L’immagine dei Testimoni di Geova alla luce della Buona Notizia

È diffusa in molti una opinione tecnocrate del Corpo Direttivo che offusca la vera natura cristiana. Si è soliti muovergli rimproveri per avere cambiato strategia riguardo alla diffusione della Buona Notizia.

Mi trovo d’accordo con chi crede che la Buona Notizia ha la sua rilevanza spirituale nella diffusione di quanto scritto nella Bibbia e non nella pubblicità – se pur legittima – di un sito, un broadcasting o in una strategia immobiliare. Mi chiedo, quale immagine oggi trasmettiamo alle persone o a coloro che sono critici nei confronti dei tdG. L’immagine che gli altri percepiscono è biblica o tecnologica? Oppure, si tratta di un’immagine appiattita sulle cose terrene come i terreni?

Se le persone in generale fanno fatica a comprendere la Buona Notizia quando la predichiamo, il problema è nostro se risulta incomprensibile o poco attraente. La congregazione deve sempre porsi questo problema. Non per adeguarsi ai gusti degli altri né per modificarne il senso e la portata. Non basta curare l’immagine – spesso paradisiaca, a volte sdolcinata e spensierata – ma il modo di essere. Deve trattarsi di un’immagine visibilmente evangelica. Ho l’impressione che ci stiamo facendo assorbire troppo dalle immagini tecnologiche. Sbaglio, o c’è un sottile spostamento delle attività teocratiche più verso l’uomo (inteso come corpo direttivo) e i suoi beni e meno verso Dio? Ho la percezione che oggi si stiano “glorificando” più i mezzi di diffusione che la Buona Notizia in sé. Un “tecnocentrismo” al posto di un “teocentrismo”.

La congregazione cristiana esiste per “rendere testimonianza alla verità” e all’amore di Dio per l’umanità. Nessun’altra ragione deve indurla a ritrarsi da questa responsabilità.

Un altro aspetto su cui vorrei esprimere la mia opinione riguarda un tema abbastanza complesso e difficile da accettare nelle forme in cui viene applicato: la disciplina alla luce della Buona Notizia. Disciplina deriva da discipulus, un termine che designa il discepolo che segue correttamente le orme di Cristo.

L’applicazione che si fa della disassociazione scatena reazioni furiose in chi si considera una vittima innocente e ancor di più in tutti coloro che si oppongono all’organizzazione dei testimoni di Geova. Onestamente, si deve riconoscere che sono sempre più numerosi i proclamatori che rimangono perplessi di fronte alla severità di un tale provvedimento disciplinare o sul suo uso a volte fin troppo strumentale. È ovvio che le norme disciplinari devono condurre alla riabilitazione e all’unità fraterna. Una tale disciplina – in qualunque religione si applichi – è sempre fonte di forti tensioni. Vivere le tensioni non è mai facile per nessuno.

In Giappone, quando un vaso prezioso si rompe, lo si ripara con l’oro, per mezzo di una tecnica chiamata kintsugi  perché un vaso rotto può divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse prima. 

La Buona Notizia è misericordia, non trasforma i Testimoni in esecutori implacabili della giustizia divina. Lo scopo della disciplina non è l’efficienza o la pulizia, ma un’espressione di amore e unità. Il vero pastore cristiano, nell’ambito dei suoi compiti, non è un mero esecutore della giustizia di Geova. Al contrario, deve saper discernere, saper valutare ogni circostanza, calarsi nella situazione, muoversi nella giusta direzione, il cui punto di riferimento è la Parola di Dio e non la propria valutazione. Il mondo dei testimoni di Geova è talmente complesso e variegato che è impossibile applicare a tutti i casi giudiziari le stesse formule. A una scelta si oppone sempre un’altra scelta, a una valutazione un’altra valutazione, a una decisione un’altra decisione.

Un errore comune, secondo me, è quello di insistere sulla storicità del contesto biblico in cui fu formulata una decisione scritturale, come ad esempio quella dell’accusa valida basata su due testimoni. Non c’è assolutezza in questo ragionamento. È come dire che devo osservare oggi anche ciò che potrà essere cambiato domani o devo accettare oggi ciò che è stato scritto ieri e che domani potrà essere rivisto e modificato e che faticosamente accetto per ubbidienza e sottomissione. Non si risolve il rischio della divisione ricorrendo a richiami scritturali dati in un contesto storico diverso da quello attuale. Una cosa è l’’applicazione del principio di un comando e un altro il suo significato assoluto. Ci sono passi che rimangono eterni nella loro essenza e passi che si rinnovano nel corso dei tempi.

