Noi inattivi

article1559L’inattività? Un neologismo del vasto vocabolario dei testimoni di Geova.

Noi inattivi siamo un’invenzione moderna della terminologia dei Testimoni di Geova, inseriti a pieno titolo dall’Accademia della Crusca americana nel loro vocabolario ricco di parole colorate e spesso bizzarre. Ai Testimoni di Geova piace coniare parole nuove e darne poi un significato biblico. Noi inattivi siamo i figli disabili di un’aggiunta alle parole di Gesù, riportate nel vangelo di Matteo: “E questa buona notizia del regno sarà predicata in tutta la terra abitata… e ogni mese farete rapporto di quante ore predicate”. (Mt.24:14). Perciò chi non consegna il rapporto mensile della propria predicazione, è considerato un proclamatore disabilitato, un cristiano a mezzo servizio.

In senso etimologico, gli inattivi, non fanno parte del gruppo dei peccatori riconosciuti tali, passibili di scomunica ed evitati come la peste di manzoniana memoria. La confusione che il termine inattivo genera è quella di essere percepiti dalla maggioranza dei proclamatori come individui tiepidi, né caldi né freddi. Oppure, come persone che hanno tradito la fede in Dio, trasgressori impuniti, in attesa che Dio, nella veste di Pubblico Ministero chiuda definitivamente la sua indagine nei nostri confronti. Quando avrà stanato il peccato nei meandri oscuri del nostro cuore malvagio, Dio formulerà la requisitoria e finalmente sarà fatta giustizia. Tu, inattivo, pagherai il male che hai nascosto per tanto tempo. E se non hai fatto nessun male, allora pagherai per il bene che non hai fatto. Altro che lamentarti della sopraffazione degli anziani e del loro ostracismo. Pensavi di farla franca? Te ne sei andato dalla congregazione perché in te c’era un peccato nascosto. Altro che pecora smarrita, un lupo mannaro sei!

La maggior parte dei proclamatori tendono a giudicare perché è abituata a sentire, e non perché pensa. Alle adunanze si parla poco di noi inattivi, salvo che, non si è costretti a farlo, come ad esempio quando l’argomento è trattato nello studio della Torre di Guardia o quando viene approfondito in un opuscolo come quello presentato ai congressi estivi. A proposito, il titolo mi sembra non preciso, sarebbe stato più appropriato intitolarlo Pastori cercate la pecora smarrita. E’ il pastore che cerca la pecora per farla tornare all’ovile e non viceversa. E’ il pastore che “lascia le novantanove pecore e va a cercare quella perduta finché non la ritrova e trovatala se la mette sulle spalle rallegrandosi”. (Luca 15:4-7). Inoltre avrebbe dovuto contenere più istruzioni riguardanti le responsabilità dei pastori, con particolare riferimento ai pastori negligenti. Comunque, molti degli argomenti riportati nell’opuscolo, sono articoli pubblicati nel corso degli anni e che gli anziani-pastori, a causa della loro trascuratezza, hanno puntualmente disatteso l’obiettivo di questa ricerca. L’opuscolo in sé è fatto bene e sensibilizzare i proclamatori in questo senso è un’ottima iniziativa. Il problema non è quanto scritto, ma l’inerzia cronica degli anziani a muoversi in un campo delicato come quello degli inattivi. Se la visita agli inattivi è una disposizione programmata dal Corpo Direttivo e al termine il corpo degli anziani dovrà presentare una relazione al sorvegliante, allora qualcosa si smuoverà, ma più per senso del dovere che per amore. Dopo tutti questi anni di solitudine, tali dettagli m’interessano poco o quasi niente. Possediamo “la verità dottrinale”, ma ho serie perplessità che siamo “riconosciuti discepoli di Gesù dall’amore”. E, smettiamola di applicarci il paradiso spirituale di Isaia 11, dove lupi, agnelli, leoni, leopardi, vacche, vitelli, orsi, convivono fra di loro pacificamente e in beatitudine. Alice nel paese delle meraviglie è una fiaba. Non trasformiamo una profezia messianica in una favola.

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I proclamatori sono perlopiù uditori, ma anche uditorio, nel senso che ascoltano chi parla dal podio. E, poiché sono abituati solo a sentire, col tempo non pensano più. E, non sentendo più parlare di noi inattivi, diventano anche smemorati, nel senso che non si ricordano più chi eravamo in congregazione. Si finisce così per diventare “uditori dimentichi”. Se i proclamatori delegano altri a pensare per loro, non si dovrebbero meravigliare se il loro cervello è incrostato, arrugginito e inattivo.

