L’incarico di chi AIUTA e la stanchezza da compassione

Aldilà di ogni opinione positiva o negativa che si ha dell’incarico di sorvegliante di congregazione, la responsabilità di questi fratelli poggia su un saldo pilastro spirituale, quello dei requisiti che si devono soddisfare per svolgere questo mandato. L’anziano di congregazione è uno strumento cui Dio si serve per alleviare la sofferenza e offrire aiuto a chi è nel bisogno. È l’incarico di CHI AIUTA.

Non bastano solo gli sforzi per adempiere in modo soddisfacente le norme bibliche che regolano le funzioni di sorvegliante, bisogna avere una certa predisposizione a servire in questa delicata mansione. Sin dall’inizio questi fratelli sono incoraggiati a servire come pastori amorevoli, empatici e compassionevoli. Saper ascoltare rimane uno dei punti fondamentali su cui si impernia questo ruolo.

Capita che l’elevato grado di coinvolgimento emotivo richiesto da una relazione pastorale può mettere a dura prova il sorvegliante stesso, che è continuamente esposto alla sofferenza e ai problemi dei membri della congregazione, spesso di natura non solo spirituale ma anche traumatica.

La stanchezza da compassione, da parte di chi è più esposto al dolore degli altri e al racconto di esperienze traumatiche, sottolinea quanto sia importante mostrare rispetto per questi pastori, ma anche evidenziare l’alto rischio che corrono quando si lasciano coinvolgere troppo emotivamente, rischio che potrebbe spingere all’inattività e al logoramento.

LA COMPASSIONE È UNA COMPARTECIPAZIONE SINCERA ALLE SOFFERENZE O AI PROBLEMI ALTRUI.

Il principale esempio di compassione è quello di Geova stesso che partecipa vivamente alle angustie dei suoi servitori. La compassione ha dei limiti. Quando gli israeliti arrivarono al punto di diventare irriformabili, Dio li abbandonò al loro destino. Ci sono circostanze in cui è controproducente mostrare compassione.

Tutti quelli che hanno veramente imparato a conoscere Dio, si sforzano di essere compassionevoli. Tuttavia, qualora una persona persistesse nel peccato e si schierasse deliberatamente contro le giuste norme di Geova, sarebbe errato proteggerla dalle conseguenze che ha cercato volutamente, di cui ora si trova invischiata per colpa sua.

Il cristiano saggio si limita a un approccio analitico degli aspetti e dei sintomi a cui va incontro chi persiste in una determinata condotta. È sbagliato voler prestare aiuto a tutti i costi a chi non vuole essere aiutato. Si soffre insieme (compassione) con chi fa di tutto per risolvere il suo problema.

Da dove nasce il desiderio e la volontà di aiutare il prossimo? Dalla compassione, da quel senso di umanità che ci unisce. Qual è, allora, il metodo migliore tra adempiere il proprio incarico di pastore e non farsi male allo stesso tempo?

È necessario fare uno sforzo per distaccarsi dai pensieri, sentimenti e ricordi che traumatizzano il fratello. Bisogna prendere coscienza che anche chi è anziano deve prendersi cura di sé stesso se vuole svolgere al meglio la sua missione in congregazione. Non solo nel suo, ma anche nell’interesse spirituale di chi soffre.  Significa anche saper rinunciare alla pretesa (talvolta egoistica) di voler alleviare la sofferenza altrui da soli.

A volte la cosa di cui hanno più bisogno i fratelli che soffrono è qualche benevola visita da parte di anziani o di altri cristiani maturi che ascoltino in modo compassionevole e comprensivo e diano amorevoli consigli scritturali.

“Noi… che siamo forti dobbiamo portare le debolezze di quelli che non sono forti”, comanda la Bibbia in  Romani 15:1. Ciò significa che gli anziani non devono far applicare in maniera irragionevole i principi cristiani. Gli anziani seguono l’esempio di tenera compassione dato da Geova Dio e da Gesù Cristo, la cui principale opera è quella di nutrire, incoraggiare e ristorare le pecore di Dio. (Isaia 32:1, 2)

Mantenere un atteggiamento positivo nei confronti della congregazione e verso il proprio incarico è indispensabile per rigenerare le risorse emotive che potrebbero portare ad un esaurimento. “Fai a te stesso ciò che vorresti fare agli altri”.

Bisogna essere capaci di alimentare la compassione, l’altruismo e il senso di connessione con chi soffre ed evitare di esaurire tutte le proprie risorse emotive, senza essere in grado di rigenerarle.

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