L’erba del fratello è sempre migliore

Capita di attribuire ad altri fratelli migliore sorte della nostra. Hanno una vita spirituale più brillante, più soddisfacente e ricca di incarichi e di privilegi teocratici. Quello che appare ai nostri occhi come un grande successo può essere motivo di invidia e roderci dentro oppure può suscitare in noi ammirazione per le attività teocratiche dei nostri fratelli e stimolarci a un maggiore impegno.

Comunque, rimane quasi sempre l’idea che “l’erba” del nostro vicino fratello sia sempre più verde della nostra.

Questo modo di pensare è in controtendenza con lo spirito del mondo, dove le persone, quando fanno una valutazione di se stesse, peccano di eccessivo ottimismo, vedendosi più intelligenti e capaci dei propri simili.

Attualmente, le cose sembrano cambiate: un certo pessimismo prevale quando si confronta la propria vita sociale con quella di colleghi, amici e familiari. Forse il problema è che non sappiamo dare una valutazione equilibrata di noi stessi e per capirci qualcosa cerchiamo un confronto con altri.

Per una questione di affinità e di similitudini, alcuni tdG si paragonano a quelli della congregazione o circoscrizione. Nonostante abbiano delle qualità individuali eccellenti, sono attratti da coloro che ritengono fratelli di successo, esemplari sotto tanti punti di vista. In realtà, senza saperlo, forse ciò che più li colpisce è la loro visibilità, lo stare sotto i riflettori.

Perché alcuni proclamatori provano invidia pur sapendo che essa crea non poche difficoltà? L’invidia è un sentimento negativo che non reca nessun piacere. Si fa fatica persino a confessarla, anzi si nega più volte di averla o provarla. Se il confronto teocratico lo percepiamo come uno svantaggio, dobbiamo reagire, scrollandoci di dosso questo senso di inferiorità.

Che il rispetto degli altri per ciò che siamo sia una conditio sine qua non per il nostro progresso e la nostra crescita spirituale, e in un certo senso anche del nostro benessere emotivo, è fuori discussione.

Finché stiamo in congregazione è più facile fare un confronto con la realtà vera se lo scopo è di migliorarci. Il problema diventa più difficile per i nostri fratelli lontani, specialmente quelli che sono attivi in quei social che non vedono di buon occhio i tdG. I confronti li fanno solo con persone virtuali e spesso più per commenti negativi, che visivamente, vis-à-vis, che è tutt’altra cosa.

Non è un caso che la frequentazione di siti ostili stimola ancor di più il senso di inadeguatezza, che in alcuni casi può spingere un proclamatore debole all’inattività, e chi invece è già inattivo alla dissociazione. Sono casi successi e che purtroppo continueranno anche in futuro. Chi ha la tendenza a fare paragoni con altri fratelli, più per invidia che per migliorare, non dovrebbe sottovalutare questo pericolo.

Avete mai sentito di un fratello che si è edificato nella fede e nello spirito dopo aver frequentato siti ostili ai tdG? O forse è avvenuto il contrario, quel poco di fede simile a una piccola fiamma di un lucignolo fumante è stata spazzata via dal vento delle polemiche e delle cattiverie dette sul conto dell’organizzazione dei tdG?

Siete a conoscenza di un disturbo chiamato FOMO (Fear of Missing Out)? Ovvero, «paura di rimanere fuori», esclusi dalla comunità virtuale che seguiamo o apparteniamo. Si tratta di un disagio che si autoalimenta, in particolare sulla considerazione che si ha di se stessi.

Sentirsi esclusi da una comunità digitale con la quale interagire, è come sentirsi espulsi per motivi disciplinari nella congregazione. In genere, chi non la pensa come la maggioranza, viene ostracizzato verbalmente.

Ai fini di una onesta valutazione di noi stessi, una cosa è frequentare una persona reale tutti i giorni, un’altra è stare connessi tecnologicamente con altri. Molti usano i social come un palcoscenico dove vanno in scena con la maschera di ciò che desiderano essere nella vita di tutti i giorni e che non possono, perché diversa da quella privata.

Preferiscono che l’erba dell’utente di un sito sia migliore della loro e di quella di Geova. Preferiscono l’autoinganno alla verità, alimentando ancor di più quel senso di insoddisfazione personale. Non fatevi ingannare dall’idea che una frequentazione attiva sui social possa misurare in maniera equilibrata e dare soddisfazioni in più rispetto a una vita attiva e partecipativa dentro la congregazione cristiana.

Una vita spirituale non si misura in base all’approvazione di altri membri di una comunità digitale o dalle volte con le quali si quota un commento, si mette un like o si condivide su facebook o su WhatsApp. Confrontarci con altri è utile in diverse situazioni, ma ci sono casi in cui è importante non farlo. E’ sufficiente che siamo noi a dare una giusta valutazione di quello che ci rende felici e soddisfatti. Oppure, lasciamo che sia qualcun altro in grado di fare una stima stima ragionevole di noi stessi (1 Samuele 16:7).

TENDIAMO A SOVRASTIMARE GLI ALTRI ATTRIBUENDO UNA CONDIZIONE MIGLIORE ALLA NOSTRA PERCHE’ CI CONVINCIAMO CHE QUELLO CHE PENSIAMO DI NOI DIPENDA SIA DAL CONFRONTO CON ALTRI CHE DAGLI ASPETTI CHE CI STANNO PIU’ A CUORE, INTERPRETANDOLI A MODO NOSTRO.

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