L’altro giorno ho incontrato un fratello disassociato che conoscevo bene. Durante i convenevoli, mi ha fatto notare con ironica presa in giro, come “anche tu adesso fai parte di quelli che non sono caldi e freddi”, riferendosi alla congregazione di Laodicea, descritta in Rivelazione. Da che pulpito arriva la predica, da uno che è stato disassociato due volte. Si è già scordato di applicarsi le parole di Pietro, riguardo al “cane che torna al vomito e alla scrofa che dopo lavata è tornata a rivoltolarsi nel fango”. Persino ai disassociati, noi inattivi, suscitiamo pietà. Quando i proclamatori ci incontrano per strada ci sorridono e ci guardano con aria compassionevole. Dopo un po’ non vedi l’ora di scappare via da tutte le sciocchezze e le banalità che dicono. E, appena girato l’angolo, il sorriso da ebete del proclamatore sparisce d’incanto. Il suo volto diventa serio, e di botto un giustizialismo compulsivo si impossessa di lui, cominciando a esternare una serie di maldicenze sulla nostra condizione di inattivi. Ciononostante, non attribuiamo nessuna colpa a questi proclamatori. E’ che sono abituati così: a non interessarsi di noi. La colpa è di chi li ha abituati a non pensare più di quello che in realtà è necessario pensare. Anzi, poverini, se incominciano a mettere in moto il cervello, pur se ingolfato, gli anziani e non solo loro, cominciano a guardarli strano come alieni. Prima il pensiero collettivo e poi quello individuale. Magari fosse così. In realtà esiste un unico cervello pensante, quello di pochi, che ha disinnescato quello di milioni. Da parte nostra ci intristiamo per l’ignoranza che i proclamatori hanno di noi inattivi, e forse ci convinciamo di più che la scelta fatta sia in fondo quella giusta. In realtà non è Geova che abbiamo lasciato, ma i proclamatori, quelli che si considerano super attivi, coloro che hanno abdicato ad altri le loro funzioni cognitive. Alla fine tiri le somme e ti rendi conto che l’inazione non è solo una debolezza degli inattivi, ma anche una componente attiva nel cervello inattivo degli attivi.

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Ancora non è chiaro a molti proclamatori, cosa significhi attivo e inattivo. Se uno proclama è un proclamatore, se non proclama non è un proclamatore. Punto. Gli inattivi sono considerati alla stregua di tutti gli altri Testimoni attivi. Qual è allora la differenza tra inattivo e Testimone? Noi inattivi siamo stati posizionati a metà tra il cielo e la terra. E non è una gran bella cosa. O si sta con le cose del cielo o con quelle terrene. Non siamo stati noi inattivi che ci siamo inventate queste ambigue posizioni. Inoltre, alle nostre spalle ci hanno appiccicato un punto interrogativo: “chi siete?” “da dove venite?” “dove andate?”. Non abbiamo più un’identità né un luogo dove stare.

Così, non sapendo credere in Dio come un tempo, e non potendo credere in una somma di regole umane, siamo rimasti ai margini della “verità”, in quella distanza comunemente chiamata dai Testimoni di Geova, inattività, che è – sempre secondo loro – la perdita totale della forza spirituale e della benedizione di Geova. Là dove il cuore se potesse, si fermerebbe. In tal modo, a chi, come me, che vivendo non sa vivere, cosa resta se non la rinuncia di appartenenza a una religione? Non potendo più sapere cosa sia la religione di prima, perché non si ha fede per mezzo della ragione; non potendo aver fede nell’astrazione degli uomini e non sapendo cosa fare più di essa, non mi rimane, solo per il fatto di avere ancora un’anima, che la contemplazione della mia interiorità attraverso le Sacre Scritture e scoprire la bellezza del Creatore per mezzo della Creazione e della sua Parola naturalmente. E così, estraneo alla solennità di quel mondo religioso dal volto indifferente e sprezzante, mi concedo futilmente alle mie sensazioni, senza alcun proposito, coltivate soltanto nelle profondità del mio animo, come conviene alla mia nervatura cerebrale. Non prendendo niente sul serio, se non le mie sensazioni, mi rifugio in esse e le esploro come paesi sconosciuti. Lo faccio cercando di esprimermi negli scritti, senza smuovere intenzioni e altrui volontà. Sono mie riflessioni da prendere, come puro atto di lettura per voi che mi state leggendo e per me come puro piacere di scrivere.

Narro con indifferenza alcune mie note biografiche, senza fatti e senza storia. Note che non dicono nulla poiché nulla ho da dire sulla complessità della vita. Per tutti noi scenderà l’oscurità della notte. Perciò non mi pongo più domande, né cerco altro. Se ciò che ho scritto è letto da qualcuno, va bene. Se sarà letto e ciò che ho scritto non importerà a nessuno, va bene lo stesso. Se qualcuno lo leggerà e non sarà d’accordo con quanto scritto, chissenefrega! Attivo o inattivo, è tutto soggettivo. E con quest’ultimo articolo vi lascio. Abbiate pace!

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Commenti (1)

  • Marco

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    Per l’organizzazione basta presentare il rapporto di servizio a fine mese per non essere considerato inattivo, ma non comprende che coloro che fanno questo ogni fine del mese possono essere ugualmente considerati ” inattivi” dal punto di vista di Dio che legge i cuori di ognuno di noi.
    Quindi non vedo nessuna superiorità tra chi predica e chi non frequenta più nemmeno le adunanze.

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