L’intolleranza dei tolleranti

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“Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette”.

Questo titolo non è un gioco di parole, ma è quello che succede ogni giorno. Molti si sciacquano la bocca con gargarismi fin troppo frequenti definendosi tolleranti, soprattutto in ambito religioso. In realtà, i religiosi (non tutti) sono più intolleranti della stessa intolleranza.

Tolleranza vuol dire sopportare e rispettare le convinzioni altrui anche se profondamente diverse: implica sempre una condanna; impone determinate condizioni; riconosce il diritto di non violare l’etica, le idee e i sentimenti di un individuo. E’ proclamata e rivendicata come un ideale di libertà, in realtà può rendere prigionieri di pregiudizi, può divenire offensiva e odiosa. “Fondamentalisti” o “integralisti” è diventato uno slogan di comodo, con cui ogni religione etichetta gli altri come nemici della propria fede.

Al riguardo, il Sole 24 Ore ha pubblicato domenica 5 ottobre un articolo di Roberto Escobar, scrittore e critico cinematografico. Il titolo Antiche lezioni di tolleranza ricorda un libro di Maurizio Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche. Un passaggio dell’articolo è utile ai lettori per comprendere la riluttanza o la chiusura ai cambiamenti da parte delle religioni monoteistiche.

     “Centrale in questa prospettiva è la nozione di tolleranza. Nata dalle guerre di religione che hanno coperto di sangue l’Europa, nella tolleranza c’è comunque l’impronta dell’intolleranza. Essere tolleranti significa astenersi dall’azione violenta nei confronti dell’altro e della sua fede, ma sempre considerando questa un errore e quello un peccatore”.

     “Al di fuori del proprio dio, e anzi al di fuori del proprio modo di intendere quel dio, per il tollerante non c’è verità. La fede e la verità si identificano, per lui come per l’intollerante. I due abitano uno spazio religioso e umano comune: il primo astenendosi con prudenza dal trarne le conseguenze più o meno violente, il secondo pronto a farlo anche con passione omicida”.

In sintesi, l’assolutismo monoteistico vede l’altro – pur tollerandolo – come adoratore di un falso dio e peccatore. Per i monoteisti, se Dio e la verità si identificano con la propria idea di fede, ogni altro dio e ogni altra verità sono considerati falsi. Vanno, quindi, combattuti, vinti ed eliminati. I monoteismi si oppongono alle aperture e non accettano nessuna interpretazione delle Scritture, se non la propria. Questo blocco mentale li rende solidi e chiusi. Al confronto aperto, preferiscono l’assoluto di una verità unica e gelosa. Le religioni monoteistiche pretendono signoria totale sulla complessità della vita e dei suoi aderenti.

Il monoteismo nasce e si struttura nel tempo, consolidandosi e convincendosi di possedere la verità su Dio. Non sente il bisogno di cambiare ciò che crede accetto a Dio. Se ci sono cambiamenti, avvengono, perlopiù, entro una sfera circoscritta da limiti non superabili, pena la restrizione e l’espulsione se si persiste nell’andare oltre. Quando c’è la tendenza al progresso e ai cambiamenti, spesso si contrappone una naturale propensione dei vertici religiosi a rifarsi al passato percorrendo scorciatoie già battute o scendendo a compromessi tra il vecchio e il nuovo. Eppure, Cristo in meno di tre anni cambiò il mondo antico e rivoluzionò una religione millenaria come l’ebraismo e la sua legge mosaica.

Un certo fondamentalismo è insito all’appartenenza di una fede. E’ logico che ogni religione ritenga di possedere la verità, altrimenti perde di significato come gruppo religioso. Una religione sostiene sempre di offrire il meglio rispetto alle altre. Inoltre, è convinta di non stare sopra di esse perché non sono della stessa natura spirituale, semmai sta molto lontano dalle altre.

Radicalizzare le proprie convinzioni, chiudersi in un conservatorismo d’altri tempi, rifiutando qualsiasi forma di cambiamento migliorativo, come ad esempio la gestione degli inattivi, non porta a nessun risultato positivo. Anzi, senza accorgersene si può diventare intolleranti anche professandosi tolleranti. L’amara constatazione che l’intero impianto religioso poggi su una tale struttura monolitica, non consente in futuro di sperare in prese di posizioni forti e coraggiose per ciò che concerne le grandi aperture strutturali.

Leggo in una pubblicazione: I Testimoni evitano atteggiamenti fanatici nell’applicare le norme bibliche, manifestando “ragionevolezza”, ‘comprensione’, “mitezza” e mansuetudine nella loro vita. (Galati 5:22,23; Filippesi 4:5; Tito 3:1,2; Giacomo 3:17,18). Rigettano perciò metodi “integralistici” […] Attribuire l’etichetta di “integralisti” senza alcun approfondimento (come spesso accade) può ben essere una manifestazione di intolleranza.

E se questo approfondimento (come spesso accade) è fatto dai numerosi fratelli (inclusi gli inattivi) che con le loro storie (vere) hanno vissuto sulla loro pelle metodi intolleranti da parte dei responsabili delle congregazioni, in questo caso, deve considerarsi una manifestazione di intolleranza?

“Se capovolgi il mondo, lo specchio ti riflette” recita una canzone dei Nomadi.

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