Nemici di sé stessi

Ci sono tdG che vedono avversari ovunque, anche in sé stessi. Entrano in opposizione col mondo intero e si fanno la guerra da soli. In alcune circostanze arrivano al punto, non solo di intralciare un’iniziativa in congregazione, ma addirittura di sabotare il loro progresso mentale, emotivo e spirituale.

La vita cristiana è fatta di obblighi, doveri, norme morali e modi appropriati che provengono dal mondo esterno, interiorizzati ed elaborati. Vivere in maniera equilibrata e in armonia con certe norme, che vanno al di là della nostra volontà, implica un notevole sforzo poiché siamo per natura riluttanti all’ubbidienza e al rispetto di regole ed obblighi. In un tale contesto chi decide in maniera autonoma di fare di testa sua rischia di logorarsi e di perdersi.

Inoltre, la tentazione di lasciarsi andare, di abbandonare ogni cosa è sempre più forte. In questi casi, le responsabilità cristiane danno la sensazione di essere come “una spina” conficcata nella carne.

Come cristiani abbiamo elaborato il concetto di “vincere il male col bene”. Inoltre, abbiamo la speranza della vita eterna. Si tratta di una gara aperta a tutti e la vittoria appartiene a coloro che hanno lottato strenuamente per mantenere la loro integrità. In questa gara della vita, a volte, i veri antagonisti al nostro successo finale spesso siamo noi. Diamo la colpa ad altri fratelli del nostro mancato progresso spirituale o dei nostri problemi. In realtà, rigettiamo i suggerimenti che ci vengono dati perché siamo troppo negativi. Ci concentriamo sulle qualità che ci mancano e non su quelle che già possediamo. Siamo i primi a screditarci e non ce ne rendiamo conto. Abbiamo la capacità maligna di auto-sabotarci.

A volte, in congregazione critichiamo tutti e tutto, in realtà le critiche nascondono un nostro bisogno inconscio e spesso siamo noi i destinatari delle nostre critiche. Si criticano gli altri per criticare se stessi. Parecchi diventano tdG per compensare questa mancanza di equilibrio e di amore, forse hanno lottato da ragazzi con le loro insicurezze e col senso di inadeguatezza. Divenuti tdG a tutti gli effetti, col tempo si sono accorti che, secondo loro, è impossibile raggiungere certi traguardi, perché hanno capacità limitate. Vivono questa “impossibilità” da impotenti e di conseguenza si logorano mentalmente, nonché spiritualmente.

“Le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio”. (Luca 18:27) Lo spirito santo di Dio è la forza più potente dell’universo e può permetterci di fare cose che con le nostre sole forze sarebbero impossibili. Inoltre, la Bibbia dice che “Dio è maggiore del nostro cuore”. (1 Giovanni 3:20) Questo vuol dire che è in grado di vedere in noi delle qualità che forse non vediamo. Egli osserva e apprezza gli sforzi che facciamo per piacergli, per quanto a noi possano sembrare insignificanti. Infatti la Bibbia ci assicura: “Dio non è ingiusto da dimenticare la vostra opera e l’amore che avete mostrato per il suo nome”. — Ebrei 6:10.

La nostra opinione su noi stessi non deve dipendere da cosa facciamo, ma da ciò che siamo in Cristo. I cristiani possono avere una buona opinione di sé, se hanno una buona relazione con Dio. Sappiamo che abbiamo un valore, perché Dio lo ha pagato per noi, attraverso il sangue di Suo Figlio, Gesù Cristo. E’ la fiducia in Gesù la chiave per uscire dalla gabbia in cui ci siamo cacciati.

Vista in un modo, una bassa autostima è il contrario dell’orgoglio, vista in un altro, è invece una forma d’orgoglio. Alcuni hanno una bassa autostima per far pena agli altri, per avere le loro attenzioni, per farsi compiangere. Potrebbe essere un modo di dire “guardatemi”, proprio come per l’orgoglioso. Si prendono due strade differenti, ma si arriva allo stesso egocentrismo. Invece che dare tutte queste attenzioni a noi stessi, dovremmo concentrarci sul Dio che ci ha creati e che ci sostiene.

L’apostolo Paolo parla di una corsa allo stadio dove tutti vi concorrono e che grazie a una disciplina ferrea, solo uno è il vincitore (1 Corinti 9:25-27). Alcuni di questi antagonisti di sé stessi, invece di gareggiare per la vita eterna, corrono per competere con sé stessi e con gli altri. Il loro obiettivo non è altro che essere davanti.