Il paradosso è che il Corpo Direttivo si è adeguato ai tempi moderni adottando quelle strategie della Buona Notizia che vanno di pari passo con la modernità, ma si è impuntato in una regola anacronista come quella dei “due testimoni”, che in alcuni casi – solo per fare un esempio – può valere e in altri no.  La prima forma di verità scritturale è l’amore e le vedute pluralistiche – non solo quelle singole del Corpo Direttivo – e che sono state presenti fin dall’origine della congregazione cristiana. Basti pensare che la congregazione si è sempre rispecchiata non in un solo vangelo, ma in quattro vangeli. Un solo Gesù visto da angolature differenti. La storia della congregazione è piena di esempi di come si è evoluta nel corso della sua crescita, basandosi su schemi molteplici e meno su quelli assoluti.

Vorrei aggiungere un altro particolare, che ha relazione con chi commette un errore e non viene giustamente compreso. Bisogna capire il punto di vista del fratello anche se è diverso da quello della maggioranza. Ci si deve opporre all’errore scritturale, ma non a tutto quanto dice nel suo discorso. A volte si fa confusione – e danno – non separando le cose vere da quelle da correggere. Si deve combattere l’errore non il fratello. Invece, è frequente il contrario: si combatte la persona e non l’errore che va comunque sempre circoscritto. Non si può spazzare via un’intera vita cristiana dedicata a Geova per un errore o perché si adotta un diverso punto di vista, molto spesso più mentale che pratico e poco rilevante e ininfluente ai fini della dottrina generale. Quello che va valutato con particolare attenzione è cosa sta dietro a quell’errore e cosa l’ha generato. Se non c’è empatia, nel senso di capire il diverso punto di vista senza pregiudizio e senza avere già la condanna scritta in anticipo, non è solo questione di intelligenza né solo di amore per la verità, ma di precomprensione, di fraterna simpatia previa. Certi provvedimenti disciplinari, incomprensibili per le persone del territorio, influiscono sull’accettazione o meno della Buona Notizia. Teniamolo bene a mente.

SENZA CULTURA NON SI CRESCE INTELLETTUALMENTE

LA CULTURA ALLA LUCE DELLA BUONA NOTIZIA

Il rapporto tra Buona Notizia e cultura è un tema complesso, osservabile da diversi punti di vista e tutti legittimi, ma non privo di rischi e comunque la cultura non va demonizzata nel suo insieme. Spesso il problema non è la coesistenza tra la cultura e la fede, ma è la tentazione a voler fissare entrambe in maniera omogenea dentro degli schemi unici e fermi. Buona Notizia e cultura non sono alternativi né del tutto separabili. La conoscenza biblica è cultura e la cultura non si contrappone a questa conoscenza. La fede per penetrare nel cuore e nella mente e modellarne le convinzioni deve prendere forma nella cultura. Per far sì che il messaggio biblico penetri in profondità va ripensato, nel senso di usare correttamente le facoltà intellettuali. La Bibbia è sempre la stessa e rimarrà sempre uguale, ma nuovo deve essere il modo di comprenderla alla luce della modernità. Oggi c’è un risveglio della spiritualità e la cultura secolarizzata non è in grado di rispondere in maniera soddisfacente a questi bisogni.

La Bibbia convince se riesce a offrire al cristiano non solo una continuità ma soprattutto una novità, perché l’uomo moderno ha bisogno di novità, di orizzonti impensati. La semplice continuità (fare sempre le stesse cose nello stesso modo) non lo soddisfa pienamente. Il solo compimento di ciò che conosce può deluderlo nel corso degli anni. La Buona Notizia, è chiaro, non si farà mai ingabbiare in questo compito (di trasmettere solo novità) pur se necessario. La Bibbia è questo, ma anche altro. La Buona Notizia ha la sua forza nella capacità di andare oltre quei valori che l’uomo identifica necessari.

La cultura è quell’insieme di conoscenze che, acquisite attraverso lo studio, la lettura e l’esperienza, concorrono allo sviluppo della personalità e alla capacità di giudizio arricchendone lo spirito e migliorando la consapevolezza del ruolo che compete a ciascuno nella società.  

Paolo

 

 

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Commenti (1)

  • trismegisto

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    Complimenti Paolo sante parole. Peccato che per accenni a costumi e cultura dell’Oriente, prima il viaggiante scrive a Roma per dire che mi ha intimato di farne più accenno, e anche se ho applicato , al giro successivo gli sono bastati due o tre squallidi personaggi ,ha ricominciato che col le mie vacanze in oriente e altre idiozie, potevo fare inciampare qualche fratello più debole. In verita dopo 15 assegnazioni e 25 persone portate alla verità , compreso un buddista , il problema ero io.e cosi super disciplinato dopo quasi 40 anni di fedele servizio. In realtà oggi il 99 per cento di tutti i fratelli che mi conoscono, piangono la mia inattività e reputano il viaggiante e i suoi amici di cordata, dei………. .altro che cultura e le tante belle parole sulla disciplina sensata che hai riferito.. Un ormai lontano fratello, con poca o nessuna voglia di ritornare nemmeno in sala.

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