni, stavolta in faccia agli inattivi, paragonati a ‘nemici’ di Dio dalla ‘mente rivolta alle opere malvage’. Immaginatevi due pastori che visitano un inattivo, che prima leggono e poi gli applicano queste due scritture. Come minimo li caccia di casa. 

E’ appropriato inserire queste due scritture nel contesto della parabola paragonando la vita dissoluta del prodigo a quella dell’inattivo? Se così fosse, lo stile di vita dell’inattivo dimostrerebbe che si è dissociato dalle norme morali di Dio. In realtà, non tutti gli inattivi conducono una vita “satanica”. Questi paragoni sono assurdi e scoraggianti. Non è questo lo spirito che Gesù insegnò. Un uso del genere della Bibbia non aiuta ‘il ritorno al Padre’.

Più avanti, nell’articolo sono citate le esperienze di un disassociato e di un’inattiva. Anche in questi casi il riferimento al figlio prodigo è palese. Eppure, inattivi e disassociati (o dissociati) come detto prima, non sono la stessa cosa, perché l’inattivo è considerato ancora un fratello, benché non si associ con la congregazione e non predica più.

Mentre i disassociati o i dissociati sono stati espulsi o hanno scelto deliberatamente di non essere più testimoni di Geova. Perciò, mettere insieme le due esperienze e relazionarle con il figlio prodigo, sarebbe come dire che l’inattivo e il disassociato sono la stessa cosa. In realtà, chi è in grado di leggere il cuore e stabilire se un cristiano ha abbandonato Geova? ●

Risponde Inattivo.info

Sulla scena della parabola si muovono un padre munifico e paziente; un figlio minore amante dell’indipendenza e dei piaceri; un figlio maggiore dedito al lavoro e al guadagno. La parabola è inserita in un contesto che tratta la giustizia di Dio in contrapposizione a quella degli scribi e dei farisei. Costoro mormoravano contro Gesù, perché i pubblicani e i peccatori si sentivano attratti dalle sue parole e lo seguivano.

A differenza delle prime due parabole, questa non parla di cose come monete e di pecore, ma di persone, di sentimenti vivi e profondi. In questo contesto la prima cosa che Gesù avvalora è la misericordia del Padre, mentre l’atteggiamento dei due figli passa in secondo piano. Il personaggio-chiave è il padre, che alla partenza del figlio si addolora in cuor suo e piange lacrime brucianti che bagnano le rughe del suo vecchio volto.

Solo la speranza di poter riabbracciare un giorno il figlio gli dà la forza di andare avanti. Paradossalmente il figlio diventa la speranza del padre. Quando scorge il figlio da lontano, gli corre incontro, lo bacia, lo abbraccia e lo stringe forte al petto. Prova compassione, letteralmente ha le “viscere sconvolte”.

Alla lentezza del figlio esausto dalla fatica del ritorno e dagli stenti, si contrappone la frenesia del padre che corre per accoglierlo. La misericordia che il padre manifesta è già all’opera prima ancora che il figlio esprima il pentimento. E’ il Padre che attrae e lo attira a sé, attivando ogni possibilità che conduce al ritorno.

Se vogliamo trarre beneficio da questa parabola il nostro sguardo va rivolto alla figura del padre che agisce in modo concreto: veste il figlio con l’abito più bello; gli mette l’anello al dito; i sandali ai piedi; prepara un grande banchetto. Lo riveste di una nuova personalità più bella di prima.

Non è la religione del “libero scambio” che Gesù insegna: “Io do una cosa a te e tu dai una cosa a me”. E’ la religione dell’amore misericordioso che trionfa sul peccato. Dio-Padre non si stanca mai di inseguire la sua creatura per salvarla, né si vergogna di lei, per quanto sporca possa essere.

Per quanto riguarda il figlio maggiore, egli osserva la legge ma è privo d’amore, propugna una giustizia senza misericordia. Egli è vittima del perbenismo, dell’egoismo, degli interessi materiali. Non dimostra vero amore per il padre, né per il fratello. Non è felice di stare nella casa paterna. Si lamenta perché il Padre non gli dà il capretto (che è anche il suo). Egli dimostra ciò che ha realmente nel cuore. Brama il capretto per divertirsi con gli amici fuori dalla casa e dal padre.

Spesso si riscontra questo tipo di atteggiamento anche tra i cristiani del “capretto”. Uomini invidiosi del “toro ingrassato” che il padre riserva al figlio minore. Fedeli del “capretto” che hanno sempre qualcosa da dire. Parte mormorante dell’organizzazione, che si scandalizza di tutto e di tutti. Sempre a criticare e a giudicare. Amanti del capretto rispettate le scelte degli altri, giuste o sbagliate che siano. In questi fratelli maggiori c’è troppa verità e poca carità.

Il punto è: Perché tanti se ne vanno? E sappiamo che sono masse intere, moltitudini che non si contano più. Il problema è Dio, o si tratta di altro? Questi sono gli interrogativi da porsi e di cui bisogna ‘afferrare il significato’. Caro fratello, è comunque rassicurante sapere che Dio non si rassegnerà mai a perderti. Il figlio minore della parabola ha disperso il patrimonio che il Padre aveva messo da parte in lunghi anni di duro lavoro.

E’ il fallimento del padre ad opera del figlio. E Dio non può fallire. A differenza degli uomini, sappi che a ogni traguardo ci sarà sempre il Padre ad attenderci, anche quando ritorneremo da lui con indosso i “cenci di un porcaro”.

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