«Guardare quelli che stanno dietro è gloria. / Guardare quelli che stanno davanti è umiltà. / Il perdere terreno per guardarsi indietro, vanagloria. Essere superato continuamente è infelicità / Superare continuamente quelli davanti è felicità. / E abbandonare la pista è morire». (Hobbes)

Il loro traguardo è quello di raggiungere un piacere, una felicità, un incarico, un privilegio, che nascono da un incessante movimento: nel non fermarsi mai e nell’avanzare sempre in maniera del tutto squilibrata e conflittuale. È difficile trattare con questi cristiani difficili. A volte cambiano congregazione a causa di cattivi rapporti con gli anziani. Accade poi dove si trasferiscono incontrino altri corpi di anziani, che secondo loro sono intrattabili come quelli precedenti. E il processo di trasferimento continua in un’altra congregazione, ripetendosi così altre volte fino a raggiungere l’inattività o la dissociazione.

Il successo dipende da come gestiamo spiritualmente per primi le situazioni. Non dobbiamo aspettarci che gli altri cambino spontaneamente, siamo noi a dover dare il buon esempio e cambiare approccio. Prima di affermare “Io non ho nessun problema, è lui ad averlo”, dobbiamo analizzare i nostri motivi, il più delle volte sbagliati. Non di rado, questi cristiani si mostrano sgarbati, esprimono commenti negativi, alimentano zizzanie e preferiscono lo scontro alla conciliazione. Pensano che questo sia l’unico modo per ottenere dei risultati. Il problema è che a volte scatenano una reazione aggressiva di altri fratelli creando un ambiente ostile.

Bisogna riconoscere che in alcuni casi, non sempre l’antagonista è consapevole degli effetti che le sue azioni suscitano negli altri fratelli e spesso sceglie l’arroganza come unica forma comunicativa. È importante non fermarsi all’apparenza e riuscire a comprendere l’origine del problema attraverso domande aperte e discrete. La delicatezza con cui si affrontano permetterà di giungere a un dialogo più sincero e pacato. Se questo, naturalmente è possibile.

La Bibbia mette in guardia contro lo spirito di competizione: “Non diveniamo egotisti, suscitando competizione gli uni con gli altri, invidiandoci gli uni gli altri”. (Galati 5:26) Giovanni menzionò un compagno di fede, Diotrefe, che evidentemente era caduto vittima dell’atteggiamento: “cui piace avere il primo posto fra loro” (3 Giovanni 9, 10). Il vero cristiano non penserà che la cosa più importante nella vita sia essere sempre i primi, soprattutto nell’ambito della congregazione. “Ciascuno provi qual è la propria opera, e allora avrà motivo d’esultanza solo riguardo a se stesso, e non in paragone con l’altra persona”. (Galati 6:4) “Nella proporzione in cui ciascuno ha ricevuto un dono, usatelo, servendo gli uni gli altri come eccellenti economi dell’immeritata benignità di Dio espressa in vari modi”. (1 Pietro 4:10)  Tutti i servitori di Geova, hanno ricevuto in qualche misura il dono dell’accurata conoscenza e tutti hanno il privilegio di parteciparne per edificare la congregazione.

Se ciò che conta per ottenere l’approvazione di Geova sono i motivi, fino a che punto dovremmo preoccuparci delle nostre opere di fede? Se compiamo il nostro ministero spinti dai giusti motivi, è davvero necessario tenere conto di cosa e quanto facciamo? Sono domande ragionevoli, perché non vogliamo dare più importanza alle cifre che agli atti di fede, né vogliamo che la nostra attività cristiana finisca per essere condizionata dal desiderio di avere belle cifre da scrivere su un rapporto… Dobbiamo stare attenti, però, a non giudicare gli altri, perché nessun essere umano può conoscere a fondo i motivi altrui. Per ciascuno di noi vale la domanda: “Chi sei tu da giudicare il domestico di un altro?”, e l’ovvia risposta è: “Egli sta in piedi o cade al suo proprio signore”. (Romani 14:4). Tratto da: w05 1/6 pp. 14-19.

Chi è nemico di se stesso rifiuta chi è. Inoltre, esercita una critica spietata verso tutto quello che fa. Costoro, durante la loro vita sono stati testimoni di infiniti gesti di abbandono, di rifiuto, di pesanti silenzi, di sentimenti negati, di severità nei giudizi e di emozioni represse. Hanno maturato in sé una componente autodistruttiva. Una relazione nociva con se stessi si trasforma nel tempo in una relazione distruttiva con gli altri. La persona “vittima” finisce inconsapevolmente per assomigliare alle persone che gli hanno fatto del male. Storie di questo tipo sono la radice di molti problemi comuni nelle congregazioni dei tdG.

L’antagonista di se stesso non ha sempre chiaro in mente il fatto di essersi chiuso in una gabbia protettiva e che si è abituato a viverci dentro. Una gabbia può proteggere ma può anche impedire di uscirne. Se si perde la chiave del barlume della ragione si finisce per rimanere intrappolati a vita. Proteggersi nel giusto modo spirituale è saggio, ma dovete stare attenti a non rimanere prigionieri nella gabbia mentale che vi siete creati e che potrebbe solo annientarvi.

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