L’innominato di Emmaus

Sono il compagno di Cleopa, il discepolo senza nome, quello menzionato da Luca, il cui cuore ardeva quando il Signore s’incamminò con noi, mentre ci allontanavamo da Gerusalemme percorrendo 11 chilometri a piedi per raggiungere il villaggio di Emmaus.

Eravamo scossi dai fatti accaduti negli ultimi giorni al Nazareno e di come i nostri capi religiosi e le persone influenti lo abbiano condannato a morte. Sapevamo che lui era il liberatore di Israele, ma non comprendevamo il significato di quegli avvenimenti. Per di più alcune donne ci hanno sconvolto dicendo che il corpo di Gesù non c’era nella tomba e che gli angeli le hanno rivelato che Gesù era vivo. Noi due abbiamo fatto fatica a credere e dopo quegli avvenimenti abbiamo deciso di allontanarci dai nostri fratelli.

Siamo conosciuti come i discepoli di Emmaus, quelli privi di buon senso e tardi di cuore a credere quanto scritto da Mosè e dai Profeti. Il nostro cuore era divenuto tardivo nel comprendere il tempo fissato di quello che stava accadendo al nostro Maestro. Il nostro cuore era fuori tempo. Anche se Luca nomina solo Cleopa, il Signore Risorto si rivolge a noi come se fossimo una sola persona. Da allora sono legato al mio amico Cleopa, siamo diventati una sola cosa.

Mentre camminavamo provavamo tristezza perché gli avvenimenti che ci aspettavamo non erano andati come speravamo. L’aspettazione differita degli avvenimenti ci ha reso tristi e confusi e il nostro cuore si stava ammalando dalla delusione. Uno sconosciuto si accosta a noi e ci incoraggia a esprimere le nostre speranze e le nostre paure. Si prende il tempo di ascoltarci, ci chiede, ci sfida, ci scuote, spezza il pane per noi e ci illumina.

Quella sera io ascoltavo, non ho parlato, ma ora sì. Voglio farlo, voglio raccontare questa straordinaria apparizione che ha cambiato per sempre la storia della nostra vita. Non più io ma noi. Il Risorto ha cambiato il mio pronome da singolare a plurale, noi. Il mio nome ora è Noi. E il medico Luca è stato colui che meglio di altri si è reso conto di questo nuovo modo di «procedere in comune» che lo Spirito ha suscitato all’interno della nostra piccola congregazione.

Nel nostro incontro, il Signore Risorto, anticipa una consuetudine che sarebbe diventata la caratteristica della predicazione dei suoi discepoli per le vie del mondo: a due a due. Da allora, le azioni, il linguaggio comune dei discepoli sarà il noi.

Quella sera, quando le luci della notte allontanavano quelle del giorno, giunti nei pressi del villaggio insistemmo che lo sconosciuto non andasse oltre. Il giorno sta per finire non è consigliabile andare per strada di notte. Lui entrò e rimase a tavola con noi.  E mentre era a tavola prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede a noi due. Fu in quel momento che i nostri occhi, quasi affetti da retinopatia, come la chiamate voi oggi, si aprirono e riconoscemmo solo per poco Gesù, perché subito dopo scomparve alla nostra vista.

Non proseguimmo più il viaggio verso Emmaus, tornammo indietro velocemente da dove eravamo partiti. Un cammino inverso con folle corsa; il cuore scoppiava dalla fatica e dalla gioia; non ci fermammo nemmeno un istante per prendere fiato, correvamo allo stremo, corremmo fino alla casa dove si trovavano gli Undici.

E quando arrivammo, con quel poco di fiato che avevamo ancora nei polmoni, gridammo la nostra gioia di aver viaggiato con uno straniero e dopo aver mangiato il pane lo abbiamo riconosciuto come Gesù, dal modo come lo aveva spezzato. Solo per un attimo, poi è sparito così come era comparso.

Quello che voglio testimoniarvi con il mio compagno Cleopa è che lo Spirito ci ha uniti per sempre come compagni, ha dato un esempio per tutti i discepoli futuri: predicare e collaborare insieme e in unità. Ci ha incontrati in coppia e ci ha mandato in missione in coppia, e questo incontro ci ha segnato per sempre. Lui ci è venuto incontro dopo che abbiamo abbandonato i nostri fratelli. Andavamo nella strada opposta a quella degli Undici e della comunità. Ci stavamo allontanando dalla verità. Ma Gesù, da uomo sconosciuto ci ha cercato e ha proseguito con noi. Non ci ha fermato nel nostro cammino, ci ha lasciato andare, si è unito e ha proseguito con noi.

E in quell’occasione ci parlava e ci spiegava le Scritture. Fu così che le sue parole infiammavano i nostri cuori spenti dalla cenere della delusione. Quelle parole ci hanno fatto sentire un tutt’uno; ci ha insegnato a rimanere una coppia per sempre. Da compagni delusi a compagni ravvivati, da compagni inattivi a missionari. Lui è venuto a cercarci entrambi, perché entrambi eravamo stati segnati dalla sorte divina. Da fratelli lontani a predicatori scelti.

