Malati di cattiveria. Il lato oscuro dell’empatia

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Per spiegare perché alcuni parlano male degli inattivi non basta parlare di cattiveria, ma di malattia: mancanza di empatia.

La maldicenza è un orribile sfogo d’invidia repressa. Un atto capace di rovinare la reputazione di un’altra persona. Una pratica maligna nei confronti degli inattivi che si consuma soprattutto in congregazione, alcune volte anche nel web.

Le persone generose e spirituali che si comportano bene sono amate dai fratelli. L’invidia si rivolge sempre ai migliori, non ai peggiori. È il valore che un inattivo ha rappresentato durante la sua attività nell’organizzazione ad essere odiato, più che la persona in sé. Ma anche forti pregiudizi dovuti a mancanza di conoscenza (spesso per sentito dire) di queste persone e dei fatti che li hanno coinvolto a spingere altri a parlare male degli inattivi.

In questi casi si cerca spesso di trovare una spiegazione nella morale e nella religione. E se queste cattiverie fossero in qualche modo scritte nei geni di chi parla male degli altri? E’ se fosse una vera patologia? Pur non assolutizzando il problema, alcuni studiosi della mente umana, sono giunti alla conclusione che molto dipende dalla mancanza di empatia, la capacità di immedesimarsi in un’altra persona e capirne i sentimenti.

Sembra che il nostro cervello sia predisposto all’empatia, ma alcune precise aree cerebrali rendono l’uomo più sensibile o meno sensibile a mostrare compassione. Ci sono individui scarsamente empatici a causa di una precisa deformazione dei loro circuiti neurali. Sappiamo, ad esempio, di un anziano che è stato tradito dalla moglie con una persona del mondo, poi riassociata, che odia un inattivo, un tempo molto attivo e non si capisce perché, manco fosse stato lui a mettergli le corna.

Twain ironizzava sulla cosiddetta buona educazione ricevuta o imparata. Secondo lui, questo genere di educazione “consiste nel nascondere quanto bene pensiamo di noi stessi e quanto male degli altri”. Tutti hanno qualche macchia nascosta o uno scheletro nell’armadio.

Dell’empatia si parla spesso in chiave solo positiva come attitudine sociale, che favorisce le relazioni umane, la cura, la condivisione della sofferenza altrui. Pur essendo innata nell’uomo, questa qualità non è così scontata, al contrario è molto fragile. Consistente è anche l’influenza di fattori esterni, come lo stress, la depressione, lo sviluppo psichico nell’età infantile, l’ambiente in cui si è cresciuti e l’educazione ricevuta.

Tutti aspetti che possono compromettere notevolmente la capacità empatica. Addirittura, alcune modificazioni cerebrali e aree del cervello si sviluppano in maniera deficitaria proprio in seguito a situazioni critiche, come nel caso dell’anziano e della moglie adultera.

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Il problema di parlare male degli inattivi è che lo si dà per scontato. E’ come se si stesse parlando di cattive persone, paragonate a disassociati e persone del mondo, etichette date da persone malate di mente che autorizzano altri malati di mente a diffondere questa cattiveria. Parlare male in congregazione degli inattivi (o di altri) non migliora se stessi come attivi testimoni di Geova.

Spesso chi critica vede nell’altra persona aspetti che egli riconosce come suoi. Proietta nell’altro le sue qualità negative criticando in realtà se stesso. La critica serve soltanto a distrarre la mente dal disagio che sta vivendo. E’ molto difficile che chi parla male accetti l’idea che ciò che sta criticando è in effetti una proiezione di qualcosa che è il suo mondo. Queste persone intossicano l’animo umano. Chi è felice difficilmente parla male del prossimo, gli manca il tempo per farlo.

