IL MALE NON E’ MAI BANALE

Il male fa sempre male, sia esso grande o piccolo

Quando si parla di Adolf Eichmann, ex tenente colonnello delle SS, condannato a morte per le sue gravissime responsabilità dello sterminio degli ebrei, si pensa che fosse un grigio burocrate nazista che eseguiva soltanto gli ordini. In realtà, secondo le ultime ricerche fatte in Argentina, risulta che anche in esilio si muoveva attivamente per attuare in altri posti quelle folli idee naziste.

L’immagine che ne dà Hannah Arendt, sembra che sia il frutto di una manipolazione messa in scena dallo stesso criminale nazista con l’obiettivo di salvarsi la vita durante il processo in Israele. (Vedi: La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme di Bettina Stangneth, di recente pubblicazione).

In effetti, per l’opinione pubblica di allora, Eichmann non sembrava quel criminale feroce e demoniaco, responsabile di atrocità indescrivibili. Il suo aspetto era quello di un freddo impiegato, incapace di provare sentimenti e di pensare di testa sua. In realtà, Eichmann è stato un abile attore, capace di creare artifizi pur di nascondere ciò che era. Grazie ad appoggi e complicità ha vissuto in esilio mantenendo lo stesso animo perverso, come dimostrano alcuni documenti ritrovati.

Non mostrò mai pentimento, forse per far credere che in fondo lui era soltanto un esecutore di ordini e non un responsabile diretto. Forse la Arendt è caduta vittima della trappola ben architettata da Eichmann, che una volta catturato scelse quella maschera di impiegatuccio ubbidiente e sottomesso alle regole e agli ordini dei gerarchi nazisti. Un’abile manipolazione della storia, che comunque non gli salvò la vita, anche se nell’immaginario collettivo è rimasta impressa la figura di un grigio burocrate, persona banale di un male banale.

“Nella rugiada delle piccole cose, il cuore ritrova il suo mattino e si ristora”. (K.Gibran)

Il male non è mai banale e fa sempre male. Provoca dolore, sofferenza, afflizione. Il male è sempre in antitesi al bene. Il cristiano non provoca il male né su gli altri, né su sé stesso. Non ricambia col male il torto subìto, lo sopporta. Il male ha diversi significati e ha sempre sfumature negative. Riguardo al parlare, la Bibbia dice: “Non esca dalla vostra bocca nessuna parola corrotta, ma qualunque parola che sia buona per edificare”. (Efesini 4:29). Le nostre parole devono somigliare alla rugiada del mattino, dove il cuore si ristora.

Bisogna stare attenti a come si parla. Purtroppo, “c’è chi parla sconsideratamente come con i colpi di una spada”. (Proverbi 12:18) Le parole sconsiderate dette avventatamente possono causare profonde ferite emotive e rovinare buoni rapporti. Per quanto ci proviamo, non possiamo avere il pieno controllo della lingua: il peccato e l’imperfezione ci portano a usare male la lingua. Le parole rispecchiano quello che abbiamo nel cuore, anche le banalità, perciò è una vera lotta tenere a freno la lingua. Ciononostante, Geova ci ritiene responsabili di quello che diciamo.

 La banalità è una piattezza sgradevole che scoraggia e avvilisce. E’ squallore, ovvietà, mancanza di originalità. E’ possibile che nelle congregazioni alcuni nominati siano banali per struttura mentale o fanno finta di esserlo per nascondere ciò che sono realmente? Possibile che si servano delle banalità per fare del male ai fratelli? E se fossero banali senza essere necessariamente maligni d’animo e non se ne rendono conto?

Il senso di responsabilità tra i nominati deve ispirarsi alle norme scritte a chiare lettere nella Parola di Dio. Il senso di responsabilità è nella sua essenza ferma convinzione di fare del bene ai fratelli e fuggire il male. Questo principio comporta aver cura dei propri compiti, a prescindere dal riconoscimento altrui e dalle gratificazioni della congregazione o dei singoli fratelli.

Alcune banalità pronunciate dal podio sono spazzatura mentale

Essere soddisfatti del bene compiuto è uno dei volti dell’amore cristiano. Un nominato che rimanda colpevolmente a domani ciò che può fare oggi, specialmente quando c’è bisogno, dovrebbe sentire un grosso peso sulla coscienza. La perdita del senso del dovere non può essere giustificata dalle banalità. Desiderare gli incarichi senza averne titolo o non mollarli quando le cose sono irrimediabilmente compromessi erode in profondità la coscienza morale e induce a sguazzare nella “banalità del male”.

Non sorprende che in questo clima di banalità i giovani provino uno scarso interesse nell’aspirare agli incarichi e preferiscano rintanarsi nel privato. Se sono i nominati a dare il cattivo esempio, si comprende come il meccanismo di deresponsabilizzazione si diffonda a macchia d’olio. A questa mentalità che riduce le banalità a male, si può reagire in un solo modo, ritrovando il senso della serietà della vita, del suo spessore morale e spirituale  e sperare che qualcuno lassù si renda conto e prenda decisioni coraggiose, pur se impopolari e dolorose.

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