A Gesù piace chiamare a due a due, mandare a due a due, riunire due nel suo nome per pregare, due che diventano tre: «Perché dove due o tre persone sono radunate nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro» (Matteo 18:20). È così il due si moltiplica, porta frutto. Forma una congregazione. È stato allontanarsi dalla comunità il nostro vero problema. Quanto era doloroso vedere in noi germogliare il seme della dissolvenza, dell’allontanamento.

La disunione stava mettendo radici in noi. E non volendo credere a quanto stava succedendo ce ne siamo andati lontano contribuendo, senza volerlo, a far aumentare quelle dicerie che prima temevamo. Mentre prima eravamo fermi e decisi a formare la congregazione ora eravamo i primi a lasciarla. Ma senza di Lui non potevamo andare avanti, eravamo morti nella carne e nello spirito, ogni speranza di liberazione infranta, non ci rimaneva nemmeno un corpo per andare a piangerlo.

Tutto era svanito, scomparso nel nulla, eravamo pecore senza pastore, disperse nelle terre di Giuda e i nemici ai nostri fianchi. Senza di Lui non c’è gruppo che tenga e noi ce ne siamo andati da quel gruppo di uomini e donne senza speranza. Non volevamo più sentire quello che avrebbero fatto, non volevamo stare vicini a loro, ma andare lontano. Abbiamo visto con i nostri occhi quello che era successo e ce ne siamo andati avvolti dallo sconforto e dall’amarezza.

Ma il Nazareno si è voluto unire a noi, in quella strada della perdizione, un viandante, uno sconosciuto anonimo, senza nulla di speciale, se non quelle parole che hanno toccato le corde del nostro cuore infiammandolo di vita e speranza. Più ci allontanavamo dai fratelli più il nostro cuore diventava una brace ardente. Stavamo capendo cos’è la vita, la vera vita.

Eravamo due ciechi illuminati dal suono delle parole di Gesù che ci ha fatto vedere tutta la sua gloria. Della sua vicinanza abbiamo assorbito ogni respiro, ogni gesto, ogni parola. È entrato di nuovo in noi con il solo dialogo, con lo svelamento delle profezie, con un semplice gesto di spezzare un pane. È bastato poco per ritornare a casa dai nostri fratelli, lo abbiamo ospitato senza conoscerlo, come Abraamo ospitò i tre angeli. Ci ha illuminato la via del ritorno.

Siamo tornati alla comunità di corsa, disposti a servire a due a due. Noi due, Cleopa ed io, noi figli prodighi, anche se per persi per un po’ nelle vie di questo mondo siamo tornati a casa di Gesù per uscire a cercare altri che sono persi, smarriti per le strade di questo mondo. Ora siamo disposti ad andare dove gli altri ci mandano. La nostra fede è viva e attiva, non ci siamo fatti più prendere dalla disperazione. Ora “speriamo, crediamo, sopportiamo”.

Mi piace rimanere anonimo e lavorare a fianco di Cleopa. Siamo felici perché sappiamo cosa significhi aver smarrito la strada che porta lontano dalla congregazione. Eravamo pecore senza pastore, peccatori perdonati, persone inaffidabili ora meritevoli di fiducia, disubbidienti e ora sottomessi volenterosamente, persone che amano farsi guidare da uno sconosciuto che infiamma ancora di amore il nostro cuore.

È vero che noi figli prodighi tiriamo fuori il meglio dal cuore di Dio, la sua abbondante misericordia. Ma con tanti altri fratelli che si perdono o si allontanano, il ritorno alla comunità deve essere rapido. Io e Cleopa ci siamo persi per un giorno e la sera siamo corsi dagli apostoli. Abbiamo conosciuto e aiutato tanti nostri fratelli che si erano persi nel corso del loro cammino cristiano. Siamo stati mandati dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme a cercare le pecore smarrite di Israele.

Vi confesso che il nostro modo di stare in comunità, da quella sera è stato un rendersi disponibili ad andare dove altri ci avrebbero mandati e ad aiutare chi è nel bisogno. Non ci siamo fatti più prendere da discorsi senza speranza.

A noi di inattivo.info, con i nostri fratelli lontani e smarriti, ci piace ricordare così la morte e resurrezione di Gesù. Testimoni e compagni senza nome. Vedi l’intero racconto di Cleopa e del suo compagno senza nome in Luca 24:13-35

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Per i cattolici inattivi, vedi: Ripartire da Emmaus

“Ma noi cosa facciamo per i lontani  [gli inattivi], per quelli che non vengono in chiesa? Come possiamo dire che siamo Chiesa se non viviamo “la missionarietà” a cominciare dalla nostra parrocchia?”  (Cardinale Martini).

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