Chi critica il proprio fratello in fede è talmente ipocrita che si offre per “togliere la pagliuzza dall’occhio”. Gesù mise in guardia contro queste persone che si fanno avanti per “aiutare a vedere meglio”, quando loro stessi hanno la vista impedita da una “trave”. (Matt. 7:3, 4)

NON SI PUO’ ESSERE OBIETTIVI. Chi fa una scelta di vita e la persegue, difficilmente può essere obiettivo quando parla di qualcuno che invece ha fatto una scelta diversa. Due scelte diverse fra loro della stessa situazione non possono essere entrambe obiettive allo stesso modo. In genere, in casi come questi, una scelta si considera più obiettiva dell’altra. Si può essere coerenti con ciò che si sceglie, ma difficilmente si può essere obiettivi.

L’obiettività è l’atteggiamento di chi vede e giudica persone e circostanze con realismo e imparzialità, ed è esente da pregiudizi o interessi personali. Obiettivamente è difficile essere obiettivi quando si manca di discernimento. E’ persino difficile scrivere questo articolo: il rischio è di essere più obiettivo da una parte e meno dall’altra. Di fronte a due schieramenti, se non si dichiara la propria scelta, si rischia di vedersi attribuite delle etichette che, come tutte le etichette, sono semplificazioni. Soprattutto quando la verità è urlata, pregiudizievole e manca di approfondimento. Un cristiano serio non si lascia coinvolgere attivamente con gli strilloni e i faziosi. (2 Timoteo 2:23-26)

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 DISCERNIMENTO ED EMPATIA. Il discernimento è la capacità di distinguere due o più alternative o dividere una situazione in due parti così da poter scegliere o giudicare in modo consapevole. Chi ha discernimento ha la capacità di saper ridurre in cose semplici quelle più difficili. Riesce a cogliere quello che normalmente sfugge. Ha inoltre il buon senso di non sviluppare una morale fredda, priva di amore e misericordia. Chi mostra discernimento è sempre disponibile a comprendere, a perdonare, a sperare, ad aiutare. E a saper cercare e accompagnare – nel nostro caso – gli inattivi a Dio.

Qualcuno disse che soltanto gli sciocchi non sanno distinguere poiché privi di discernimento. L’uomo intelligente, invece, non vede soltanto bianco o nero, ma scopre molte sfumature, intuisce le diverse profondità di due fatti apparentemente simili. Lo sciocco è orgoglioso di trovare simili le cose diverse. Capita che due parti in contrapposizione si critichino a vicenda e ognuno giustifichi la propria scelta. Forse, alcuni attivi criticano gli inattivi, per giustificare la loro mancanza di aiuto e assistenza, mentre alcuni inattivi giustificano la loro scelta come la conseguenza di una lunga frustrazione vissuta per colpa di alcuni attivi.

L’empatia è la “capacità di capire, sentire e condividere i pensieri e le emozioni di un altro in una determinata situazione”. (Zingarelli, 2002) È la capacità di mettersi nei panni degli altri, che si comprenda la sua situazione, che si partecipi ai sentimenti altrui provando nel proprio cuore il dolore del fratello che soffre. Non mostrare empatia è una grave mancanza di amore.

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AIUTARSI PIU’ CHE CRITICARSI. Il fatto che un proclamatore si allontani dalla congregazione non sempre è giustificato. Quelli che parlano male dei fratelli inattivi sono una minoranza di scarso valore nell’universo dei testimoni di Geova, ma questo non giustifica tutti gli altri Testimoni a non impegnarsi di più nel soccorrere amorevolmente questi fratelli. Qui non si tratta di stabilire se un fratello ha torto o ragione. Il punto è: quanto mi attivo per aiutarlo.

Geova non guarda prima gli sbagli e poi si attiva. Presta il soccorso necessario per “sanare le sue pecore”, per “fasciare le ferite”, per “accompagnare le disperse”. Geova non critica, aiuta, ama più che disprezzare, non è inattivo con gli inattivi, ma è attivo con essi. Il vero cristiano non usa un linguaggio offensivo, che ferisce. (Efesini 4:29) Tutti possono sbagliare, ma solo gli umili sono intelligenti per correggersi. Chi mostra empatia non ha bisogno di regole per amare, di una morale o di una religione, lui ama perché così è scritto nel suo Dna.

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Per approfondire:

empatia    AMARSI E’ UNA LEGGE NATURALE

farisei   Come e quando si finisce per trovare da ridire su tutti e su tutto

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