NEGARE i propri TORTI

Perché spesso neghiamo i nostri torti? Gli studiosi del comportamento umano sono giunti alla conclusione che tutti coloro che rifiutano di ammettere i propri torti hanno una eccessiva autostima e negarli sarebbe un modo per continuare ad avere una opinione alta di sé stessi. Costoro difficilmente chiedono scusa.

Le scuse hanno un potente effetto positivo nelle relazioni cristiane. Nel dubbio, è meglio scusarsi, perché nel migliore dei casi se si viene perdonati si evitano conflitti. Spesso più del danno provocato conta il sincero pentimento, perché le scuse modificano la percezione negativa che hanno altri di noi, facendoci apparire persone umili.

Le scuse formulate rivelano molto sul tipo di cristiano che si è. Chi chiede scusa per un torto causato, è più consapevole delle conseguenze che le sue azioni o parole possano avere sugli altri. Dimostra di a avere a cuore la stima del prossimo.

Per il cristiano la buona norma di scusarsi deve essere un riflesso spontaneo.

Il cristiano, grazie all’apprendimento dei principi riportati nella Bibbia, è più incline a percepire una situazione offensiva che lo riguarda. Anche la formulazione delle proprie scuse rivela il grado di responsabilità che ci si attribuisce. Chi afferma “sono spiacente” si sente più colpevole di chi dice “spiacente”. Anche se queste due espressioni sembrano uguali, la seconda è quella più usata quando non ci si sente realmente colpevoli, mentre la prima (“sono spiacente”) denota un coinvolgimento personale.

SUBIRE UN TORTO

Quando siamo noi a subire un torto come dovremmo reagire? La Bibbia dice: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare, e se ha sete, dagli da bere, perché facendo questo accumulerai carboni ardenti sulla sua testa” (Romani 12:20). La gentilezza che mostriamo a qualcuno che ci ha trattato male potrebbe spingerlo a pentirsi di come si è comportato.

Geova si aspetta che i suoi servitori siano disposti a perdonare i torti subiti. Siamo tutti imperfetti, ed è inevitabile che prima o poi qualcuno dica o faccia qualcosa che ci offende (Ecclesiaste 7:20). Non è l’inattività la strada migliore da percorrere se in congregazione qualcuno ci ha fatto un torto, anche grave. La reazione a un torto dipende sempre da noi e non dagli altri. La Bibbia dice che è “bellezza da parte [nostra] passare sopra alla trasgressione” (Proverbi 19:11; Ecclesiaste 7:9).

Finché vivremo in questo sistema di cose, saremo soggetti ai torti. Giacomo scrisse: “Se uno non inciampa in parola, questi è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche l’intero corpo” (Giacomo 3:2). Per risolvere le divergenze dobbiamo ‘cercare di trovare la pace e perseguirla’ senza se e senza ma (Salmo 34:14).


Perché è così difficile riconoscere di avere torto? si chiede Il Maschile, il magazine del Sole 24 Ore. “Il problema riguarda tutti, ed è trasversale”. Pur essendo persone normalissime soggette a errori, “ci danniamo l’anima piuttosto che confessarli”.

Il cervello reagisce spesso con un’operazione di auto-inganno. Quando facciamo un torto non solo non ci attribuiamo la colpa ma la scarichiamo su chi il torto lo ha subito, come se in qualche modo se lo meritasse. Chi tratta il prossimo da una posizione di potere considera gli altri deboli e farsi cogliere in fallo significa oscillare pericolosamente verso il lato sbagliato.

Negare a oltranza per paura di perdere il potere, deresponsabilizzarsi spingendosi all’eccesso, è un atteggiamento tipico di chi vede cospirazioni dappertutto. Non serve a nulla difendere una tesi sbagliata, nemmeno tenere duro, gridare più forte, intimorire l’interlocutore. Più la forza assertiva cresce, più si nega la verità.

L’umiltà, è completamente impermeabile a qualunque forma di potere.

Secondo il Sole 24 Ore, “i social non hanno generato l’incapacità di confessare i propri errori, semmai l’hanno resa solo molto visibile e diffusa”. Ammettere pubblicamente di avere torto comporta una diminuzione del proprio status, in termini di follower, di like, di retweet.

Dire di avere sbagliato sembra aprire una crepa sulla propria identità e non sorprende che si faccia di tutto per evitarlo.

“Sbagliare è tremendamente irritante, – continua l’articolo –  a volte comporta seri rischi professionali, e dovremmo sforzarci tutti di non fare errori. Ma ammettere di averne fatto uno fa bene a chiunque, se stessi compresi: ci fa capire che non siamo esseri infallibili (per cui tutti gli altri sono pazzi o in cattiva fede), e contribuisce ad aggiustare un pezzo di mondo che avevamo rotto, consapevolmente o meno. Serve solo un po’ di onestà intellettuale — e neanche tutto questo coraggio”.

Chi compie un torto, “non deve essere considerato come un incapace a vita, un debole o un individuo da lapidare…”, chiunque, se vuole, può riparare il torto fatto. Se invece il torto lo hai subito, ricorda che la reazione ad esso dipende solo da te.

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