Chi l’ha detto che gli inattivi non sono gioiosi?

«Ho tentato per tutta la vita di dipingere un sorriso» ripeteva Francis Bacon, il pittore dei volti indefiniti, scomposti, appena riconoscibili.

Sembra strano, ma molti cristiani sono incapaci di provare gioia. Il loro viso è deforme come le figure di Bacon. La felicità si esprime esteriormente, la gioia invece è un sentimento di pienezza interiore. E’ una sensazione intima di benessere non urlata. E’ un istante di Dio. Essa non dipende dall’approvazione degli altri o dal successo delle proprie capacità. Molte persone di successo non sono gioiose, mentre persone mai applaudite sul palcoscenico della vita provano una gioia indescrivibile. Essi non hanno bisogno di grandi cose per gioire, bastano semplici piccolezze che molti prendono per scontato o non ci fanno più caso al loro significato e alla loro bellezza. La gioia ha il potere di effondersi e di contagiare. Non chiude gli occhi alla sofferenza e al dolore ma vive nel dolore, perché senza dolore non c’è gioia. La gioia più grande è quella di donare gioia.

La gioia è radicalmente diversa dalla felicità. La felicità ha il suo contrario nell’infelicità, la contentezza nella scontentezza, la gioia non ha contrario. La felicità è una percezione acuta di benessere finché durano i presupposti che rendono felice, invece la gioia è uno stato di soddisfazione interiore della propria esistenza e va oltre il benessere materiale e può non essere temporanea. La gioia ha una sua continuità, dove trovano spazio persino il dolore e la tristezza. La gioia non ha misure: non è mai piccola e non è mai grande. Si può essere gioiosi indipendentemente dalla capienza del contenitore. Non sono le attività o il loro successo a rendere gioiosi i tdG. Pur avendo la loro importanza all’interno dell’organizzazione, le opere non sono la realizzazione della propria gioia interiore. Si possono fare tante cose nella teocrazia, apparire più che essere, ma non è detto che esse portano gioia. Forse privilegi, incarichi, notorietà, podio e applausi dall’uditorio. Ma anche volti sfigurati come quelli di Bacon. La felicità vera dipende dalla gioia. La felicità nel dare è una conseguenza della gioia che si ha nel cuore. Essa è la pietra angolare della felicità. Essere «attivi» non è sinonimo di gioia così come essere «inattivi» non lo è per la tristezza. Perciò caro attivo se sei gioioso buon per te, continua a donare gioia (anche agli inattivi) affinché tu possa perseverare in essa. Dovrebbe essere questa la tua principale preoccupazione.

Il nostro non è un elogio dell’inattività, semmai è un elogio della gioia. E’ una semplice constatazione su un pensiero sbagliato che molti «attivi» hanno degli «inattivi». Conosciamo fratelli super impegnati e non provare gioia o mancare di serenità, mentre ci sono fratelli che fanno quello che possono o come in questo caso fratelli diventati inattivi che sono più gioiosi di tanti altri che inattivi non lo sono. La gioia è un sentimento interiore che non dipende dalle cose esteriori. Punto, fine del discorso.

Un’ultima cosa: chi ama la musica sinfonica conosce bene l’atmosfera che si crea e che ti rapisce in una sensazione di grande pienezza, come ad esempio, ascoltando i versi, il coro e la musica dell’«Ode alla gioia» di Friedrich Schiller.

Amici, ascoltiamo nel silenzio questi suoni. / Lasciateci cantare una melodia gioiosa / piena di ogni incontenibile evviva. / La gioia scintilla magnifica della divinità […]  Mondo, tu non conosci il Creatore. / Cercalo nella volta celeste! / Egli deve essere da qualche parte, sopra le stelle.

L’inno alla gioia  è il movimento finale della Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven e adottato come inno ufficiale dell’Unione Europea. Il testo fu composto da Friedrich von Schiller, mentre Beethoven lo musicò.

Nella foto in alto, alcuni volti sfigurati dipinti da Francis Bacon.

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